Nuove Presenze, problemi vecchi: il caso dello sciacallo dorato (Canis aureus) in Italia.

di Luca LAPINI

luca.lapini@comune.udine.it
Museo Friulano di Storia Naturale
Via Sabbadini 32, I-33100 UDINE

Lo sciacallo dorato (Canis aureus) è un canide eurasiatico di 12-15 chilogrammi di peso (fig. 1). Molto variabile, raggiunge le massime dimensioni nel meridione europeo con la forma C. a. moreoticus I. Geoffroy Saint Hilaire, 1835, descritta in Grecia ma ormai diffusa in tutta Europa. A meridione Canis aureus raggiunge Israele ma in Africa viene vicariato dal lupo dorato africano (Canis anthus), un piccolo lupo ampiamente diffuso almeno fino al Sudan, col quale è stato a lungo confuso. Canis aureus è incluso nelle liste della Direttiva Habitat 92/43 (All. V), nell’App. III della CITES e in Italia è particolarmente protetto dalla LN 157/92 (si veda anche www.goldenjackal.eu).

 

Fig. 1. Un maschio di Canis aureus ripreso da foto trappole sul Carso Goriziano (Alture di Polazzo, Gorizia, 8.05,2012, Foto S. Pecorella).

 

La specie è giunta in Italia nel 1984 in seguito ad una graduale espansione verso Nord consentita dalla decimazione del lupo balcanico, culminata nella seconda meta del XX secolo. In condizioni naturali, infatti, il lupo funge da naturale antagonista della specie, predandola attivamente e limitandone la presenza nelle zone coperte da estese formazioni forestali. La riduzione dei contingenti popolazionali del lupo in larga parte dell’Europa sembra essere la causa della impressionante espansione della specie in tutto il subcontinente europeo, dove ha ormai raggiunto il Mare del Nord, l’Ukraina, la Danimarca, la Francia, ecc.

Il recente ritorno del lupo nel Triveneto sta creando scenari biologici inediti anche nel nostro paese, e l’esclusione competitiva tra lupo e sciacallo sembra essere già iniziata in alcune zone del Friuli Venezia Giulia e dell’Alto Adige (Lapini et al., 2018; Auckenthaler, 2019). In caso di coabitazione con il lupo lo sciacallo dorato viene generalmente escluso dalle zone forestali più integre. In queste situazioni la specie tende a colonizzare zone umide alveali, perialveali e lagunari, garighe, macchie mediterranee, aree coltivate, frutteti ed agroecosistemi gestiti in maniera tradizionale.

Le proiezioni più attendibili indicano che l’assestamento della situazione potrà richiedere diverse decine di anni e comunque spingerà lo sciacallo nelle zone più antropizzate, nei delta fluviali o in altre zone umide di pianura (Lapini et al., 2018).

L’espansione dello sciacallo dorato in Italia sembra comunque aver attraversato tre fasi differenti.

Prima fase (1984-1996): caratterizzata da discreto dinamismo, ha portato ad una prima segnalazione nel Veneto Prealpino, ad alcuni eventi di riproduzione nelle Province di Udine e Belluno e alla colonizzazione del Carso Isontino (Lapini et al., 2018).

Seconda fase (1997-2008): caratterizzata da una evidente stasi dell’espansione e da una forte riduzione delle presenze complessive, ha comunque portato ad una prima riproduzione nel Muggesano (Istria settentrionale, Provincia di Trieste) e nelle valli del Natisone (Prealpi Giulie, Provincia di Udine), con presenze sempre più diffuse sul Carso Isontino (Provincia di Gorizia) (Lapini et al., 2018).

-Terza fase (2009-2018): periodo di fortissima espansione, distinto da un ulteriore successo riproduttivo nel Veneto alpino (Provincia di Belluno), da vari episodi riproduttivi in Carnia (Prealpi Carniche, Provincia di Udine) e in Alto Adige (Provincia di Bolzano), nelle Valli del Natisone (Prealpi Giulie, Provincia di Udine), sul Carso Isontino (Provincia di Gorizia) e nelle aree steppico magredili dell’alta pianura pordenonese (Provincia di Pordenone) (Lapini et al., 2018).

Il primo gruppo riproduttivo di queste zone, localizzato nell’inverno 2015, è stato raggiunto dai lupi ai primi di ottobre 2016 ed è stato da questi decimato nel quadro di un fenomeno di intra-guild competition culminato con l’uccisione di una femmina dell’anno.

Nel 2017 si sono verificati diversi episodi riproduttivi anche sul Carso sloveno a ridosso del confine con la Provincia di Trieste, con la formazione di alcuni gruppi transfrontalieri. Questi ultimi, pur esercitando gran parte dell’attività nella finitima Repubblica di Slovenia, frequentano anche parte della Provincia di Trieste (zona di Medeazza, Malchina, Monte Lanaro-Fernetti, Alta Val Rosandra). Il grande dinamismo del 2017, forse stimolato proprio dall’incontro coi lupi, ha portato ad una grande dispersione di animali, con presenze isolate in Lombardia (Val Brembana, Provincia di Bergamo) e in Emilia Romagna (Provincia di Modena), a Sud del Po. In val Brembana (Provincia di Bergamo) un esemplare isolato è stato fototrappolato diverse volte tra la località di quota di Carisole (giugno 2017), la periferia del sottostante paese di Valleve e la località di Isola di Fondra (foto S. Locatelli 2017-2019).

Nel 2018 è stato possibile localizzare un nuovo gruppo riproduttivo anche nell’alta pianura udinese, a circa 5 km dal luogo dove nel 1985 si è verificata la prima riproduzione italiana. Ciò indica che la pianura friulana -a 33 anni di distanza- ha conservato una buona vocazionalità per la specie (Lapini et al., 2018). Nel corso del 2019 è stato inoltre possibile individuare sette nuovi gruppi riproduttivi in Friuli Venezia Giulia (fig. 2), e un esemplare apparentemente isolato si è spinto fino ai 2400-2600 metri di quota sui monti della Provincia di Sondrio. Si tratta del massimo limite altitudinale raggiunto dalla specie in Europa e testimonia la sua grande plasticità ecologica, cosa che gli permette di colonizzare gli ambienti più diversi (fig. 2)

 

Fig. 2. Attuale distribuzione di Canis aureus in Italia, aggiornata al 2019.

 

A questo punto dell’espansione della specie è possibile stimare che nel nostro paese siano attualmente presenti 50-85 esemplari di Canis aureus, suddivisi in almeno 10-17 gruppi riproduttivi, ancora apparentemente distribuiti soltanto nel Triveneto. I problemi di conservazione della specie sono peraltro notevoli, non solo per il ridotto numero complessivo di animali. In Italia
questi problemi sono legati soprattutto alla elevata mortalità stradale degli sciacalli dorati (in verità soprattutto esemplari giovani), agli abbattimenti illegali, alla dispersione di esche avvelenate (Bregoli et al., 2018). Fra 2017 e 2019 sono morti investiti una trentina di animali, ogni anno il 10% circa dell’intera popolazione italiana (9 esemplari nel solo 2019). Visti gli ingiustificati conflitti sociali che la specie provoca sul Carso Isontino (Provincia di Gorizia) sembra comunque urgente avviare una estesa campagna di public awareness nelle zone di neo-colonizzazione, visto che una corretta comunicazione sui predatori ne condiziona prepotentemente la conservazione. I conflitti fra popolazione rurale e venatoria e sciacallo dorato sono infatti sempre più evidenti, pur in totale assenza di danni (Lapini et al., 2018). Le leggende sulla pericolosità della specie, del resto, non hanno bisogno di dati, hanno portato ad una sua pessima percezione locale e alla dispersione di esche avvelenate sul Carso goriziano (Bregoli et al., 2018), nella convinzione che lo sciacallo dorato sia un grave pericolo per la biodiversità.

La categoria di utenti della natura più preoccupati da queste leggende è certamente quella dei cacciatori, forse gli unici  davvero interessati alle sorti della cosiddetta fauna selvatica.

Così, tra il 24 e il 26 ottobre 2019 si è tenuto a Trieste il 67° Convegno AGJSO “Lo sciacallo dorato, cambiamento della biodiversità e la caccia”.

Già l’ingenuo titolo del convegno venatorio ne indicava e indirizzava i contenuti, ma in realtà si è trattato di un convegno piuttosto stimolante, che ha messo a confronto realtà limitrofe (Italia, Austria, Slovenia) e diverse visioni della conservazione biologica. In Italia lo sciacallo dorato è particolarmente protetto (LN 157/92), mentre in Austria e Slovenia gode di un regime di protezione parziale, con varie possibilità di controllo e prelievo, che da maggio 2019 consentiranno la caccia alla specie in Slovenia secondo precisi piani di prelievo.

Con tutta evidenza la biodiversità c’entra poco.

La maggiore preoccupazione del mondo venatorio del Carso italiano -vera ragione del convegno- è stato il crollo dei prelievi di capriolo, particolarmente evidente soprattutto a partire da 2009 e 2011, negli scambi fra cacciatori univocamente addebitato allo sciacallo dorato senza supporto di alcun dato.

L’impressione degli specialisti invitati al convegno in prevalenza indica che i cacciatori venuti all’incontro fossero poco interessati a dati reali, piuttosto indispettiti dal fatto che le informazioni esistenti non confermassero l’assunto di base sotteso dal titolo, indicando altre spiegazioni per il crollo di densità del capriolo sul Carso italiano.

L’esame complessivo dei dati di prelievo venatorio sul Carso italiano fra 1976 e 2018 mostra infatti in maniera evidente che il crollo dei prelievi di capriolo a partire dal periodo compreso fra 2009 e 2011 sul Carso italiano coincide con l’intersezione fra la curva di crescita dei prelievi di cinghiale e la curva di decrescita dei prelievi di capriolo. Crescita dell’uno e decrescita dell’altro sono peraltro singolarmente complementari nel tempo, realizzando un grafico orizzontalmente così simmetrico da far pensare ad una correlazione inversa fra i due trend (fig. 3).

 

Fig. 3. Dati grezzi relativi agli abbattimenti di ungulati sul Carso italiano fra 1976 e 2018, senza considerare gli abbattimenti di controllo del cinghiale dal 2004 in poi, complessivamente stimabili in 50-150 all’anno. Sembra evidente una correlazione inversa fra gli abbattimenti di capriolo e cinghiale, con un incrocio fra opposte tendenze che si verifica attorno al 2011. L’aumento di camoscio e cervo verificatosi nell’ultimo decennio potrebbe poi aver ulteriormente accentuato la crisi locale del capriolo.

 

Questi dati, presentati al congresso in maniera molto più dettagliata dal noto specialista di ungulati Franco Perco, sembrano indicare un fenomeno di interazione negativa fra le due specie, ma da soli non spiegano nulla. Così Franco Perco ha anche cercato di capire se le classi di prelievo venatorio giovanili del capriolo fossero particolarmente calate in qualche preciso periodo di caccia compreso fra 1976 e 2018. Ciò avrebbe potuto evidenziare un’eventuale aumentata predazione sui cuccioli da parte dello sciacallo (presente sul Carso goriziano dai primi anni ’90 del XX secolo) o da parte del cinghiale. Una prima analisi visiva dei dati in tre diverse zone carsiche sembra indicare che la diminuzione del prelievo venatorio di classi giovanili di capriolo ci sia stata, ma senza una precisa evidenza temporale, seguendo piuttosto il calo progressivo della specie nel tempo. Questo sembrerebbe indicare fattori di disturbo diversi dalla predazione sui cuccioli di capriolo, forse
piuttosto legati alla particolare fisicità del cinghiale, in grado di spostare erbivori di minor taglia con la sua ingombrante ipertrofica presenza. A giudicare dai dati grezzi disponibili, tuttavia, una
maggiore pressione venatoria sul cinghiale potrebbe davvero modificare il grafico, consentendo al capriolo di recuperare l’evidente calo di densità. Una discreta (ma faticosa) indicazione di gestione venatoria del patrimonio venatorio carsolino.

Occorre peraltro sottolineare che l’interferenza fra capriolo e cinghiale potrebbe essere almeno in parte soltanto apparente, forse contemporaneamente condizionata da altri fattori, ancora poco noti. Fra di essi merita indicare la struttura della boscaglia carsica, sempre più matura e quindi meno adatta ad una specie di ecotono (margine forestale) qual è il capriolo. Altri eventuali possibili fattori biotici limitanti il capriolo potrebbero anche essere l’arrivo del cervo e la crescita demografica del camoscio, sul Carso notevole in certe zone.

Secondo Hubert Potočnik, che studia lo sciacallo in Slovenia per conto dell’Università di Lubiana, in una situazione di forte stress biologico legata all’invadenza del cinghiale forse anche la presenza dello sciacallo potrebbe divenire un fattore limitante per il capriolo, ma mancano dati per valutare questa possibilità. La corretta interpretazione dei pochi dati disponibili sia per l’Italia, sia per la Slovenia sembra essere dunque particolarmente complessa, richiedendo altre verifiche ed analisi su lunghi periodi e su aree ben più estese delle minuscole riserve del Carso italiano.

Secondo gli specialisti serbi che si sono a lungo occupati delle possibili interferenze fra sciacallo e specie oggetto di caccia, tuttavia, le statistiche venatorie indicherebbero che Canis aureus non
incida sulla selvaggina in maniera evidente (fig. 4, da Čirović et al., 2016).

 

Fig. 4. Andamento dei popolamenti di Canis aureus e di altre specie oggetto di prelievo in base alle statistiche venatorie serbe 2000-2008 (dati da Čirović et al., 2016, elaborazioni N. Ranc).

 

Per saperne di più

Aukenthaler H., 2019. Totgebissener Goldschakal gefunden. Jaeger Zeitung (2: 2019): 28-29.

Bregoli M., Pesaro S., Beraldo P., Filacorda S., Fanin Y., Bille L., Lapini L., Benedetti P. & Binato G., 2018.
Descrizione di un episodio di avvelenamento di esemplari di sciacallo dorato (Canis aureus moreoticus). 36èmes Rencontres du GEEFSM 2018, Réserve d’Orlu, Dep. De l’Ariège, France, Recueil de Résumés: 9.

Čirović D., Penezić A. & Krofel M., 2016. Jackals as cleaners: Ecosystem services provided by a mesocarnivore in human-dominated landscapes. Biol. Conserv., 199: 51–55.

Lapini L., Dreon L., Caldana M. & Villa M., 2018. Distribuzione, espansione e problemi di conservazione di Canis aureus in Italia (Carnivora, Canidae). Quaderni del Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara , 6 (2018) : 89-96.

Giorgio BOSCAGLI*: la complicata vita dei parchi italiani

*Wildlife manager
*Già Direttore del Parco Naturale Regionale Sirente-Velino
*Già Direttore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna

 

La tua vita lavorativa coincide con la storia dei parchi italiani. Ti sei scelto un mestiere difficile, molto spesso, dai più, poco compreso. Essere direttore di un’area protetta significa elaborare tattiche e strategie tipiche della biologia della conservazione e lavorare affinché questi stessi principi vengano metabolizzati dai non addetti ai lavori e dal pubblico che quelle aree protette le visita e, a diverso titolo, ne fruisce. Quanto è difficile, seppur gratificante, il lavoro del direttore di un’area protetta in Italia?

Partiamo da una premessa. La mia vita lavorativa è iniziata quando i cosiddetti cinque Parchi Nazionali “storici” già esistevano e cercavano – dove più dove meno – di dare un senso concreto alla loro missione istituzionale, ovvero la conservazione. Congiunzione astrale fortunata fu quella di sviluppare gran parte (1975-1994) della mia formazione professionale al Parco Nazionale d’Abruzzo che, all’epoca, cominciava a configurarsi come il punto di riferimento privilegiato per la positiva ventata culturale-ambientalista che spazzava il Paese. Vento che produsse esperienze come la nascita delle grandi associazioni per la conservazione della natura, della relativa pubblicistica divulgativa e che culminò con l’approvazione – travagliatissima – della Legge Quadro sulle Aree Protette (la 394/91).

La mia esperienza – di studi prima e professionale poi – partì come biologo di campo che si occupava di ricerche su biologia e comportamento, oltre che di gestione operativa, per la conservazione del lupo appenninico e dell’orso marsicano. Parlo di “fortuna” perché, forse, mi trovai ad essere l’uomo giusto al posto giusto nel momento giusto. Ma in tutta la mia vita c’è stato – e c’è ancora – un concreto dualismo, una sorta di schizofrenia oscillante fra ruolo manageriale (biologo/ispettore della Sorveglianza al Parco d’Abruzzo, poi direttore al Parco Regionale Sirente Velino, poi direttore al Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi) e quello del libero professionista/naturalista sul campo (certamente più ricco di emozioni e soddisfazioni), con un target molto ristretto (conservazione dei grandi Carnivori, le cosiddette “specie-bandiera”), ma estremamente assorbente e impegnativo. Durante queste fasi della mia vita sono stato consulente di molte amministrazioni pubbliche – Parchi nazionali e regionali, Riserve, Regioni, Province e altre ancora – su problematiche di tutela ambientale. Ci tengo a puntualizzare questo quadro perché credo che l’esperienza “di campo” sia fondamentale per affrontare le incombenze del ruolo manageriale, del quale parliamo in questa intervista. Almeno nelle Aree Protette.

Il direttore di un’area protetta, specialmente se grande ed ecosistemicamente complessa, significa – lo hai ben sintetizzato tu – adoperarsi sostanzialmente per la metabolizzazione di valori (quelli naturalistici) che non sono così diffuso patrimonio comune. Almeno non in una società, quella italiana, permeata da sensibilità prevalentemente umanistiche. Un esempio? Pensa a quante volte compare sui media il Colosseo e quante l’Orso marsicano, suo equipollente naturalistico! Tutto questo deve poi passare attraverso burocrazie, procedure, rapporti con enti e soggetti che hanno altre priorità, carenze di personale specializzato, disponibilità di risorse e bilanci (analizzando i quali si scopre l’orientamento e l’attenzione degli organi centrali dello Stato…), ma anche, più banalmente, attraverso le sensibilità presenti negli organi di amministrazione dei Parchi (presidenti, Consigli Direttivi et similia) sempre più spesso oggetto di  piccole lottizzazioni partitiche.

Mi chiedi se sia difficile, ma anche gratificante tutto questo. Certamente il quadro è assai complesso e non sono rari i momenti in cui ti viene voglia di mandare tutto “a quel paese” per tornare a occuparti direttamente di animali. La gratificazione quale direttore riesci a percepirla se nell’arco del mandato (5 anni: troppo breve!) porti a termine e vedi i risultati di almeno alcuni degli obbiettivi che ti eri prefissato. E’ indubitabile che veder nascere un popolamento di camosci d’Abruzzo o documentare sempre più segnalazioni di orso al parco Regionale Sirente Velino, oppure ancora crescere il popolamento di lupi al Parco delle Foreste Casentinesi, per un biologo di campo “prestato alla gestione” (così mi sento) siano state belle soddisfazioni. Vedere che la percentuale di risorse dei parchi sia sempre più sbilanciata a favore della (pur comprensibile) promozione socioeconomica del territorio mi faceva  (e mi fa tutt’oggi) preoccupare moltissimo perché significa una strisciante ma robusta tendenza ad allontanarsi dalla missione istituzionale e prioritaria di questi enti, che è e deve restare la conservazione della Natura.

Probabilmente ci sarebbe lo spazio – e sicuramente ce n’è l’intendimento – per fare dei parchi anche luoghi di promozione culturale a favore dei valori ambientali, quindi, di conseguenza, pure di gratificazione economica degli abitanti. Ma il problema centrale sono le scarse risorse umane e la pertinace volontà dei partiti di fare degli Organi dei parchi appetitose poltroncine per gratificare la piccola politica locale. La eliminazione – già avvenuta – della componente scientifica dai consigli direttivi e le proposte di modifica nella composizione degli stessi previsti nell’ultimo disegno di legge di “aggiornamento” della Legge 394/91 (un aborto che per fortuna siamo riusciti a bloccare in extremis alla fine della XVII legislatura) ne sono un esempio desolante.

Tu parli di tattiche e strategie tipiche della biologia della conservazione. Vogliamo allora parlare dei Piani dei Parchi..? Uno strumento che dovrebbe costituire il vademecum operativo, seppure per grandi linee, che un Direttore utilizza nelle elaborazioni di cui sopra. Ma andiamo a vedere (a distanza di 28 anni dall’approvazione della Legge Quadro) quanti sono i parchi che ne sono dotati: quasi nessuno. Questo significa che assai di frequente il Direttore esercita prevalentemente il proprio ruolo arrampicandosi su specchi piuttosto viscidi e talvolta – se vuole tener fede al proprio mandato – rischiando anche procedure legali in prima persona (quando non guerre intestine con qualche componente del Consiglio Direttivo). Su questi argomenti e sulle responsabilità congiunte di Regioni e Ministero Ambiente (talvolta anche di alcuni Parchi e delle loro rappresentanze collegiali) si potrebbero scrivere volumi interi. Di fatto oggi è ancora così. Se poi arriviamo a parlare dei Presidenti che considerano i Direttori alla stregua di segretari personali (cercando di azzerarne le autonomie decisionali previste dalla legge…..che sia benedetto Bassanini!) si arriva all’en plein.

 

Le diverse aree protette (dai Parchi Nazionali a Rete Natura 2000) hanno lo scopo di conservare e/o ripristinare la biodiversità e di rappresentare dei modelli e/o dei laboratori per l’attuazione dei principi conservativi nel resto del territorio non protetto. Di là da quelli che sono gli strumenti tecnico-scientifici tipici della biologia della conservazione, le grandi indicazioni politiche sul futuro delle aree protette e sulla conservazione della natura rappresentano la scelta nel mantenimento di strategie operative che hanno raggiunto obiettivi prefissati o decide di svilupparne delle alternative. Com’è cambiata, negli anni, la visione politica a riguardo?

Mi offri lo spunto per affrontare un tema che sottopongo da anni a vari consessi. Credo infatti si debba fare un po’ di chiarezza sul contenuto dei concetti di “conservazione” e, più che altro, “ripristino”, che tu citi e proponi come un assunto obbligato. Non c’è dubbio sul fatto che le aree protette debbano essere istituite là dove c’è ancora qualcosa da conservare, quindi che sia necessaria una fotografia della situazione tale da evidenziare i valori ancora esistenti e per i quali c’é maggior bisogno di specifici interventi (o regolamentazioni) di tutela. Ma “conservazione” significa mantenere lo status quo? Oppure dobbiamo intenderla (non per tutti è scontato) come un quadro dinamico di azioni che favoriscano il consolidamento delle parti più fragili degli ecosistemi? E se questo entra potenzialmente in conflitto con le attività umane, almeno alcune? Un esempio di quanto sia delicato l’argomento è quello del naturale recupero territoriale che il lupo sta realizzando, prima sull’Appennino settentrionale poi, più di recente, sulle Alpi.

Quali strumenti di controllo delle dinamiche popolazionali di alcune specie (animali, ma anche vegetali) è consentito/dobbiamo porre in essere? In qualche caso (per esempio ancora il lupo) si è arrivati a elaborare veri e propri Piani d’Azione (il primo nel 2002, oggi 2019 un altro), ma se non viene previsto un controllo stringente sull’attuazione (Ministero Ambiente…..se ci sei batti un colpo!) e un quadro sanzionatorio per chi deroga (Amministrazioni Pubbliche!) siamo sempre – come dicono i giuristi – ad una “campana sine malleo”, cioè a un esercizio teorico, uno strumento inutile perché privo di efficacia.

Il problema più spinoso però emerge quando parliamo di ripristino ecologico. Cosa si vuole intendere, da un punto di vista cronologico e storico, con il termine “ripristino”? A che epoca vogliamo risalire (e quindi quali obbiettivi vogliamo perseguire) quando parliamo di ripristino degli ecosistemi? Non c’è nessuno strumento legislativo che abbia avuto il coraggio di affrontare questo argomento e non è una questione di lana caprina. Ne stiamo avendo una prova concreta quando parliamo – ancora come esempio – di Ursus arctos marsicanus e di Appennino. Traducendo: fino a quando si parla teoricamente o con taglio divulgativo di protezione di questo rarissimo, prezioso ed evocativo endemismo tutti sono pronti a sottoscrivere petizioni, raccolte-fondi, condanne degli atti di bracconaggio (purtroppo ancora esistenti) stracciandosi le vesti ….e così via. Ma se parliamo (e ne ho parlato, con “delicatissima delicatezza”….ma ne ho parlato e scritto!) di avviare programmi di reintroduzione o ripopolamento (a seconda di quali ambiti territoriali consideriamo), o quantomeno di cominciare a costituire una banca del genoma (una sorta di assicurazione sul suo futuro) del nostro prezioso plantigrado, l’atteggiamento riscontrato è stato di sufficienza, qualche volta di scherno. Talvolta di aperto contrasto.

Nessuno sta pensando di riempire di orsi l’Appennino, ma se si parla di ripristino ed esistono Parchi Nazionali dove l’orso, se adeguatamente protetto, potrebbe tornare (argomento difficile, costoso, tecnicamente delicatissimo, etc etc), io credo che questo dovrebbe essere un tema di assoluta priorità nelle discussioni della politica di questi parchi e nell’impegno delle loro risorse! Viceversa, se si va a monitorare il quadro degli atti deliberativi degli Enti Parco (cioè gli strumenti di indirizzo con cui si orientano le scelte e si decide come/dove spendere soldi) si resta un po’….. sconcertati (è un eufemismo). In percentuale la politica dei parchi è molto più orientata alle sagre del finocchio fritto, ai festival della tarantella o alle partecipazioni a kermesse sul turismo e sui prodotti gastronomici locali (indiscutibilmente ottimi!) che non agli argomenti – anche spinosi, mi rendo conto – del “ripristino ecologico”. Certo, per arrivare a questo, si dovrebbe fare una verifica dei profili di qualità dei Consigli Direttivi……Non si può mettere in mano (per fare un esempio) la ricostruzione di Notre Dame a persone che a malapena sanno che Notre Dame sta in Francia.

Come vedi integro e metto a disposizione le mie esperienze biologo di campo al ruolo di direttore/manager, ma quando mi chiedi se e come è cambiata la visione politica, e quindi se i parchi  siano davvero diventati la rappresentazione dei modelli e/o laboratori per l’attuazione dei principi conservativi per il resto del territorio non protetto, direi proprio che siamo ancora in alto mare. Ma continuiamo imperterriti a nuotare (sperando che i nostri discendenti ce lo riconoscano)!

 

Complessivamente le aree a diverso regime di protezione (dalla categoria Ia alla VI, IUCN) sommate a Rete Natura 2000 in Italia coprono circa il 20% dell’intero territorio. L’enorme sforzo che tutto questo ha richiesto è controbilanciato da risultati conservativi evidenti e tangibili?

Chi vuoi che risponda, il direttore o il biologo-ambientalista? Hai ragione a parlare di enorme sforzo, perché tale è stato e onestamente credo che siano stati raggiunti risultati accettabili e stimolanti. Non mi sbilancio a dire ottimi perché in realtà esiste tutta una serie di carenze che speriamo si riescano a colmare in tempi non lunghissimi, o quantomeno prima che i processi di degrado diventino irreversibili. Mi pare evidente che tutta la battaglia per la tutela dell’ambiente sia una continuo “braccio di ferro” contro il tempo e i sempre più rapidi processi in corso. Sto pensando alla protezione delle nostre coste (del tutto insufficiente), alle connessioni ecologiche (carenti o addirittura inesistenti) fra le aree che godono di una qualche forma di protezione, alla omogeneizzazione di criteri di gestione faunistica e venatoria fra le varie Regioni (una sarabanda annuale che gira attorno ai calendari venatori e ai – ridicoli – livelli di impegno di molte Regioni per far crescere la qualità e la consapevolezza della gestione faunistica, in particolare a supporto delle Aree Protette regionali). Però, di nuovo, il problema e più che altro culturale: mi è capitato di lavorare con ruoli di responsabilità a Piani di Gestione di SIC dove i Sindaci dei Comuni ricompresi consideravano – si capiva chiaramente – la designazione del proprio territorio a Sito di Interesse Comunitario come una tegola in testa, una vera e propria iattura, invece che una sottolineatura dei valori del loro Comune e un investimento per le generazioni future. Detto questo non voglio nemmeno tarpare le speranze, perché pare che tiri un nuovo vento, almeno in Europa (la mobilitazione dei giovani per contrastare i cambiamenti climatici, la crescita delle rappresentanze verdi al Parlamento europeo, almeno per alcune Nazioni…non l’Italia, e così via). Purtroppo, a fronte di queste timide speranze che crescono, non va taciuto il fatto che fino a quando la Nazioni che contribuiscono di più, in peggio, al degrado del Pianeta (USA in primis, ma anche  Cina e diverse altre dove si stanno scatenando appetiti) continueranno nella loro tenzone basata in modo esclusivo sulla crescita economica (Trump docet) sarà difficile cambiare orizzonte.

 

Se è vero che viviamo in un momento di raro consenso “ambientale”, la fatica per l’istituzione di un’area protetta non è cambiata, e porta spesso politici e amministratori a considerarla un traguardo conservativo. Così si confondono mezzi e fini. Come far capire a chi governa che le aree protette sono degli strumenti per raggiungere i diversi obiettivi conservativi preposti?

Ancora una volta dobbiamo sottolineare l’obbligo di passaggio attraverso un percorso di crescita culturale. Fino a quando molti amministratori locali considereranno l’inclusione del proprio Comune in un’Area Protetta semplicemente come un valore aggiunto alla promozione turistica dello stesso non faremo grandi passi avanti. Anzi, c’è il rischio (come sta già avvenendo) che si consolidi un approccio alla conservazione che è tale solo se genera turismo e circolazione di denaro nel breve termine. Non sono un fautore della cosiddetta “decrescita felice” (anche se di qualcosa potremmo tranquillamente fare a meno) e ci tengo a dire che trovo giusto controbilanciare l’apposizione di vincoli e regole “speciali” con l’offerta di opportunità economiche alla popolazione. Su questo non ho dubbi. La situazione diventa però critica nel momento in cui, spesso in modo strisciante (ovvero senza mai dichiararlo apertamente), le priorità vengono a modificarsi; non raramente in conseguenza della nomina di Presidenti e Direttori troppo legati agli interessi locali o troppo facilmente condizionabili. In questi ultimi anni questo sta diventando quasi una regola. Molte sono le condizioni per un raddrizzamento della rotta (che negli anni ’70-’80 sembrava abbastanza ben definita, ora non più). Mi rendo conto che forse sto pensando ai miracoli, ma provo ad elencarne alcune:

  • Un Ministero per l’Ambiente molto (ma molto!) più ricco di personale qualificato e adeguato al compito. Provate a verificare quanti concorsi specifici sono stati fatti da quando fu istituito il Ministero (all’epoca “per l’Ecologia”, nel 1986 nacque con questo nome ed era un ministero senza portafoglio, ovvero addetto a filosofeggiare e non ad agire). Credo nessuno. Tutto personale trasferito/mobilitato/ri-assegnato etc. e poi convenzioni con privati (del concetto di società in house abbiamo fatto religione)
  • Attribuzione di risorse adeguate al medesimo Ministero, ovvero – nel Bilancio dello Stato – paragonabili a quelle del Ministero per la Salute o a quello per l’Università e la Ricerca.
  • Abolizione delle Regioni e ripristino delle Province, ma prevedendo che tutta la competenza in tema di ambiente resti agli organi centrali dello Stato.
  • Eliminazione di Regioni e Province a Statuto autonomo
  • Predisposizione dei Piani dei Parchi entro due anni dall’insediamento dei Consigli Direttivi prevedendo automatico commissariamento (non subordinato a decisioni opportunistiche, neppure del Ministro/Ministero) in caso di mancata ottemperanza.
  • Ridefinizione dei ruoli politici e gestionali con costante monitoraggio del rispetto degli stessi da parte del Ministero Ambiente. Traduco: agli organi politici spetti il compito di definire bilanci e programmi di carattere generale (ovvero quattro-cinque riunioni decisionali l’anno, ma dove i temi della conservazione riguardino il 90% delle decisioni); il resto da affidare esclusivamente al direttore-manager (una sorta di Amministratore Delegato) che risponde dei risultati.
  • Totale indipendenza fra le procedure di nomina dei direttori e quelle di presidenti e consigli direttivi. Ma tutte subordinate a verifiche curriculari di assoluta/altissima qualità e trasparenza
  • Totale disconnessione fra istituzioni e associazionismo ambientalista, ovvero, traducendo: fino a quando le Associazioni “tireranno a campare” grazie agli oboli, diretti e indiretti, del/dei Ministero/i sarà difficile sperare in una reale indipendenza dei giudizi, della capacità critica e dei relativi modus operandi

Di miracoli in cui sperare scendendo via via nel dettaglio ne mancano davvero ancora molti, ma gli altri volumi li scriveremo in un’altra occasione.

Ti ringrazio Giorgio, a presto.

 

 

Luigi BOITANI*: Status della biologia della conservazione in Italia

*Dipartmento di Biologia e Biotecnologie Charles Darwin, Università La Sapienza, Roma
*Chair LCIE Specialist Group
*CEO Fondazione Segré, Ginevra

 

Da più di 40 anni ti occupi di mettere in pratica la tutela della biodiversità nel nostro paese e nel resto del mondo. Siamo alla fine del decennio della biodiversità (2011-2020). Quali sono i maggiori obiettivi che sono stati raggiunti globalmente?

Gli obiettivi della conservazione sono necessariamente utopistici e, per definizione, destinati a restare irraggiungibili. Ad esempio, l’obiettivo “zero-extinction” è impossibile in un contesto di continua crescita demografica umana. Ma la conservazione ha raggiunto molti piccoli obiettivi locali: ad esempio un aumento notevole delle aree protette a scala mondiale. Molte specie in pericolo salvate dall’estinzione sicura e molti trend negativi rallentati e talvolta fermati.

E in Italia?
Anche in Italia abbiamo i nostri successi. L’orso del Trentino, ad esempio, può ben essere citato come fiore all’occhiello. La stessa espansione del lupo, di tante specie di ungulati sull’Appennino. La rete di aree protette Natura 2000 e di riserve e parchi regionali. Certo, non tutto è funzionante a dovere e penso alla drammatica perdita di habitat costieri, ma se paragoniamo lo stato attuale a quello di 50 anni fa, nel complesso siamo in condizioni migliori


Pensi che nel nostro paese servano leggi più mirate alla conservazione e alla gestione o pensi che quelle esistenti siano sufficienti per una attività significativa?
Penso che non servano nuove leggi, basterebbe applicare quelle esistenti e dare credibilità all’azione di controllo e repressione dell’illegalità


Cosa pensi dell’assetto strutturale ed organizzativo dei diversi Enti che a vario titolo si occupano di conservazione e di gestione? E del grado di formazione che hai riscontrato?
In una Italia che viaggia ad una moltitudine di velocità diverse tra Regioni, Stato, Province, anche la conservazione della natura ha i suoi picchi di eccellenza e di disastro. Le competenze tecniche non sono male, e in molti casi sono ottime, ma quelle politiche sono pessime. La incompetenza, superficialità e ignavia della classe politica è drammatica a tutti i livelli: le eccezioni ci sono ma restano, appunto eccezioni. La struttura organizzativa, poi, è lontanissima dalla semplice efficienza: competenze sovrapposte e conflitti o vuoti di potere sono la norma.


Quali sono dei buoni esempi di gestione adattativa in cui tu hai lavorato?
Alcuni Parchi nazionali hanno una gestione sana ed efficiente in grado di accompagnare, in maniera adattativa, la dinamica ecologica e sociale ma, senza nominarli, sono troppo pochi. La gestione venatoria va citata come esempio di contrario della gestione adattativa: ogni anno si ripetono rituali di processi decisionali sui calendari venatori che non tengono minimamente conto delle realtà biologiche ed ecologiche sui quali incidono. Ma anche molte organizzazioni ambientaliste peccano di rigidità e non sanno cambiare logiche rispetto a condizioni ambientali che sono molto diverse da quando è iniziata la conservazione in Italia.


Complessivamente le aree protette, in Italia, hanno raggiunto gli obiettivi con i quali sono stati istituite?
Abbiamo raggiunto una notevole percentuale di territorio protetto, e questo è un ottimo obiettivo, ma la realtà è che la rete non copre in maniera ottimale la diversità di condizioni ecologiche del nostro Paese. Ad esempio, proteggiamo tanti pizzi di montagne e poche coste. Inoltre, tante aree protette si occupano troppo di organizzare feste e fiere dei cibi locali (tanto per fare un esempio) e poco di gestire l’evolversi degli ecosistemi naturali che proteggono


Qual è oggi, in Italia, il ruolo delle aree a diverso regime di protezione?
Ogni area protetta è articolata in sotto-aree destinate a diversi usi, questa è sana gestione ed è bene che sia così. Resta da vedere come obiettivi e strumenti di ogni sotto-area siano funzionali al disegno complessivo dell’area protetta.


Uno degli scopi con i quali sono state istituite le aree protette è quello di essere dei laboratori a cielo aperto in cui sperimentare tattiche e strategie conservative. Come e dove ci siamo riusciti?
I
n questo credo che abbiamo fallito quasi del tutto. Non conosco (e spero di sbagliarmi) esempi di attività virtuose sperimentate in un’area protetta che siano state riprese e applicate in aree esterne.


Rete Natura 2000 ha quasi 30 anni e la sua costruzione si basa prevalentemente sulla componente vegetale, ciò ha sempre comportato dei grossi gap conservativi e gestionali. A quando una Rete Natura che consideri anche il patrimonio zoologico?
Ormai si è perso il treno per questo obiettivo. La Rete Natura 2000 è stata fatta con un occhio da botanico o, al massimo da entomologo: risponde quindi a necessità di piccoli spazi dove in effetti animali o piante a bassa o nulla mobilità possono essere protetti. Ma la Rete è quasi inutile per i vertebrati di medie e grandi dimensioni che hanno ambiti territoriali molto più vasti. Ma forse è un bene così perché la natura non può essere parcellizzata in piccole aree e io sono un fervente sostenitore della necessità di trovare forme di coesistenza, non di separazione tra uomo e natura selvatica.


Oltre confine, come giudicano le nostre politiche conservative?
Non lo so. Ma ho sempre notato che le aree che hanno maggiore successo con gli stranieri sono quelle che offrono bei paesaggi, magari senza tante specie importanti ma solo belli da vedere. Il Parco delle Cinque Terre ne è l’esempio migliore. Anche il paesaggio è biodiversità, certo, ma a me sembra una visione un po’ riduttiva della natura.