Francesco GHETTI*: Ruolo sociale dell’Università nelle politiche ambientali

*Ordinario di Ecologia e già Rettore dell’Università Ca Foscari Venezia

Sei un ecologo che ha fatto anche varie esperienze di politica universitaria, come quella di Direttore di Dipartimento, di Preside e di Magnifico Rettore. Per cui dovresti essere la persona più adatta a spiegarci la funzione dell’Università nella crescita culturale di una società, nel trasferimento delle conoscenze e, in particolare, nell’educazione al pensiero scientifico.

Compito primario dell’Università è quella di promuovere la ricerca di base, anche perché se non ci fosse l’Università chi altri la potrebbe garantire e sostenere? Chi avrebbe la possibilità di imitare Serendipo che con una lanterna andava perennemente alla ricerca di una cosa e ne trovava sempre un’altra? Per praticità tendiamo a suddividere la ricerca fra: ricerca teorica e applicata, ricerca di base e procedure per il trasferimento delle conoscenze, ecc. Per fare un esempio il CNR era nato con la ‘mission’   della ricerca applicata e del trasferimento delle conoscenze … ma poi nel tempo ha fatto quello che ha voluto e potuto. Personalmente sono del parere che il vero metro di giudizio da utilizzare nel valutare la ricerca dovrebbe essere solo quello della ‘buona e della cattiva ricerca’.

Sono ovviamente favorevole all’impegno dell’Università per il territorio, purché prima l’Università presti la giusta attenzione alla ricerca di base e alla didattica. Esiste infatti il rischio, da un lato di caricare sulle Università gran parte dei problemi irrisolti della società e, dall’altro, la tentazione di alcuni docenti universitari di lasciarsi distrarre dai vantaggi economici di consulenze e rapporti tecnici.

Compito primario dell’Università deve rimanere quello di far crescere le conoscenze e il livello culturale di una società, oltre a mettere a punto adeguati percorsi formativi per le diverse professioni.

Per quanto riguarda l’analfabetismo scientifico degli italiani, il tema sarebbe troppo lungo da trattare in questa sede , dovendo scomodare Benedetto Croce e Giovanni Gentile e, prima di loro, analizzare le condanne inflitte a Giordano Bruno e a Galileo Galilei, come anticipatori del ‘metodo scientifico’.

I temi dell’ambiente e dell’Ecologia hanno assunto negli ultimi decenni un grande rilevo, anche se mi sembra si sia fatta una certa confusione fra ‘Ecologia’ ed ‘Ecologismo’, e fra vecchie e nuove discipline, come ad esempio le Scienze Naturali e gli sviluppi della ‘Biologia della conservazione’.

L’ecologia in Italia è nata intorno agli anni ’70 del novecento, e la mia esperienza di ricerca inizia proprio in quegli anni a Parma, nel primo Laboratorio italiano di Ecologia (mentre al piano di sopra nasceva l’Etologia con Danilo Mainardi).

In quegli anni i temi dell’ecologia rappresentavano ‘il paradigma di un pensiero sociale che nasce da un utilizzo dei saperi scientifici, per tendere ad affermarsi anche politicamente e socialmente’. Nel 1962 negli USA il libro di Rachel Carson ‘Primavera silenziosa’, che denunciava il degrado dell’ambiente attraverso la descrizione delle morie di uccelli per l’uso eccessivo di pesticidi, ebbe un enorme effetto sull’opinione pubblica e questo libro viene comunemente preso come riferimento per l’avvio dei grandi movimenti ambientalisti. Per contro il volume didattico ‘Fondamenti di Ecologia’ di Odum, del 1959, rappresenta il primo tentativo di organizzazione disciplinare dei contenuti moderni di questa disciplina scientifica (benché il termine ecologia abbia origini ancora più remote, che affondano nella cultura naturalistica europea ottocentesca).

Nel campo biologico naturalistico era dominante in quegli anni una cultura disciplinare e specialistica, rivolta prevalentemente a sostenere con prove scientifiche la grande teoria evoluzionistica. Nel frattempo però una forte crescita economica e l’affermazione di una società consumistica stava trasformando la nostra società da ‘agricola’ ad ‘industriale’ a ‘società dei rifiuti’… Faccio un esempio; quando nel 1973 ho scritto la monografia ‘L’acqua nell’ambiente umano di Val Parma’ ad una decina di chilometri a monte della città venivano portati, dalla stessa azienda municipalizzata, e accumulati lungo l’ampio alveo ciottoloso tutti i rifiuti urbani della città. Alla prima piena questi venivano sistematicamente trasportati a valle della città e tutti gli alberi lungo le rive pensili del torrente venivano addobbati con plastiche di dimensioni, colori e fattezze varie, fino all’altezza a cui era arrivata l’ultima piena. Un paesaggio infernale, punteggiato di scarichi diretti in fiume dalle fognature urbane e dalle attività industriali e artigianali (la legge Merli sulla depurazione delle acque fu approvata solo nel 1976).

Era quindi comprensibile e anche auspicabile che maturasse una forte reazione nell’opinione pubblica, sempre più attenta ai fenomeni del degrado ambientale (in particolare i movimenti ecologisti). Molto più lenta è stata invece la risposta da parte della cultura accademica nel campo biologico – naturalistico e anche della nascente ricerca nel campo dell’Ecologia e delle Scienze Ambientali in genere.

Non vi è dubbio quindi che la nascita dei movimenti e dei partiti ‘ecologisti ‘ abbia segnato, nel bene e nel male, i destini dell’ecologia, oltre che di altre discipline ambientali, come ad esempio la biologia della conservazione.

Quindi dobbiamo ritenere che ‘Ecologia’ ed ‘Ecologismo’ siano dei sinonimi?

Negli anni è diventato sempre più necessario tenere ben distinti i ruoli e le azioni dei ‘Movimenti ecologisti’ dai modi di procedere dell’Ecologia, intesa come disciplina scientifica.

Senza nulla togliere al ruolo politico e di opinione che hanno avuto i partiti ‘Verdi’, in particolare nelle importanti esperienze dell’Europa Centrale, l’Ecologia come disciplina scientifica ha maturato un suo specifico corpus metodologico, fondato sul ‘metodo scientifico’, sulla interdisciplinarietà e sulla elaborazione di modelli di funzionamento dei vari ecosistemi, sia normali che patologici.

Nel tempo è stato quasi inevitabile che nascessero alcuni equivoci fra le posizioni ‘del movimentismo ecologista’ e la necessaria prudenza di una scienza ambientale che deve cercare delle risposte scientifiche al funzionamento di sistemi complessi , quali sono gli eco sistemi (struttura, funzione ed evoluzione). Mentre poi è stato possibile ricostruire lo stato di qualità e di funzionalità , attuale e passato, risulta invece oltremodo difficile prevedere le modalità di trasformazione dell’ambiente nel tempo, a causa dell’elevato numero di variabili in gioco. Pensiamo ad esempio al tema dei cambiamenti climatici, della biodiversità a livello planetario, della circolazione degli inquinanti su vasta scala, della gestione delle risorse idriche, ecc.

Da questa complessità è derivata anche la diffidenza di una opinione pubblica che vorrebbe sempre risposte certe e subito (come in genere si possono ottenere solo dalle cartomanti) e magari tranquillizzanti e a loro favorevoli. Salvo poi sostenere il luogo comune che … ‘tanto la ricerca è inutile e sono solo soldi buttati’.

Per sei anni hai fatto il Rettore di Ca’ Foscari e quindi sarai stato coinvolto nelle ‘Baruffe lagunari’ nelle quali l’opinione pubblica veneziana è stata sistematicamente divisa. Qual è il tuo punto di vista su come negli ultimi decenni è stato gestito questo ambiente così particolare?

La Laguna di Venezia rappresenta uno degli esempi più clamorosi evidenti della nostra incapacità di governare un ambiente che ci era stato tramandato da una civiltà che da oltre mille anni aveva commesso la follia di collocare una città dentro una Laguna e che, nonostante tutto, era riuscita a conservarla e a farla funzionare.

Per molti secoli questa città mercantile si era relazionata prevalentemente attraverso il mezzo acqueo, mentre da poco più di un secolo si è stabilmente ancorata alla terra ferma. E una volta perso il suo ruolo di regina dei mari si è progressivamente trasformata in una città–museo, che da qualche decennio vive quasi solo di un turismo, che sfrutta e consuma l’enorme quantità di ‘energia incorporata’ e accumulata durate i secoli gloriosi della sua storia.

La città di Venezia ha instaurato nel tempo un indissolubile rapporto simbiotico con la sua laguna, che fa parte integrante del suo paesaggio, delle modalità di scambio di merci e persone, come spazio di fruizione, per la pesca, la caccia, la balneazione ecc. Per questo sarebbe corretto parlare di un ‘sistema ambientale Venezia e la sua Laguna’. La Laguna costituisce infatti nel contempo la ‘green belt’ della città storica, il supporto liquido su cui la città si muove con mezzi vari, uno spazio produttivo per l’allevamento, l’itinerario di un turismo culturale e naturalistico, ecc.

Uno degli errori commessi è stato appunto quello di ragionare troppo spesso tenendo disgiunta la città insulare dal territorio complessivo della laguna, l’urbanistica della città in senso stretto da un ‘Piano urbanistico e ambientale del sistema città e laguna’, mescolando i confini comunali con i confini funzionali, evitando sistematicamente di pronunciarsi sul grande quesito: ‘Quale tipo di laguna vogliamo ottenere per quale tipo di città’. E questa mancanza di chiarezza ha rappresentato il vulnus che ha alimentato errori ed orrori.

Secondo la tua esperienza di ricercatore e anche di ex assessore al Comune di Venezia, quale dovrebbe essere l’approccio più corretto per arrivare a conciliare le istanze della politica e dell’opinione pubblica, con quelle delle scienze ambientali.

Il ‘sistema ambientale Venezia e Laguna’ non è mai stato solo un ‘ambiente naturale’ ma ha sempre costituito uno spazio ‘per utilizzi multipli’ che richiedeva quindi una capacità di coordinamento e di gestione idraulico-naturalistica, e delle compatibilità fra i diversi tipi di utilizzo. Per cui oggi non è pensabile che i grandi interventi su questo sistema ambientale possano venir decisi e attuati separatamente, senza una preventiva valutazione di ‘compatibilità’ rispetto ad un corretto funzionamento dell’ecosistema complessivo e   delle altre attività che vi vengono svolte.

Rispetto ai secoli passati, oggi sono radicalmente cambiati i tipi di pressioni (es. sostanze inquinanti, movimentazione dei sedimenti, mobilità, pesca, turismo ecc.) e l’autorevolezza politica del decisore che deve garantire il bene pubblico e l’interesse comune. Nei secoli passati la resilienza ambientale e una bassa pressione, consentivano di recuperare rapidamente l’equilibrio ecologico.

Oggi invece, per l’intensità dei processi di trasformazione dell’ambiente, diventa prioritario conoscere verso quale tipo di laguna si desidera tendere (es. in condizioni di assoluta naturalità, gestita delimitando zone con diversi livelli di naturalità, gestita alla stregua di un campo coltivato, oppure di un orto, di un giardino, o di un piazzale completamente asfaltato …). Non è quindi possibile accettare la logica di chi oggi decide di costruire una cassa di colmata per dare spazio all’industria, o di scavare un nuovo canale perché serve alla crocieristica; di chi si inventa una nuova tecnica di pesca distruttiva o di chi decide per il bene dell’industria nautica che i barchini possano viaggiare senza limiti di velocità, ecc.

Tutto questo non deve accadere semplicemente perché la resilienza della laguna non potrà più sopportare ulteriori pressioni; altrimenti la Laguna si trasformerà in un di braccio di mare inquinato, con un paesaggio monotono e privo di tipicità.

La laguna, la sua città e le isole richiedono quindi di fondare la loro gestione un progetto integrato, forte, condiviso e garantito nel tempo da una Autorità che abbia poi la forza e la competenza per attuarlo.

Non vedo alternative alla necessità di imparare a governare questo nostro ambiente ‘trasformato dall’uomo’, in modo che sia sempre in grado di autorigenerarsi e di durare nel tempo. Non si può sperare solo nella visione salvifica di una natura capace sempre di colorare i cieli di azzurro e i mari di blu. Dobbiamo invece imparare a governare e custodire questo nostro ambiente, assecondando le grandi potenzialità della natura con le nostre conoscenze scientifiche, in modo da ristabilire quel patto di reciproco rispetto che ha fatto, ad esempio, della nostra ‘civiltà contadina’ un esempio difficilmente superabile.

Grazie professore, a presto

 

 

 

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