Non è una crisi (soltanto) climatica

di Marco SALVATORI*

* Dottorando di ricerca (PhD student)
MUSE, Museo delle Scienze di Trento
Università di Firenze, Dipartimento di Biologia

Il fallimento della conferenza internazionale sul clima di Madrid ha sollevato l’indignazione di una larga fetta dell’opinione pubblica mondiale. Negli ultimi anni la questione climatica ha assunto una posizione cruciale nel dibattito pubblico e ormai ogni lettore di giornale comincia a familiarizzare con le dinamiche del ciclo del carbonio. Gli eventi climatici estremi, come inondazioni, bombe d’acqua, siccità e temperature anomale si stanno già verificando con frequenza ed intensità maggiore, tanto che anche l’uomo della strada inizia a toccare con mano le conseguenze delle alterazioni climatiche. La sensibilità degli italiani al tema è stata certificata da un sondaggio recentemente effettuato dall’istituto demoscopico SWG, dal quale emerge come il cambiamento climatico sia in cima alla classifica delle apprensioni, selezionato come massimo fattore di preoccupazione dal 51% degli intervistati. Già un sondaggio dell’anno scorso, commissionato dalla Banca Europea degli Investimenti, mostrava come il popolo italiano fosse quello più preoccupato per il cambiamento climatico fra tutti quelli dell’Unione Europea.

 

Grifone – Gyps fulvus. Categoria della lista rossa italiana: IN PERICOLO CRITICO

Questa tendenza generale si è riflessa anche in un’aumentata copertura mediatica del tema, e in molte persone inizia a farsi strada la convinzione che ci troviamo nel bel mezzo di una crisi climatica. Il dibattito pubblico si è fino ad ora concentrato sulle emissioni di gas climalteranti e di come ridurle trasformando gli impianti di produzione di energia attraverso la transizione alle energie rinnovabili. Spesso a livello giornalistico quando si affronta il tema del contrasto al cambiamento climatico si finisce in un’argomentazione che si avvita verso “il miracolo tecnologico che ci salverà”, il coniglio tirato fuori dal cilindro di qualche ingegnere geniale. Questa visione poco lungimirante non tiene conto di tutte le variabili in campo: siamo sicuri di trovarci in una crisi soltanto climatica?

Quando nel 1497 l’esploratore italiano Giovanni Caboto attraccò sulla penisola canadese che poi avrebbe ribattezzato come ‘Terra nova’, riportò sul suo diario di bordo che il mare era talmente ricco di pesci che era possibile pescarli non soltanto con le reti, ma più semplicemente immergendo dei secchi nell’acqua. Poco meno di 500 anni dopo, nella sera del 2 Luglio 1992 in quella stessa provincia del Canada, centinaia di pescatori inferociti assaltano a spallate la porta della stanza in cui il ministro federale alla pesca, John Crosbie, sta annunciando ai giornalisti il divieto totale alla pesca del merluzzo nordico. Il governo canadese prende atto del collasso totale della popolazione di merluzzo e si vede costretto a bandirne la pesca commerciale, causando la perdita dell’impiego per 37.000 lavoratori e, conseguentemente, il disfacimento di un’intera comunità locale. Ventisette anni dopo, la popolazione di merluzzo nordico non si è ancora ripresa, la sua consistenza resta tuttora ben al di sotto del limite di guardia, ed il suo prelievo rimane consentito soltanto per la pesca ricreativa. Come è stato possibile tutto ciò? Negli anni successivi al 1960 l’introduzione di innovazioni tecnologiche nei pescherecci combinata all’espansione della flotta non ha dato tregua ai merluzzi. Soltanto fra il 1962 ed il 1977 la biomassa della popolazione era calata dell’80%. Purtroppo non si tratta di un caso isolato. Al momento il 60 % delle specie ittiche marine viene sfruttato al massimo della sua capacità rigenerativa ed un ulteriore 33% è sovra sfruttato e di conseguenza declinerà rapidamente nei prossimi anni.

 

Pelobate fosco – Pelobates fuscus. Categoria della lista rossa italiana: IN PERICOLO                                Gentile concessione di Jelger Herder

Un gruppo di entomologi americani l’ha battezzato “effetto del parabrezza”: quando negli anni Sessanta si attraversava con l’automobile una strada di campagna il parabrezza si ricopriva di insetti, tanto da dover fermarsi periodicamente per rimuoverli, appena quaranta anni dopo i vetri delle auto che attraversano quelle stesse strade sono intonsi. Si tratta di un aneddoto che molte persone di mezza età possono raccontare, e che è stato misurato e valutato scientificamente in diverse ricerche. Fra il 1989 ed il 2016 un team di biologi tedeschi ha catturato insetti in 63 località agricole della Germania per una ricerca a lungo termine. I preziosi dati raccolti in un intero trentennio hanno certificato un declino catastrofico, equivalente all’82% della biomassa. In questo studio, pubblicato nel 2017, i ricercatori hanno potuto verificare che questa drastica diminuzione riguardava non soltanto le specie di insetti più rare e a rischio di estinzione, ma anche le specie più comuni e diffuse. Gli autori di questo studio hanno imputato questo fenomeno principalmente al cambiamento delle pratiche agronomiche, con una maggior meccanizzazione, eliminazione di siepi, una frequenza più alta e pervasiva dell’aratura, un massiccio utilizzo di fertilizzanti e pesticidi. Conclusioni simili si potevano già ricavare da studi su falene e farfalle della Gran Bretagna, che evidenziavano un significativo declino della numerosità delle popolazioni in due terzi delle specie studiate. In questo caso le cause principali, oltre all’intensificarsi delle pratiche agricole, sono state individuate nella rimozione di boschi, siepi, praterie e nell’espandersi dell’urbanizzazione con la cementificazione del suolo. Questi studi si inseriscono all’interno di una mole di ricerche tendenzialmente concordi nel documentare un significativo, rapido e imponente declino nel numero degli insetti, ed hanno portato la comunità scientifica a parlare di un vero e proprio “armageddon” entomologico. A parte una ristretta minoranza di naturalisti ed appassionati, la maggior parte delle persone prova sentimenti di repulsione nei confronti degli insetti e potrebbe non essere particolarmente colpita da questi dati. Il punto è che gli insetti svolgono un ruolo chiave negli ecosistemi, primo fra tutti quello dell’impollinazione: oltre il 75% di tutte le varietà di piante coltivate richiede l’impollinazione animale. La quasi totalità delle piante a fiore selvatiche è impollinata da animali. Per dirla con il grande biologo Edward O. Wilson gli insetti sono “quelle piccole cose che fanno funzionare il mondo”. Il declino della biodiversità degli invertebrati colpisce anche le specie che vivono all’interno del suolo, depauperando la fertilità dei terreni, in particolare della loro materia organica. Effettivamente i suoli si stanno impoverendo, in particolare quelli agricoli, ed ancora una volta si tratta di un fenomeno che rischia di minare alla base la produzione del cibo per gli esseri umani.

Di tutte le specie vegetali ed animali finora valutate dall’ Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) il 25% risulta a rischio di estinzione: l’equivalente di un milione di specie viventi si estinguerà nel giro di pochi decenni se non verranno messi in atto progetti di conservazione. Molte specie scompariranno prima ancora che gli studiosi le scoprano e le classifichino. Per quanto riguarda il nostro paese i dati delle liste rosse, che valutano lo stato di conservazione delle diverse specie, non sono affatto confortanti: il 31% dei vertebrati italiani è minacciato di estinzione. Scorrendo tale lista non si può non rimanere colpiti dalla presenza di specie fino a poco tempo fa considerate molto comuni, come l’allodola, l’alzavola, l’anguilla, il rospo comune (nomen omen) e persino la passera d’Italia, che fino a pochi anni fa conviveva con gli esseri umani in quasi tutte le città e i borghi della penisola e ha subìto una pesante diminuzione. Il processo va però oltre il rischio di estinzione di alcune specie, perché comprende un decremento generale del numero di individui, e quindi della biomassa, di quasi tutte le specie selvatiche viventi, anche di quelle più comuni e diffuse. Alcuni ricercatori hanno coniato il termine “de-faunazione” per descrivere questo fenomeno antropogenico. In tutte le specie di vertebrati selvatici si è assistito ad una diminuzione media della numerosità del 25 %, dato che sale al 45% per gli animali invertebrati.

Ma quali sono le cause di questa erosione della diversità ed abbondanza della vita sul nostro pianeta? È forse il cambiamento climatico antropogenico il principale responsabile? La risposta è assolutamente no. Il cambiamento climatico è il principale impatto solo per alcune specie, come quelle che compongono o abitano le barriere coralline, quelle che risiedono alle elevate altitudini montane, quelle adattate a regioni aride, o quelle che vivono nell’artico. Senza dubbio il cambiamento climatico impatterà sempre più fortemente sulle specie viventi e sugli ecosistemi con l’andare del tempo, viste le ultime previsioni dell’IPCC, il comitato scientifico delle nazioni unite sui cambiamenti climatici, che prevedono un innalzamento della temperatura media di 1,5 gradi nei prossimi venti anni e di 3 gradi a fine secolo, stanti le attuali tendenze. Ma al momento gli organismi terrestri stanno venendo decimati principalmente dalla distruzione e dalla frammentazione del loro habitat operata dall’uomo, come conferma l’ultimo rapporto dell’IPBES, il comitato scientifico delle nazioni unite sulla biodiversità ed i servizi ecosistemici (molto meno famoso del suo “cugino” IPCC, ma egualmente importante).

Oltre un terzo della superficie terrestre è dedicata all’agricoltura e all’allevamento di animali domestici, superficie strappata alle foreste, alle praterie, alle aree umide. Allorché una superficie di foresta o di prateria viene convertita in terra coltivabile, la biodiversità di quel sistema crolla immediatamente, fino quasi ad annullarsi. L’effetto è ancora più drastico se la conversione porta all’urbanizzazione, e dal 1992 l’estensione delle aree urbane è più che raddoppiata. Attraverso la deforestazione, la bonifica delle aree umide, la cementificazione del suolo abbiamo distrutto e frammentato gli habitat naturali. La crescita esponenziale nel numero di strade ed autostrade ha ulteriormente isolato i frammenti di habitat rimasti, rendendo difficoltoso o impossibile lo spostamento degli individui fra un habitat idoneo e l’altro. Come dimostrato da una ricerca internazionale del 2018, gli animali tendono a muoversi di meno in aree fortemente antropizzate, effettuando spostamenti più a corto raggio, spesso ostacolati dalla presenza pervasiva delle infrastrutture umane e dall’assenza di corridoi ecologici. Se gli individui non riescono a muoversi fra i frammenti di habitat superstiti si interrompe il naturale scambio che mantiene vitali le popolazioni di qualsiasi organismo. Le piccole popolazioni isolate e formate da individui con elevato grado di consanguineità sono destinate a soccombere nel giro di poche generazioni.

Nell’era della globalizzazione e dei mezzi di trasporto intercontinentali, il secondo impatto per ordine di importanza è costituito dalle specie alloctone invasive. Si tratta di specie vegetali e animali che, volontariamente o involontariamente, vengono trasferite dagli esseri umani a migliaia di chilometri di distanza dal loro luogo di origine. Alcune di queste specie trovano nel nuovo ambiente, privo dei loro naturali concorrenti presenti nell’ecosistema originario, le condizioni perfette per diffondersi indisturbate. Queste diffusioni molto spesso avvengono a scapito delle specie native del luogo, che subiscono la “concorrenza sleale” e si avviano verso il declino. Ogni ecosistema locale è formato da una peculiare comunità di specie che si sono adattate alle condizioni ambientali locali e si sono co-evolute nei millenni, convivendo in un equilibrio dinamico. Ogni luogo del pianeta sarebbe perciò naturalmente caratterizzato da un determinato insieme di specie, ma negli ultimi decenni questa unicità delle comunità locali è messa in crisi dalle specie alloctone. Il fenomeno è talmente esteso e rilevante che stiamo assistendo ad una sorta di “globalizzazione della biodiversità”, in cui l’uomo sta rendendo più simili fra loro ecosistemi anche molto distanti, favorendo la diffusione delle specie generaliste, quelle in grado di sopravvivere in un ampio spettro di condizioni ambientali, a scapito di quelle specialiste, adattate a specifiche condizioni locali. I dati di ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale) indicano che la lista delle specie alloctone invasive per il nostro paese è in costante aumento. Solo per citarne alcune: la zanzara tigre, la tartaruga americana dalle orecchie rosse, lo scoiattolo grigio americano, il gambero rosso della Louisiana, il siluro del Danubio, il gatto domestico, l’ailanto. Tutte queste specie, e centinaia di altre, danneggiano le specie native, compromettendone la sopravvivenza.

Dato che il dibattito pubblico si concentra sulle emissioni di gas serra e su come ridurle senza modificare sostanzialmente gli stili di vita è lecito porsi una domanda: se, per ipotesi, riuscissimo a convertire l’intero nostro settore energetico in modo da non renderlo più dipendente dai combustibili fossili le pressioni sulle specie viventi e sugli ecosistemi cesserebbero? In altre parole, qualora fossimo in grado di applicare motori elettrici alimentati da energie rinnovabili a mezzi di trasporto, pescherecci, ruspe, persino aerei e azzerassimo le emissioni climalteranti si fermerebbero automaticamente la sovra-pesca, la deforestazione, la frammentazione degli habitat, la cementificazione, il proliferare di strade e barriere ecologiche, la propagazione delle specie alloctone? Certamente no. Affrontare il cambiamento climatico soltanto con l’utilizzo di tecnologia, ammesso che sia possibile, lascerebbe invariate le pressioni sul mondo vivente e non eviterebbe, da solo, il collasso degli ecosistemi.

 

Testuggine Palustre Europea – Emys orbicularis. Categoria lista rossa italiana: IN PERICOLO Gentile concessione di Riccardo Muraro

Prendiamo l’utilizzo dell’energia eolica: uno studio di quest’anno pubblicato sulla rivista “Energy Policy” ha calcolato il potenziale energetico del continente europeo qualora tutte le aree disponibili e tecnicamente idonee, cioè quasi metà dell’intera superficie del continente, fossero dedicate all’impianto di turbine eoliche. I risultati ad un primo sguardo sono stupefacenti: con una tale massiva installazione di pale eoliche l’Europa da sola sarebbe in grado di soddisfare l’intera domanda energetica mondiale. Fantastico! Ma hanno gli autori di questa pubblicazione considerato l’impatto che una tale gigantesca operazione avrebbe sull’avifauna? Diverse ricerche hanno misurato l’impatto che le pale eoliche possono avere sugli uccelli, e i risultati sono preoccupanti, specialmente considerando alcune fasi delicate come le migrazioni. Senz’altro l’energia eolica può esserci utile per eliminare l’utilizzo di combustibili fossili, ma erigerle ovunque senza tenere in considerazione la biodiversità porterebbe ad un grave danno per le già vacillanti popolazioni di uccelli.

Simili conclusioni possono essere ricavate per quanto riguarda l’energia idroelettrica, considerata da molti un’energia “pulita”. Le dighe causano alterazioni profonde degli ecosistemi fluviali ed ostacolano il movimento degli organismi acquatici lungo i corsi d’acqua. In questo caso esistono misure di mitigazione, come le scale di risalita per i pesci, ma di nuovo edificare dighe in ogni corso d’acqua del mondo per eliminare l’emissione di anidride carbonica causerebbe danni profondi alle comunità biologiche dei fiumi, già sotto pressione per le specie alloctone e l’inquinamento delle acque. Se i pescherecci dotati di sofisticate strumentazioni GPS e celle frigorifere fossero alimentati da energia rinnovabile invece che dal petrolio, sarebbe forse la sovra pesca meno dannosa per la fauna marina? Se le ruspe e le seghe che abbattono le foreste tropicali fossero dotate di batterie al litio sarebbe la deforestazione meno esiziale per le comunità biologiche che le abitano? Anche immaginando che l’umanità si dotasse di fonti di energia che non abbiano nessun impatto diretto sugli ecosistemi, come per esempio la mitica fusione nucleare, se continuassimo ad utilizzare l’energia ricavata contro la biosfera staremmo comunque andando incontro alla crisi ecologica. L’umanità non sta solamente aumentando l’entropia dell’atmosfera terrestre, ma anche quella delle comunità biologiche, e questi due processi vanno considerati insieme. Focalizzarsi sul cambiamento del clima senza tenere presente la perdita di biodiversità può forse essere per molti una visione confortante, perché insita nella visione antropocentrica dell’universo tipica delle culture occidentali, nella quale gli altri esseri viventi non occupano un posto di rilievo. Questa prospettiva è però estremamente parziale e, come abbiamo visto, può portare a escogitare false soluzioni.

Quindi che fare? Una volta messi a fuoco entrambi gli aspetti della crisi ambientale contemporanea, cioè il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità, con un approccio integrato, riconoscendo le cause comuni così come le peculiarità specifiche emerge spontaneamente una soluzione possibile. Si tratta del ripristino ecologico. Laddove gli habitat naturali sono stati distrutti o fortemente degradati è possibile reintegrare l’ambiente originario, ricreando foreste, praterie, torbiere, aree umide. Per ripristinare degli ecosistemi sani è necessario inoltre favorire la presenza di alcune specie animali e, laddove opportuno, reintrodurle. Si ristabilirebbe così la corretta struttura di vegetali, erbivori, predatori, necrofagi e detritivori e di conseguenza si ricreerebbe la naturale dinamica del ciclo degli elementi minerali come carbonio, azoto, fosforo e il corretto ciclo delle acque. Ciliegina sulla torta, la rinaturalizzazione degli ecosistemi su larga scala consentirebbe di risucchiare dall’atmosfera grandi quantità di anidride carbonica, trattenendola nei tessuti viventi e nei suoli, consentendoci in un colpo solo di contrastare sia la perdita di biodiversità che il cambiamento climatico. Come se non bastasse, tale operazione, da compiersi impiegando le migliori competenze botaniche, zoologiche ed ecologiche, porterebbe ad ingenti benefici per la salute psico-fisica degli esseri umani, soprattutto se ad essere ripristinati fossero gli ecosistemi agricoli e periurbani, al momento i più degradati.

Un esempio involontario di ripristino ecologico è dato dalla progressiva riforestazione delle aree montane e collinari della nostra penisola: i boschi coprono ad oggi oltre il 35% del territorio nazionale e la loro superficie è raddoppiata rispetto al 1930. Come conseguenza dell’abbandono di queste aree più impervie da parte di milioni di persone che, a partire dagli anni Sessanta, sono andate vieppiù concentrandosi nelle città delle zone pianeggianti e costiere, le foreste hanno recuperato i terreni che erano stati loro sottratti secoli prima. Si è trattato di un processo guidato dalle tendenze socioeconomiche, e non certo di un ripristino ecologico volontario e programmato. Ciononostante, i risultati sono sorprendenti: assieme al bosco sono ritornate molte specie animali che fino a pochi decenni fa erano ridotte ai minimi termini, come cervi, caprioli, cinghiali, camosci, lupi, istrici e moltissime altre.

 

Lontra europea – Lutra lutra. Categoria della lista rossa italiana: IN PERICOLO

Esiste oggi la possibilità di restituire volontariamente alla natura vaste aree degradate, come porzioni della pianura padana, una delle aree più antropizzate al mondo, con vasti benefici per il clima, la biodiversità ed il nostro benessere. Sta a noi cogliere questa opportunità.

 

Bibliografia

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E’ solo un problema di Fratini?

Tutto è cominciato nel 1995, e da lì, un crescendo di musica sublime e interpreti straordinari in una cornice mozzafiato, paesaggi meravigliosi a 2000 metri che solo a vederli ti riempiono la testa di cose belle. Tutto bene quindi? Direi proprio di no.

Tralasciando i motivi tecnici e la loro misura (non voglio parlare qui di VIA, VAS e VINCA e di altri strumenti amministrativi e normativi che abbiamo a disposizione per misurare i diversi tipi di impatti dovute alle diverse attività antropiche; ci sono, lo sappiamo, ma qui, non servono), vorrei motivare il mio dissenso con una sola parola: rispetto.

E’ opportuno andare in una chiesa, o in un qualsiasi altro tempio di qualsiasi altra religione in calzoni corti e magari mangiando un panino o sorseggiando una bibita? Anche qui direi proprio di no, ma non per pudore religioso, per rispetto. Rispetto verso chi, in quei luoghi, cerca e trova una certa visione del mondo. Non serve condividerla. Basta saperlo. Non sarebbe neanche opportuno andare al lavoro in costume da bagno (a meno che non siate dei nuotatori!) o ascoltare musica con auricolari durante una conferenza, anche se l’argomento, o la sua stesura, risultano insopportabili. Non è rispettoso. Ci hanno educato a non farlo.

Se ci hanno insegnato a provare del disagio, una sensazione di fuori posto in molte realtà nelle quali le nostre necessità convergerebbero verso altro, queste istruzioni, evidentemente, non sono state programmate per gli “eventi” all’aperto (evito di dire “location naturali”, così, per un malessere personale).

Anzi, tornando all’incipit è sempre stato “colto” e sintomo di grande “sensibilità” ascoltare musica in alta quota. Un connubio tra cultura e natura, gli “eventi naturali” sono descritti sempre così. Sentire un violoncello che trasforma Bach in purezza assoluta, o un fiato che eleva il jazz verso un aureo benessere, diciamolo pure che non ha prezzo. Qui, ripetiamolo, classica e jazz, mica Jovanotti.

Già Jovanotti. Un artista “ambientalista”, un cantante amante della natura e degli animali. Uno che agli altri ci tiene. Non è un caso che chiede agli altri, a chi sa, prima di fare. Quindi prima sbanca, ma dopo rimetterà a posto, lascerà un ambiente più pulito. E’ anche probabile che si impegnerà economicamente in qualche “battaglia ambientalista”. Si informa chi c’è. Se sta covando, se sta allevando i piccoli, impara il termine trofico.

In tutto questo, non è solo, Jovanotti. Lo affianca qualche associazione ambientalista e condivide con la sua squadra un vero e serio sentimento verso tutto quello che ci circonda, il sole, la luna, le montagne, i fiumi, insomma tutto quello che non è lui. Voi ne dubitate? Io no. Io ci credo. Ho visto celebrare la biodiversità da addetti ai lavori con balletti e poesie in un’arena di cervi in bramito. Senza nessun disagio e senso della vergogna, anzi, con la profonda convinzione che quella sia la strada per una buona e giusta divulgazione e comunicazione scientifica. I Jovannoti, quindi, sono clonati e si riproducono, anche tra gli insospettabili.

Ma allora, cos’è che non ha funzionato e cosa non funziona? Provo a rispondere. Quello che non funziona la dicotomia tuttora esistente tra “cultura” e “natura”, o meglio tra “cultura umanistica” e “cultura scientifica”. Siamo ancora il paese delle due culture, e 30 anni di politiche ambientaliste non sono riuscite a creare ponti, a fare in modo che le due culture si fondessero, con beneficio per tutti.

Non siamo riusciti a superare il concetto di paesaggio e di sostituirlo con quello di ambiente. Le Dolomiti, e non solo, non sono un paesaggio, basta smettere di guardare e cominciare a vedere. E’ una pratica piuttosto antica. E’ da circa quattrocento anni che quando sostituiamo i due verbi ci si apre un mondo. Facciamolo. Adesso abbiamo gli strumenti. Usiamoli. Farlo non comporta più un’attività da addetti ai lavori. E’ anche economicamente vantaggioso. Già perché viviamo nell’era della economia della conoscenza. E, c’è poco da dire, vale la regola che se non conosci, non incassi. Quindi perché non cominciare a conoscere e ad incassare?

Ma innanzi tutto, perché finalmente non capovolgere il paradigma che ci porta a fare sempre le stesse cose solo in aree diverse? Perché trasformare un altopiano in una sala da musica? E soprattutto, perché lasciarlo fare? E’ valsa la pena continuare a pensare che tutto sommato una mancanza di rispetto, continuo a chiamarla così perché penso che questo sia il vero nocciolo della questione, limitata nel tempo e nello spazio, sia il male minore? Per chi? Per Camosci e Coturnici, forse, ma per la nostra specie? La resilienza degli ecosistemi montani verso “eventi localizzati e frequentati da pochi “(!) è in grado di ridurre il disastroso impatto culturale di un concerto in alta quota? Ne siamo ancora sicuri? E se vale per Bach, perché non funziona per Jovanotti in alta e bassa quota? Per il numero? E’ solo per il numero? Non credo sia questa la risposta che conta.

La risposta sta nel senso del disagio che noi tutti dovremmo provare quando si fanno cose appropriate in luoghi inappropriati. Non serve sapere che quei luoghi rimarranno inalterati dal nostro passaggio o che siano stati violati fino a tal punto che ormai qualsiasi cosa vi facciamo, sono ritenuti ormai perduti.

Credo che la chiave di svolta sia che, semplicemente, certe cose non dovremmo proprio farle. Altrimenti, perché non posso portare un Camoscio o un Fratino alla Scala, alla Fenice o in uno stadio?

 

Facciamo due chiacchiere con Claudio CELADA*
*Direttore dell’Area Conservazione della Lipu 

Claudio che ne pensi delle proteste che il tour di Jovanotti sta suscitando nel mondo ambientalista?

È una situazione che mi dispiace, perché penso che l’intento dell’iniziativa fosse positivo, ma il risultato rischia di essere davvero impattante sul territorio. Un conto è promuovere la connessione tra la nostra cultura, anche nei suoi risvolti più piacevoli, come è la musica di Jovannotti, un altro è portare decine di migliaia di persone in aree naturali sensibili con tutto quello che comporta.

Qualsiasi presa di posizione in questo genere di situazioni è a forte rischio strumentalizzazione.

La Lipu non poteva esimersi dal fare al sua parte per impedire impatti davvero inaccettabili non solo sul Fratino, assurta a specie simbolo in questa vicenda, proprio perché nidifica lungo i litorali, ma anche sugli ambienti dunali e retrodunali, ormai sottoposti ad ogni tipo di assalto.

 

Come giudichi il rapporto tra le associazioni ambientaliste e le spinte animaliste?

La Lipu si è battuta in sede europea per assicurarsi che l’utilissimo regolamento europeo sulle cosiddette specie invasive prestasse particolare attenzione ad evitare le sofferenze animali. Direi che questo ben sintetizza la posizione della Lipu.

Mi preme sottolineare come la scomparsa degli habitat (cioè la privazione della casa di molte specie animali) porti con se la sofferenza di molti animali selvatici. Allo stesso tempo non si può ignorare come la presenza di specie alloctone invasive metta molte specie in grado di non potersi difendere, vale a dire che il 100% di individui di una determinata popolazione animale soccombono.

E qui spesso ritardare le azioni con la speranza che la natura (ormai alterata) risolva il problema da sola è una strategia perdente. Uno dei più bei manifesti dell’animalismo è il libro “Homo deus” del Prof. Harari, che focalizza la sua attenzione sulle inaccettabili condizioni di vita degli animali domestici da allevamento.

 

Quanto pensi siano presenti i principi e parametri scientifici nelle associazioni ambientaliste italiane?

Vorrei evitare valutazioni autoreferenziali. Gran parte delle associazioni raggruppa sensibilità diverse. Ciò rappresenta una grande ricchezza ma pone anche delle limitazioni.

La mia personale esperienza è che fare i conto con punti di vista eterogenei sia quasi sempre un bene. Detto questo, non tutte le organizzazioni ambientaliste dedicano la stessa attenzione agli aspetti scientifici. Penso che la chiave stia nel fatto di non voler lavorare sempre da soli. Il confronto con Ispra e con l’Università in genere è un valore imprescindibile a cui teniamo. A volte ne influenziamo anche il pensiero.

Oggettivamente, la Lipu negli ultimi vent’anni, ha prodotto numerose pubblicazioni su riviste scientifiche referenziate, oltre che report tecnici grazie a collaborazioni con il Ministero dell’Ambiente e con il Ministero delle Politiche Agricole

 

Quali pensi siano i maggiori risultati ottenuti dalla Lipu nella tutela dell’ambiente nel nostro paese?

La Lipu ha una forte tradizione per quanto concerne l’implementazione della Direttiva Uccelli e Rete Natura 2000. A partire dall’individuazione delle Important Bird Areas terrestri e marine che hanno spianato la strada alle Zone di Protezione Speciale, alla messa a punto delle misure di conservazione di questi siti, per passare alla difesa dei siti in pericolo.

Forte è anche la tradizione in materia di contenimento degli effetti più deleteri dell’attività venatoria e la lotta contro il bracconaggio.

 

Le aree a diverso regime di protezione (Parchi e Rete Natura 2000) dovrebbero essere degli esempi di contaminazione culturale ambientale per il resto del territorio. Pensi che nel nostro paese abbiano raggiunto lo scopo?

In parte, nonostante la governance zoppicante che spesso affligge queste aree. Molto di più si potrebbe e si dovrebbe fare in materia di progettualità innovativa, incentrata sulla sintesi tra conservazione della biodiversità e dell’ambiente in genere e cultura.

Qui serve un pò meno retorica e maggiore capacità progettuale che coinvolga i territori. Ma non dimentichiamo l’ottimo lavoro già avviato da numerose aree protette ben gestite.

 

Claudio la tua è una visione conservativa internazionale. Quali sono le maggiori differenze nella gestione delle aree a diverso regime di protezione in Italia e nel resto del mondo?

Sia per esperienza diretta che per vocazione, amo confrontare le diverse esperienze gestionali anche in un’ottica multi-culturale.

Un aspetto eclatante è dato dalla rilevanza che le aree protette di diversi Paesi danno al tema della conservazione della biodiversità in senso stretto. Penso che il nostro Paese, fatti i conti con la densità abitativa, debba aumentare la superficie di aree strettamente protette (sensu riserve naturali), mentre in altri Paesi, anche europei questa tipologia è maggiormente diffusa.

Soprattutto penso che per il futuro la chiave sia nella creazione di reti ecologiche di ampia scala (da noi possibili ad esempio sull’Appennino) che garantiscano ampia possibilità di movimento per molti organismi in chiave adattativa.

Sottolineo infine come, in alcuni Paesi (ad es gli Stati Uniti occidentali), le aree protette private assumano un’importanza quasi pari a quella delle aree pubbliche.

Su questo tema l’Italia ha davvero molta strada da percorrere.

Grazie Claudio

 

Francesco GHETTI*: Ruolo sociale dell’Università nelle politiche ambientali

*Ordinario di Ecologia e già Rettore dell’Università Ca Foscari Venezia

Sei un ecologo che ha fatto anche varie esperienze di politica universitaria, come quella di Direttore di Dipartimento, di Preside e di Magnifico Rettore. Per cui dovresti essere la persona più adatta a spiegarci la funzione dell’Università nella crescita culturale di una società, nel trasferimento delle conoscenze e, in particolare, nell’educazione al pensiero scientifico.

Compito primario dell’Università è quella di promuovere la ricerca di base, anche perché se non ci fosse l’Università chi altri la potrebbe garantire e sostenere? Chi avrebbe la possibilità di imitare Serendipo che con una lanterna andava perennemente alla ricerca di una cosa e ne trovava sempre un’altra? Per praticità tendiamo a suddividere la ricerca fra: ricerca teorica e applicata, ricerca di base e procedure per il trasferimento delle conoscenze, ecc. Per fare un esempio il CNR era nato con la ‘mission’   della ricerca applicata e del trasferimento delle conoscenze … ma poi nel tempo ha fatto quello che ha voluto e potuto. Personalmente sono del parere che il vero metro di giudizio da utilizzare nel valutare la ricerca dovrebbe essere solo quello della ‘buona e della cattiva ricerca’.

Sono ovviamente favorevole all’impegno dell’Università per il territorio, purché prima l’Università presti la giusta attenzione alla ricerca di base e alla didattica. Esiste infatti il rischio, da un lato di caricare sulle Università gran parte dei problemi irrisolti della società e, dall’altro, la tentazione di alcuni docenti universitari di lasciarsi distrarre dai vantaggi economici di consulenze e rapporti tecnici.

Compito primario dell’Università deve rimanere quello di far crescere le conoscenze e il livello culturale di una società, oltre a mettere a punto adeguati percorsi formativi per le diverse professioni.

Per quanto riguarda l’analfabetismo scientifico degli italiani, il tema sarebbe troppo lungo da trattare in questa sede , dovendo scomodare Benedetto Croce e Giovanni Gentile e, prima di loro, analizzare le condanne inflitte a Giordano Bruno e a Galileo Galilei, come anticipatori del ‘metodo scientifico’.

I temi dell’ambiente e dell’Ecologia hanno assunto negli ultimi decenni un grande rilevo, anche se mi sembra si sia fatta una certa confusione fra ‘Ecologia’ ed ‘Ecologismo’, e fra vecchie e nuove discipline, come ad esempio le Scienze Naturali e gli sviluppi della ‘Biologia della conservazione’.

L’ecologia in Italia è nata intorno agli anni ’70 del novecento, e la mia esperienza di ricerca inizia proprio in quegli anni a Parma, nel primo Laboratorio italiano di Ecologia (mentre al piano di sopra nasceva l’Etologia con Danilo Mainardi).

In quegli anni i temi dell’ecologia rappresentavano ‘il paradigma di un pensiero sociale che nasce da un utilizzo dei saperi scientifici, per tendere ad affermarsi anche politicamente e socialmente’. Nel 1962 negli USA il libro di Rachel Carson ‘Primavera silenziosa’, che denunciava il degrado dell’ambiente attraverso la descrizione delle morie di uccelli per l’uso eccessivo di pesticidi, ebbe un enorme effetto sull’opinione pubblica e questo libro viene comunemente preso come riferimento per l’avvio dei grandi movimenti ambientalisti. Per contro il volume didattico ‘Fondamenti di Ecologia’ di Odum, del 1959, rappresenta il primo tentativo di organizzazione disciplinare dei contenuti moderni di questa disciplina scientifica (benché il termine ecologia abbia origini ancora più remote, che affondano nella cultura naturalistica europea ottocentesca).

Nel campo biologico naturalistico era dominante in quegli anni una cultura disciplinare e specialistica, rivolta prevalentemente a sostenere con prove scientifiche la grande teoria evoluzionistica. Nel frattempo però una forte crescita economica e l’affermazione di una società consumistica stava trasformando la nostra società da ‘agricola’ ad ‘industriale’ a ‘società dei rifiuti’… Faccio un esempio; quando nel 1973 ho scritto la monografia ‘L’acqua nell’ambiente umano di Val Parma’ ad una decina di chilometri a monte della città venivano portati, dalla stessa azienda municipalizzata, e accumulati lungo l’ampio alveo ciottoloso tutti i rifiuti urbani della città. Alla prima piena questi venivano sistematicamente trasportati a valle della città e tutti gli alberi lungo le rive pensili del torrente venivano addobbati con plastiche di dimensioni, colori e fattezze varie, fino all’altezza a cui era arrivata l’ultima piena. Un paesaggio infernale, punteggiato di scarichi diretti in fiume dalle fognature urbane e dalle attività industriali e artigianali (la legge Merli sulla depurazione delle acque fu approvata solo nel 1976).

Era quindi comprensibile e anche auspicabile che maturasse una forte reazione nell’opinione pubblica, sempre più attenta ai fenomeni del degrado ambientale (in particolare i movimenti ecologisti). Molto più lenta è stata invece la risposta da parte della cultura accademica nel campo biologico – naturalistico e anche della nascente ricerca nel campo dell’Ecologia e delle Scienze Ambientali in genere.

Non vi è dubbio quindi che la nascita dei movimenti e dei partiti ‘ecologisti ‘ abbia segnato, nel bene e nel male, i destini dell’ecologia, oltre che di altre discipline ambientali, come ad esempio la biologia della conservazione.

Quindi dobbiamo ritenere che ‘Ecologia’ ed ‘Ecologismo’ siano dei sinonimi?

Negli anni è diventato sempre più necessario tenere ben distinti i ruoli e le azioni dei ‘Movimenti ecologisti’ dai modi di procedere dell’Ecologia, intesa come disciplina scientifica.

Senza nulla togliere al ruolo politico e di opinione che hanno avuto i partiti ‘Verdi’, in particolare nelle importanti esperienze dell’Europa Centrale, l’Ecologia come disciplina scientifica ha maturato un suo specifico corpus metodologico, fondato sul ‘metodo scientifico’, sulla interdisciplinarietà e sulla elaborazione di modelli di funzionamento dei vari ecosistemi, sia normali che patologici.

Nel tempo è stato quasi inevitabile che nascessero alcuni equivoci fra le posizioni ‘del movimentismo ecologista’ e la necessaria prudenza di una scienza ambientale che deve cercare delle risposte scientifiche al funzionamento di sistemi complessi , quali sono gli eco sistemi (struttura, funzione ed evoluzione). Mentre poi è stato possibile ricostruire lo stato di qualità e di funzionalità , attuale e passato, risulta invece oltremodo difficile prevedere le modalità di trasformazione dell’ambiente nel tempo, a causa dell’elevato numero di variabili in gioco. Pensiamo ad esempio al tema dei cambiamenti climatici, della biodiversità a livello planetario, della circolazione degli inquinanti su vasta scala, della gestione delle risorse idriche, ecc.

Da questa complessità è derivata anche la diffidenza di una opinione pubblica che vorrebbe sempre risposte certe e subito (come in genere si possono ottenere solo dalle cartomanti) e magari tranquillizzanti e a loro favorevoli. Salvo poi sostenere il luogo comune che … ‘tanto la ricerca è inutile e sono solo soldi buttati’.

Per sei anni hai fatto il Rettore di Ca’ Foscari e quindi sarai stato coinvolto nelle ‘Baruffe lagunari’ nelle quali l’opinione pubblica veneziana è stata sistematicamente divisa. Qual è il tuo punto di vista su come negli ultimi decenni è stato gestito questo ambiente così particolare?

La Laguna di Venezia rappresenta uno degli esempi più clamorosi evidenti della nostra incapacità di governare un ambiente che ci era stato tramandato da una civiltà che da oltre mille anni aveva commesso la follia di collocare una città dentro una Laguna e che, nonostante tutto, era riuscita a conservarla e a farla funzionare.

Per molti secoli questa città mercantile si era relazionata prevalentemente attraverso il mezzo acqueo, mentre da poco più di un secolo si è stabilmente ancorata alla terra ferma. E una volta perso il suo ruolo di regina dei mari si è progressivamente trasformata in una città–museo, che da qualche decennio vive quasi solo di un turismo, che sfrutta e consuma l’enorme quantità di ‘energia incorporata’ e accumulata durate i secoli gloriosi della sua storia.

La città di Venezia ha instaurato nel tempo un indissolubile rapporto simbiotico con la sua laguna, che fa parte integrante del suo paesaggio, delle modalità di scambio di merci e persone, come spazio di fruizione, per la pesca, la caccia, la balneazione ecc. Per questo sarebbe corretto parlare di un ‘sistema ambientale Venezia e la sua Laguna’. La Laguna costituisce infatti nel contempo la ‘green belt’ della città storica, il supporto liquido su cui la città si muove con mezzi vari, uno spazio produttivo per l’allevamento, l’itinerario di un turismo culturale e naturalistico, ecc.

Uno degli errori commessi è stato appunto quello di ragionare troppo spesso tenendo disgiunta la città insulare dal territorio complessivo della laguna, l’urbanistica della città in senso stretto da un ‘Piano urbanistico e ambientale del sistema città e laguna’, mescolando i confini comunali con i confini funzionali, evitando sistematicamente di pronunciarsi sul grande quesito: ‘Quale tipo di laguna vogliamo ottenere per quale tipo di città’. E questa mancanza di chiarezza ha rappresentato il vulnus che ha alimentato errori ed orrori.

Secondo la tua esperienza di ricercatore e anche di ex assessore al Comune di Venezia, quale dovrebbe essere l’approccio più corretto per arrivare a conciliare le istanze della politica e dell’opinione pubblica, con quelle delle scienze ambientali.

Il ‘sistema ambientale Venezia e Laguna’ non è mai stato solo un ‘ambiente naturale’ ma ha sempre costituito uno spazio ‘per utilizzi multipli’ che richiedeva quindi una capacità di coordinamento e di gestione idraulico-naturalistica, e delle compatibilità fra i diversi tipi di utilizzo. Per cui oggi non è pensabile che i grandi interventi su questo sistema ambientale possano venir decisi e attuati separatamente, senza una preventiva valutazione di ‘compatibilità’ rispetto ad un corretto funzionamento dell’ecosistema complessivo e   delle altre attività che vi vengono svolte.

Rispetto ai secoli passati, oggi sono radicalmente cambiati i tipi di pressioni (es. sostanze inquinanti, movimentazione dei sedimenti, mobilità, pesca, turismo ecc.) e l’autorevolezza politica del decisore che deve garantire il bene pubblico e l’interesse comune. Nei secoli passati la resilienza ambientale e una bassa pressione, consentivano di recuperare rapidamente l’equilibrio ecologico.

Oggi invece, per l’intensità dei processi di trasformazione dell’ambiente, diventa prioritario conoscere verso quale tipo di laguna si desidera tendere (es. in condizioni di assoluta naturalità, gestita delimitando zone con diversi livelli di naturalità, gestita alla stregua di un campo coltivato, oppure di un orto, di un giardino, o di un piazzale completamente asfaltato …). Non è quindi possibile accettare la logica di chi oggi decide di costruire una cassa di colmata per dare spazio all’industria, o di scavare un nuovo canale perché serve alla crocieristica; di chi si inventa una nuova tecnica di pesca distruttiva o di chi decide per il bene dell’industria nautica che i barchini possano viaggiare senza limiti di velocità, ecc.

Tutto questo non deve accadere semplicemente perché la resilienza della laguna non potrà più sopportare ulteriori pressioni; altrimenti la Laguna si trasformerà in un di braccio di mare inquinato, con un paesaggio monotono e privo di tipicità.

La laguna, la sua città e le isole richiedono quindi di fondare la loro gestione un progetto integrato, forte, condiviso e garantito nel tempo da una Autorità che abbia poi la forza e la competenza per attuarlo.

Non vedo alternative alla necessità di imparare a governare questo nostro ambiente ‘trasformato dall’uomo’, in modo che sia sempre in grado di autorigenerarsi e di durare nel tempo. Non si può sperare solo nella visione salvifica di una natura capace sempre di colorare i cieli di azzurro e i mari di blu. Dobbiamo invece imparare a governare e custodire questo nostro ambiente, assecondando le grandi potenzialità della natura con le nostre conoscenze scientifiche, in modo da ristabilire quel patto di reciproco rispetto che ha fatto, ad esempio, della nostra ‘civiltà contadina’ un esempio difficilmente superabile.

Grazie professore, a presto

 

 

 

Francesco MEZZATESTA: pioniere italiano della protezione degli uccelli e “fondatore” della LIPU

Sei identificato come il “segretario storico della Lipu”, quello che, assieme ad altri amici, ha contribuito a fondare e a sviluppare un’importante coscienza ambientalista nel nostro paese. Parallelamente, grazie al tuo lavoro pionieristico, hai fatto capire che l’ambientalismo ha un senso pieno quando viene seguito da azioni concrete, e l’hai ampiamente dimostrato inaugurando il “primo ospedale per rapaci” italiani, attività coraggiosa e all’epoca estremamente innovativa. Cosa trovi di altrettanto coraggioso ed innovativo nell’attuale panorama ambientalista italiano e cosa andrebbe fatto?

Negli anni ’70 Robin Chanter Segretario dell’Istituto Britannico di Firenze, che fino ad allora aveva ospitato nella sede di Lungarno Guicciardini la sigla Lenacdu (Lega Nazionale Contro la Distruzione degli Uccelli) si era stancato delle critiche animaliste che gli arrivavano da parte della cosiddetta “frangia lunatica” (“lunatic fringe”) del mondo protezionista e decise di “scaricare” su di me a Parma la Lenacdu . Nel mio garage di via Montebello 61 parcheggiai così un pacchetto di qualche centinaia di soci dell’associazione. Era tutta qui la Lenacdu. Non avevamo un collaboratore, non una sede non un soldo.

Chi ci aiutava era l’Aispa (Anglo italian society for the protection of animals) di Barbara Milne e Fulco Pratesi che, con Francesco Petretti, stampava Pro Avibus e saltuariamente un’impiegata del British Institute di Firenze Janes Roles Innocenti. Convinto che non si poteva continuare con un’associazione basata sul “contro” decisi, con Fulco Pratesi e altri, di cambiare e dare il via a un’associazione “per” che significava oasi, bird watching e tutto quanto fosse di positivo per fare crescere la conoscenza e la protezione della natura attraverso gli uccelli. Ecco allora la LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli).

Per fortuna qualche anno prima avevo fondato il “Centro recupero rapaci” il primo ospedale italiano che curava i falchi e le aquile ferite dai cacciatori. La stampa si interessava a questo ospedale ornitologico e ne approfittai per lanciare la Lipu partecipando a varie trasmissioni televisive portando in studio i rapaci curati e in attesa di liberazione. Tra tutte le trasmissioni quella che ci dette maggiore spazio e lanciò la Lipu fu “Portobello” dell’indimenticabile Enzo Tortora. Allora ci si basava su azioni concrete come il Centro rapaci e le oasi. Oggi sembra vi sia maggior interesse per i temi ambientali globali e l’innovazione in tutt’Europa sono i ragazzi di Friday for Future che ci danno la speranza di cambiare la mentalità corrente basata sul concetto di uno “sviluppo” infinito di un pianeta con risorse finite.

Però c’è il problema che si parla soprattutto della patologia del corpo-natura come l’inquinamento e i rifiuti e meno di anatomia e fisiologia dello stesso, cioè di come è fatta la biodiversità e come funziona. E’come se un medico parlasse della bronchite cronica e dell’enfisema polmonare senza sapere come sono fatti i polmoni e come funzionano.

La scommessa principale, quindi, dovrebbe consistere nell’introdurre nelle scuole primarie non tanto un generico “insegnamento sui temi ambientali” ma materie specifiche che insegnino a conoscere la base da cui partire, cioè la biodiversità e la natura e questo sia in teoria in classe che con uscite pratiche sul territorio.

Rete Natura 2000 e IBA (Important Bird Areas) nascono dall’applicazione delle strategie individuate dalla direttiva Habitat e della direttiva Uccelli, strumenti comunitari chiave per la conservazione e il ripristino della biodiversità. Pensi siano ancora oggi sufficienti?

Gli uccelli sono una chiave importante per leggere l’ambiente naturale. Le specie sono presenti se sono presenti habitat adeguati. Dobbiamo dire grazie all’Europa della natura per avere difeso i tesori naturali scampati all’antropizzazione. Se non avessimo avuto l’influenza determinante di Paesi del centro nord del vecchio continente più sensibili di noi mediterranei (in particolare purtroppo Italia, Grecia e Spagna) non avremmo mai potuto contare sulla straordinaria rete di Natura 2000 con le Important Bird Areas e nemmeno avremmo avuto le Direttive Uccelli e Habitat.

Oggi però bisognerebbe andare oltre il concetto di “oasi”. Non è più accettabile che tutto il territorio sia esposto a antropizzazioni (soprattutto a causa dell’ “inquinamento edilizio” che si mangia il suolo), con eccezione di alcune aree protette come parchi e oasi. Bisogna capovolgere il concetto. Cioè tutto il territorio deve essere protetto eccetto le zone in cui concedere le trasformazioni. Difficile? Impossibile? Solo il nuovo movimento dei giovani europei potrà far capire alla politica che la terra è un corpo naturale finito su cui ogni trasformazione incide come una ferita su un corpo umano.

Come giudichi oggi i diversi movimenti ambientalisti italiani? Come giocano le differenze tra ambientalisti, animalisti, antispecisti (solo per citarne alcuni) sulle effettive politiche ambientali nel nostro paese?

E’ un bene che vi siano protezionisti con diverse sensibilità. Però da parte mia pur avendo a cuore i diritti di ogni essere vivente mi definisco naturalista e non animalista. C’è un certa differenza tra chi si basa soprattutto sugli equilibri ecologici e chi ne fa più un problema ideologico e morale. Faccio l’esempio dei colombi che stanno proliferando a dismisura essendosi trasformati da specie selvatica a “animali malati d’uomo” e che hanno allargato la propria riproduzione primaverile a tutto l’anno.

C’è chi continua a dar da mangiare ai piccioni nonostante i divieti favorendone un’ulteriore proliferazione e opponendosi a che vengano controllati, non accorgendosi, ad esempio che, per limitare i colombi, le Amministrazioni comunali chiudono con cemento tutti i fori dei centri storici dove nidificano uccelli selvatici come rondoni, pipistrelli, geki, farfalle ecc.

Un altro esempio di contrasto tra la visione naturalistica e quella animalista è la denuncia fatta da animalisti contro il Parco Nazionale dell’Arcipelago toscano colpevole di avere effettuato una derattizzazione sull’isola di Montecristo per salvare la locale popolazione di Berte minori, che sull’isola veniva decimata dai ratti.

Per un naturalista un uccello marino minacciato di estinzione è un valore importante e non è paragonabile a un ratto ma da un punto di vista morale il valore di una mosca equivale a quello di un’ Aquila reale.

La Lipu è partner italiano di BirdLife International, la più grande federazione di associazioni di protezione degli uccelli del mondo. Nel resto del mondo, BirdLife International, così come tutte le altre associazioni che lavorano per scopi conservativi si scontrano immediatamente con la necessità di avviare un’attività di lobby parlamentare e politiche ambientali senza le quali, la conservazione della natura, rimarrebbe un mero proposito etico. Come giudichi l’attualità italiana a riguardo e cosa successe nel passato?

La Lipu e le associazioni protezionistiche italiane svolgono un ruolo fondamentale di controllo e tutela dei beni comuni e anche una corretta azione di lobby in favore della natura. La politica però, anche sotto la pressione di interessi economici, è quella che decide. Come rimanere indipendenti pur dovendo rapportarsi con scelte politiche che possono danneggiare specie e habitat ?

Denunciare le malefatte e fare proposte a tutte le forze politiche senza dare l’impressione di aderire necessariamente a qualche schieramento presuppone un’indipendenza di pensiero e di comportamento indubbiamente non facile ma necessario se si vuole ottenere il risultato di difendere il territorio e la biodiversità.

Il problema però si pone quando si toccano tasti pericolosi come nel caso del referendum sulla caccia del 1989-90 che proposi a partiti e associazioni e del cui Comitato organizzatore ero coordinatore. Pur portando 18 milioni di italiani a votare SI per abolire l’art. 842 del Codice civile che ancora incredibilmente consente ai soli cacciatori di entrare senza permesso nei terreni privati agricoli, non raggiungemmo, sia pur per poco, il quorum del 50% + 1. A boicottare la consultazione si mobilitarono forze industriali enormi con spese pubblicitarie su tutti i media sostenendo la tesi del “referendum inutile”.

Alcuni partiti fecero marcia indietro a metà del percorso e le pressioni arrivarono anche su figure insospettabili. Nonostante che in seguito al referendum sia stata varata una legge sulla caccia migliorativa rispetto al passato (n. 157/92), al sottoscritto la fecero pagare ma, se potessi, rifarei tutto perché non c’è nulla di più gratificante che credere ai propri ideali di vita e seguirli sempre.

Grazie Francesco

 

 

Roberto DELLA SETA*: ruolo dell’ambientalismo nella biologia della conservazione

*Già Presidente di Legambiente e dal 2008 al 2013
  È stato senatore del Pd e capogruppo nella Commissione Ambiente nella XVI Legislatura
  Attualmente presiede la Fondazione Europa Ecologia

 

I recenti risultati delle elezioni europee ci hanno descritto una vera e propria “ondata verde” in quasi tutto il continente a parte l’Italia dove, in assoluta controtendenza, Europa Verde riesce ad ottenere un consenso del 2.4%. L’Europa della solidarietà e un impegno concreto contro la crisi climatica sono stati metabolizzati da molti europei, ma non dagli italiani. Se e cosa non ha funzionato?
In effetti le elezioni europee del 26 maggio hanno visto quasi tutta l’Europa investita da una grande onda verde che ha risparmiato quasi soltanto l’Italia. Ci sono paesi come la Germania e la Francia dove ormai i verdi sono la forza progressista più importante; in Germania (gli ultimi sondaggi li danno addirittura come primo partito), ce ne sono altri, come il Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio, Austria e molti paesi scandinavi, dove i verdi hanno ottenuto risultati a doppia cifra sopra, ma anche l’Europa mediterranea con la Spagna e il Portogallo ha eletto europarlamentari verdi.

Le ragioni che vedono l’Italia esclusa dal grandissimo successo dei verdi in Europa sono diverse, ma credo che la principale dipenda dalla inadeguatezza dell’offerta politica ecologista nel nostro paese. I verdi italiani sono ancora quello che erano sostanzialmente 20 o 30 anni fa, un piccolo partito nato dal seno della sinistra radicale.

In tutta Europa i verdi hanno cambiato profilo diventando una forza protagonista di un grande proposta di riformismo green, senza mai rinunciare a nulla dei propri valori direi quasi rivoluzionari, è stata in grado di misurarsi, spesso anche con successo, con la complessità contemporanea delle azioni di governo. Basti pensare  che i verdi governano da tempo e con successo una delle regioni tedesche più ricche industrializzate come il Baden-Württemberg. Questo cambio di passo in Italia non c’è stato e credo che questo sia questa sia la radice dell’insuccesso, del flop ennesimo dei Verdi italiani dei verdi in Italia, naturalmente questo insuccesso è anche la misura di una difficoltà di tutta la politica italiana a fare i conti con la sfida ambientale.

L’inadeguatezza dei verdi italiani si accompagna a quelle delle altre forze politiche tradizionali del nostro paese che sono palesemente più indietro che nel resto d’Europa rispetto ai temi ambientali. I socialisti europei spesso ormai hanno integrato fortemente i temi ambientali nei loro programmi, penso al Regno Unito e alla Spagna, esempi di due grandi paesi europei dove socialisti non solo resistono, ma avanzano.

In Italia, il Partito Democratico, che è il partito del che rappresenta il nostro paese nel Partito Socialista europeo nel gruppo socialista al Parlamento Europeo, rimane ancora molto lontano da questa consapevolezza, così come le altre forze politiche. Un altro esempio è il centro-destra europeo è quello che ha il volto di Angela Merkel che è molto molto più ambientalista di qualunque esponente del partito democratico italiana. Quindi, come vedi, il fallimento della proposta verde in Italia non credo ci sia un problema di arretratezza dell’elettorato italiano rispetto ai temi ambientali.

Gli italiani hanno dimostrato In tante occasioni di essere molto consapevoli e molto sensibili ai temi dell’ambiente; basti ricordare il trionfo del referendum contro il nucleare prima dell’87 e, pochi anni fa, quello per l’acqua pubblica; quella che è mancata è la capacità delle forze politiche di tradurre questa sensibilità di base in offerta politica.

L’elettorato italiano ha tentato altre strade; penso che il grande successo del M5S delle scorse elezioni politiche nasca anche dal fatto che 5 Stelle si fossero caratterizzati fortemente sui temi ambientali, oggi questa strada l’hanno quasi del tutto abbandonata.

Non so come si possa ripartire, ma sicuramente lo si dovrà fare dalle fondamenta;  bisogna prendere atto del fallimento del progetto che ha il nome e il volto dei verdi italiani per avviare una nuova offerta ecologista caratterizzata da una visione e una proposta radicali, ma allo stesso tempo deve essere caratterizzata dalla capacità pragmatica di misurarsi con tutti i temi del governo di una società complessa come la nostra

Penso che oggi difendere l’ambiente non vuol dire più come voleva dire 20 o 30 anni fa resistere alle leggi dell’economia e alle leggi del profitto, ma vuol dire essere in grado  di applicare i principi e i protocolli del Green New Deal che, in Italia e in Europa significa lavorare per la riconversione ecologica delle produzioni e dei consumi. Questa è la strada per ridurre il rischio di una marginalizzazione dell’Europa che sta per diventare sempre di più un’area periferica nello scacchiere globale geopolitico. Siamo in pochi rispetto agli altri continenti e l’unico modo per mantenere un peso importante è quello di continuare ad essere leader nei  processi di riconversione ecologica dell’economia. Non so se questa possibilità in Italia qualcuno saprà raccoglierla Ma io penso che davvero non ci siano alternative.

Come giudichi gli sforzi della politiche ambientaliste nel decennio che l’IUCN ha dedicato alla Biodiversità (2010-2020)?
In Italia il bilancio che si può fare a oggi delle politiche legate al tema della biodiversità non è un bilancio entusiasmante perché nel nostro paese non è entusiasmante il bilancio delle politiche ambientali.

E’ ormai da una decina d’anni in cui le politiche ambientali rappresentano la cenerentola nelle preoccupazioni di chi governa a cominciare dalla scelta di destinazione delle risorse pubbliche. I Parchi Nazionali, e non solo vedono, ridursi anno dopo anno i trasferimenti di risorse dallo stato; oggi possono contare su fondi su stanziamenti che sono molto più bassi per ettaro di quelli su cui può contare la protezione della natura nelle aree protette nel resto d’Europa.

Naturalmente tutelare la biodiversità non passa soltanto attraverso le attività nelle aree a diverso regime di protezione, ma certamente quello è un elemento decisivo,                                         e rappresenta una cartina da tornasole della priorità rappresentata dalle politiche di difesa della biodiversità.

In questi anni, in particolare in Italia, non c’è stato neanche uno sforzo leggero e appena sufficiente per affrontare una delle grandi minaccia per la biodiversità rappresentata dalla crisi dei cambiamenti climatici, che non è più un pericolo proiettato nel futuro, ma è una realtà già oggi molto incisiva; basta misurare i processi di inaridimento del suolo, in particolare nel sud d’Italia e come questo si traduce nel rischio di estinzione di specie animali e vegetali che cambia il volto del nostro territorio.

In questo bilancio, io stesso ho qualche responsabilità così come una parte del mondo ambientalista che non sempre ha saputo compiere quel cambio di passo rispetto al passato. Penso ancora una volta che le politiche ambientali non debbano soltanto resistere alle minacce che pesano sulla biodiversità, dobbiamo capire che tutelare la biodiversità è anche una grande occasione, per esempio, di sviluppo locale.

Spesso i parchi italiani non sono messi nelle condizioni di valorizzare queste opportunità Qualche volta anche perché ci sono associazioni ambientaliste che continuano a privilegiare un’idea di parco, di un’area protetta, di protezione della biodiversità semplicemente come un insieme di divieti, di vincoli, di proibizioni. E questa, credo, che sia una strada che prima o poi bisognerà superare

La biologia della conservazione (branca della biologia che studia scientificamente i fenomeni che influiscono sulla perdita, sul mantenimento e sul ripristino della biodiversità) ha bisogno di scelte politiche che si basino su assiomi scientifici. Come influisce la scienza sulle politiche ambientaliste messe in atto che hanno come oggetto la biodiversità in Italia?
La scienza in Italia non gode di grande popolarità, di grande fortuna, questo avviene in tutti i campi. Naturalmente viene alla mente questioni come quella legata ai vaccini. L’Italia è attraversata, storicamente, da un fiume sotterraneo di diffidenza verso la scienza, che investe anche, in parte, l’azione e il profilo di chi si batte in difesa della natura.

Esiste un ambientalismo antiscientifico, è inutile nasconderlo. Io credo che sia minoritario, anche perché le principali associazioni ambientaliste dal WWF a Legambiente, hanno certamente uno sguardo sulla scienza completamente, ma questo tema esiste.

Credo altrettanto importante, e pesante, sia il fatto che le nostre classi dirigenti sempre di meno sono selezionate sulla base della competenza tecnica scientifica, e in generale culturale.

Oggi questo decadimento della competenza, forse ha raggiunto i suoi livelli massimi. Viviamo in un epoca in cui l’incompetenza è considerata quasi una virtù per chi fa politica o per chi assume ruoli dirigenziali. Oggi l’incompetente in qualche modo è un homo novus, non viene dall’establishment. Ecco, questa condanna della competenza credo che sul nostro paese abbia avuto, e stia avendo, delle conseguenze estremamente dannose che dureranno molto a lungo.

Questo è evidente anche nelle politiche ambientaliste; uno sguardo alle biografie, al curriculum di molti degli ultimi ministri dell’ambiente, o di molte assessori regionali all’ambiente, rende bene l’idea.

Ancora oggi persiste l’equivoco che le aree protette siano l’obiettivo della conservazione e non lo strumento per la sua attuazione, così la maggior parte sono sprovviste di strumenti propedeutici alla loro funzione come i Piani di Gestione e dei loro organi costituenti chiave come quello di Direttore e di Presidente e sono diventate spesso traino di folklore locale. Come pensi dovrebbe essere risolto l’attuale vulnus conservativo italiano?
Sono d’accordo che le aree protette non sono l’obiettivo della conservazione ma ne rappresentano lo strumento. Come sappiamo le aree protette rappresentano la strategia  più importanti per un efficace conservazione della natura e, in Italia, credo soffrano anche di molti limiti.

Quando ero in Parlamento ho provato a proporre e a far approvare un disegno di legge che riguardava proprio alcune modifiche della legge quadro sulle aree protette, che è stata un’ottima legge che ha consentito di ricondurre a forma di protezione più del 10% del territorio nazionale, ma che oggi ha bisogno di essere in qualche sua parte rinnovata.

Per esempio penso che i criteri di nomina dei Presidenti dei Parchi nazionali, che oggi prevedono un’intesa tra il Ministero dell’ambiente e le Regione interessate dal perimetro del Parco; quando manca questo accordo, ci troviamo nella situazione attuale in cui un gran numero di Parchi italiani sono senza Presidente, sono commissariati, e un parco commissariato è un parco che non può funzionare.

Parallelamente  esiste un problema di risorse economiche e finanziarie per i parchi italiani, ma c’è anche un problema di governance inefficace. Come ti ho anticipato viviamo una crisi di grandi incompetenze, così come Presidenti spesso privilegiano figure che non hanno alcun legame con la storia di quel parco, in generale, ma soprattutto con le necessità di una efficace opera di conservazione della natura che è il motivo fondamentale di istituzione di un Parco.

Penso che il processo di manutenzione della L.N.394/91 che preveda il mantenimento di molti aspetti che rimangono attuali, ma che corregga una serie di errori, potrebbe riuscire a mettere in condizioni i Parchi di una governance sicura e a non dover attraversare anni e anni di commissariamento, per poi ottenere strumenti effettivi per coniugare la conservazione della biodiversità a progetti efficaci di sviluppo locale.

Mai come ora le associazioni ambientaliste hanno un ruolo rilevante nella politica italiana, per fare un esempio penso al loro funzione dirimente nei diversi tentativi di approvazione e di attuazione dei vari Piani Lupo che si sono succeduti durante il presente ed i recenti governi. Che ne pensi delle ricadute pratiche di tale protagonismo?
Non so se oggi le associazioni ambientaliste abbiano un ruolo così rilevante nella politica ambientale italiana. Di sicuro hanno un ruolo fondamentale, decisivo e crescente nell’orientare l’opinione pubblica, ma oggi le associazioni ambientaliste (dotate di forti capacità e di conoscenze a disposizione di chi deve prendere decisioni) trovano difficoltà forse crescenti nel dare un contributo utile a queste politiche ambientali che sono totalmente slegate da qualsiasi criterio di competenza.

Per quanto riguarda la politica direttamente legata alle scelte legate alla biologia della conservazione, credo che le associazioni ambientaliste dovrebbero trovare una via comune, cosa che finora non è successa.

Penso, per esempio, al tema del controllo faunistico, materia, da sempre, oggetto di grandi discussioni e di grandi polemiche. Non c’è dubbio che in Italia esista un problema di danni causati da alcune specie di fauna selvatica, ma non c’è dubbio nemmeno che spesso, il tema del controllo viene utilizzato come pretesto per aprire l’attività venatoria anche in aree a diverso regime di protezione, alimentando la “confusione” che esiste tra controllo faunistico e ordinaria attività venatoria.

Come sai bene, come “gruppo dei 30” ci siamo opposti alla modifica della 394/91 (Legge Quadro sulle Aree Protette) così come proposta, e le tue risposte mi hanno solleticato ancora altre domande e confronti più pertinenti sul significato e ruolo della governance delle aree protette.
Grazie Roberto e a presto