Un primo gruppo riproduttivo di Canis aureus in Provincia di Trento (Italia nord-orientale)

di Rocca* M., Brugnoli* A. & Lapini** L.

*  Associazione Cacciatori Trentini
**Museo Friulano di Storia Naturale, UD

 

Premessa

Lo sciacallo dorato europeo (Canis aureus moreoticus) sta attraversando una fase di grande espansione in tutta Europa, che l’ha ormai portato a colonizzare anche diverse regioni d’Italia (Lapini et al., 2018; Lapini, 2019).

Attualmente la specie è diffusa in Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia -Romagna, dove è ormai diffuso in almeno cinque diverse province (Lapini et al., 2021, submitted).

La presenza di Canis aureus nella Regione Autonoma Trentino-Alto Adige è nota già dall’inizio di agosto 2009, quando un grande maschio di questa specie è stato abbattuto per errore in Val Pusteria (loc. Caminata, Campo Tures, Bolzano) (Lapini, 2009-2010; Lapini et al., 2018).

Successivamente la presenza della specie nella regione è stata segnalata sul monte Soennenberg venostano sopra Silandro, ad una quota di 1725 m s.l.m., dove – come dimostra la ripresa di un giovane risalente al 16-17 maggio 2014- si era già riprodotta da qualche tempo (Lapini et al., 2016; Lapini, 2019).

La maggior parte dei dati disponibili sulla situazione in questa Regione a statuto speciale, tuttavia, sono ancor oggi riferiti ad investimenti stradali e ferroviari.

Nella Provincia autonoma di Bolzano attualmente si stima la presenza di due diversi gruppi riproduttivi territoriali di questo piccolo canide, ma per vari problemi di ordine umano e sociale non è ancora mai stato possibile effettuare verifiche della situazione con le moderne metodiche bio-acustiche ormai utilizzate in tutta Europa (Hatlauf et al., 2016).

Nella Provincia Autonoma di Trento, invece, la situazione è stata costantemente verificata, con varie survey bio-acustiche seguite sia ad investimenti stradali (2012), sia a dati opportunistici di qualità C1 (sensu Hatlauf et al., 2016), probabilmente sempre riferibili a giovani maschi in dispersione. Fino ad oggi, infatti, in questa zona non era mai stato possibile dimostrare la riproduzione di questo piccolo canide, nonostante esistano recenti evidenze riproduttive per la vicina area insubrica gardesana (Lapini et al., 2021).

 

I fatti

Il 13 giugno 2020 il cacciatore G. Bottesi ha avvistato uno strano canide sull’altopiano di Fiavè (Trento). Gli avvistamenti sono proseguiti, il 20 agosto ripresi anche in phone-scoping attraverso un cannocchiale. Le riprese sono state consegnate ad uno degli Autori (M. R.), dipendente dell’Associazione Cacciatori Trentini. Si trattava della conferma che l’animale era uno sciacallo dorato (Canis aureus), canide già comparso più volte nella Provincia di Trento con vari maschi giovani in dispersione, dei quali uno era anche stato investito da automobili (2012).

La nostra prima interpretazione della vicenda era stata orientata da questi precedenti, portandoci a ipotizzare sì trattasse di un altro giovane in dispersione; ma la sua prolungata presenza a Fiavè era abbastanza insolita per un giovane in dispersione.

Così M. R. ha cercato di approfondire utilizzando foto-trappole. I suoi sforzi sono stati ripagati il 27 dicembre 2020, quando le fototrappole hanno ripreso un altro sciacallo dorato nel Biotopo umido della torbiera di Fiavè. Ma M. R. non si è fermato, insistendo con il camera-trapping fino alle notti del 6 e 8 gennaio 2021, quando ha ripreso due animali assieme.

A quel punto era necessaria una verifica bio-acustica, per confermare la presenza di un gruppo territoriale riproduttivo. Solo i gruppi riproduttivi emettono serie di ululati corali completi di firma acustica finale (un lamentoso inconfondibile uau uau), che risulta diagnostica sia per riconoscere la specie, sia per sancire che il gruppo si è riprodotto. La firma acustica finale viene infatti emessa dai giovani dell’anno, oppure da una madre che cerca di richiamare la loro attenzione.

Così A. B., direttore tecnico dell’Associazione Cacciatori Trentini, si è subito adoperato per organizzare una verifica bio-acustica chiamando L. L., specialista del gruppo internazionale Gojage (Golden Jackal informal Study Group Europe) (https://sites.google.com/site/canisaureusmoreoticus/bibliography).

La sera del 27 gennaio 2021 ci siamo quindi trovati a Fiavè per una survey bio-acustica standard Gojage.

Gli operatori presenti erano: Luca Lapini (Museo Friulano di Storia Naturale, UD), Michele Rocca e Luca Brochetti (Associazione Cacciatori Trentini,  TN), Nicola Panelatti (Corpo Forestale Trentino), Natalia Bragalanti (Servizio Faunistico della Provincia Autonoma di Trento).

Già alla quinta emissione del primo punto di stimolazione standard Gojage è partita una bella serie di risposte complete di firma acustica finale. I cantanti sembravano essere 3-5. E’ stato anche possibile osservare tre animali grazie alla notte luminosa e al forte contrasto col bianco della neve. Incuriositi, abbiamo emesso una sesta sequenza di richiami che hanno stimolato ulteriori risposte.

Gli animali si stavano spostando verso il Biotopo di Fiavè e dopo qualche tempo hanno spontaneamente emesso una lunga serie di vocalizzi che sembravano provenire proprio dalla torbiera protetta con l’istituzione del Biotopo. Questa lunga ed articolata serie spontanea di vocalizzi e yip howls consolida la stima iniziale di 3-5 esemplari.

Si è quindi potuto confermare la presenza di un primo gruppo riproduttivo territoriale di sciacalli dorati nella Provincia Autonoma di Trento.

Altre due stazioni di stimolazione standard Gojage ci hanno poi permesso di coprire tutta l’area, concludendo in prima approssimazione che nella zona non sembrano esserci altri gruppi.

 

 

 

Visione invernale della Torbiera di Fiavè, teatro delle osservazioni di cui si riferisce in queste pagine. Foto M. Rocca

 

Canis aureus ripreso nella Torbiera il 27 dicembre 2020. Foto M. Rocca

 

 

Coppia di sciacalli dorati ripresi nella Torbiera tra il 6 e l’8 gennaio 2021. In primo piano il maschio. L’inserto in alto a destra mostra una buffa espressione di un altro soggetto ripreso in Torbiera nello stesso periodo di camera-trapping. Foto M. Rocca

 

 

Osservazioni preliminari e prospettive

La localizzazione di un primo gruppo territoriale riproduttivo di Canis aureus nella Provincia di Trento potrebbe indicare che la presenza del piccolo canide sia sottostimata in tutta la Regione Autooma Trentino-Alto Adige, oppure che la recente costituzione di un gruppo territoriale nella limitrofa Provincia di Verona (Lapini et al., 2021) abbia iniziato a favorire la formazione di nuovi gruppi familiari secondo il ben noto meccanismo di espansione di tipo stepping-stone.

Merita tuttavia rilevare che le presenze pregresse di animali giovani in dispersione nel territorio provinciale sono così abbondanti e diffuse nel tempo e nello spazio che pare verosimile che la presenza di gruppi riproduttivi della specie sia ancora sottostimata.

Sembra opportuno incrementare le verifiche bio-acustiche su tutto il territorio della Provincia Autonoma di Trento, per il momento seguendo le metodologie opportunistiche utilizzate in tutta Italia (Lapini et al., 2018; Lapini, 2019; Lapini et al., 2021). In questa fase dell’espansione, ancora dominata da una distribuzione stocastica dei gruppi familiari non sembra opportuno adottare metodiche estensive (Fusillo & Lapini, 2016), visto che tutti i gruppi riproduttivi finora localizzati in Italia sono stati individuati con metodo opportunistico, quasi sempre grazie a segnalazioni di cacciatori e organizzazioni venatorie.

La immediata segnalazione al pubblico dei dati di presenza della specie è fondamentale per la sua conservazione, visto che questo piccolo canide viene sovente abbattuto per errore nel corso dei prelievi di volpi. La specie è protetta dalla LN 157/92 e dall’Appendice V della Direttiva Habitat 92/43 CEE.

Le più affidabili stime numeriche attualmente disponibili riferiscono di 180-190 individui di questa specie in tutta Italia (Lapini & Banea, 2021). Anche se le recentissime scoperte relative all’Emilia Romagna (Lapini et al., 2021 subm.) portano ad elevare questi numeri di poco al di sopra dei 200 esemplari, la specie resta uno dei carnivori italiani più rari.

Bibliografia

Fusillo R., Lapini L., 2016. Canis aureus. In: Stoch F. & Genovesi P. (Cur.), 2016. Manuali per il monitoraggio di specie e habitat di interesse comunitario (Direttiva 92/43/CEE) in Italia: specie animali. ISPRA, Serie Manuali e linee guida, 141/2016.

Hatlauf J., Banea O. & Lapini L., 2016. Assessment of golden jackal species (Canis aureus, L. 1758) records in natural areas out of their known historic range. Technical Report: GOJAGE Criteria and Guidelines.–GOJAGE E-Bulletin 12.02.

Lapini L., 2009-2010. Lo sciacallo dorato Canis aureus moreoticus (I. Geoffroy Saint Hilaire, 1835) nell’Italia nordorientale (Carnivora: Canidae). Tesi di Laurea in Zoologia, Fac. Di Scienze Naturali dell’Univ. di Trieste, V. Ord., relatore E. Pizzul: 1-118.

Lapini L., 2019. Nuove presenze, problemi vecchi: il caso dello sciacallo dorato in Italia. Habitatonline, Novembre 2019

https://www.habitatonline.eu/2019/11/nuove-presenze-problemi-vecchi-il-caso-dello-sciacallo-dorato-canis-aureus-in-italia/

Lapini L. & Banea O., 2021. The story of the golden jackal and the River Po. GOJAGE E-bulletin, 11th of January 2021.

gojage.blogspot.com/2021/01/all-road-lead-to-rome-european-golden.html?m=1

 

Lapini L., Caldana M. & Amori G., 2016. Evolution and trends of the populations of Canis aureus moreoticus in Italy. In: Chirichella R., Imperio S., Molinari A., Sozio G., Mazzaracca S., Preatoni D.G. (Eds.) 2016. X Congr. It. Teriologia. Hystrix, the Italian Journal of Mammalogy 27 (Supplement):110.

Un PDF a colori del Poster presentato al X Congr. Di Teriologia è liberamente scaricabile dall’indirizzo   https://www.researchgate.net/publication/301542516_Lapini_L_Caldana_M_Amori_G_2016_Evolution_and_trends_of_the_populations_of_Canis_aureus_moreoticus_in_Italy

Lapini L., Dreon L., Caldana M. & Villa M., 2018. Distribuzione, espansione e problemi di conservazione di Canis aureus  in Italia (Carnivora, Canidae). Quaderni del Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara , 6  (2018) : 89-96.

Lapini L., Fedele P., Fior E., Ferri M., Villa M. & Nonnis Marzano F. , 2021 (Submitted to Hystrix). A reproductive group of golden jackals (Canis aureus L.) South to the Po River (Mammalia: Canidae). Submitted to Hystrix, Italian Journal of Mammology.

Lapini L., Zanetti A., Salvelli A., Brugnoli A., Nonnis Marzano F., Ferrais D. & Mancassola M., 2021 (in stampa). Lo sciacallo dorato (Canis aureus Linnaeus, 1758) tra il Lago di Garda e la città di Verona (Carnivora: Canidae). Memorie del Museo Civico di Storia Naturale di Verona, 2° serie Monografie Naturalistiche 6 – 2020, in stampa.

 

L’immagine del lupo: istruzioni per costruire la bestia

di Mauro FATTOR

Caporedattore della Redazione Culturale del quotidiano “Alto Adige” di Bolzano

 

Decidere di intervenire in modo puntuale su un lupo confidente è un fatto gestionale. Persino decidere di eliminare 200 orsi e 11 lupi, come sta facendo il governo sloveno, è un fatto gestionale.

Il riferimento è sempre la sostenibilità del prelievo rispetto alla situazione delle due specie in un determinato contesto. Decidere invece di costruire, e offrire all’opinione pubblica, l’immagine del lupo come Animale sanguinario, come “belva”, è un fatto culturale.

Questa è la strada prevalente oggi in Alto Adige. Una strada che recupera e rilancia stereotipi medioevali sul lupo – dunque prescientifici – e che lo fa in larga misura attraverso un uso spregiudicato delle immagini. Una scelta questa moderna, anzi modernissima in epoca di comunicazione visuale.

Una scelta che ha un solo obiettivo: sovrastare l’opinione pubblica sul piano emotivo sopperendo da una parte alla relativa povertà di contenuti e dall’altra “impedendo” l’esercizio del pensiero critico rispetto alla presenza dei grandi predatori. Da questo punto di vista, il fascicolo sul lupo pubblicato dal Bauernbund – l’Associazione dei contadini altoatesini –  il 13 luglio scorso e distribuito con il  principale quotidiano di lingua tedesca della provincia, il “Dolomiten”, rappresenta un punto di non ritorno. Diciotto delle 32 pagine sono infatti occupate da pure e semplici immagini di animali – pecore, capre, vitelli, cavalli – predati dal lupo con reiterata ostentazione di budella, sangue, sventramenti, mutilazioni e carcasse.

Una nuance pulp, per dirla alla Tarantino, che punta alla colpevolizzazione, sul piano etico, del lupo e al conseguente disimpegno morale dell’opinione pubblica rispetto a ragionamenti appena più sofisticati e complessi di tutela e responsabilità nella gestione degli ecosistemi. Perchè dopo il Medioevo c’è stato Superquark, questo è il problema. Questo significa che per portare l’opinione pubblica ad odiare il lupo bisogna procedere ad una ristrutturazione cognitiva della sua immagine.

Può sembrare bizzarro, ma il lupo va “disumanizzato”, nel senso che va chiuso qualsiasi canale empatico. I grandi predatori, sin dall’antichità sono portatori di metafore complesse in cui bene e male coabitano. Basti pensare all’araldica dove lupi e orsi sono presenti a profusione, oppure agli animali totemici dove, ancora, il lupo la fa da padrone, o al mito della fondazione di Roma con la lupa che allatta i gemelli. Presso i Greci il lupo era sacro ad Apollo come lo era a Marte nel mondo latino. Lo stesso nel mondo germano-nordico dove Odino e lupo sono quasi sinonimi.

In aggiunta a questo poi è arrivata la scienza, l’attenzione all’ecologia, uno sguardo più obiettivo sui rapporti predatori-prede. Serve dunque un’operazione che cancelli tutto il positivo e che lasci solo il negativo, che tolga il terreno sotto i piedi a ogni possibile empatia, diretta o culturalmente ereditata. Il lupo deve essere “radicalmente altro”, tra uomini e predatori va creata una distanza incolmabile. Va detto che disumanizzazione, colpevolizzazione e conseguente disimpegno morale, sono tappe necessarie e imprescindibili nella costruzione del Nemico. Di un qualsiasi nemico, a qualsiasi latitudine. Ad un diverso livello, sono esattamente gli stessi meccanismi che hanno operato nella Germania hitleriana rispetto alla figura dell’ebreo, o negli Stati Uniti nella rappresentazione del nemico giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale.

A questo va aggiunto un ulteriore elemento: l’individuazione di un fine superiore, che nel caso dei nazisti era la difesa della razza, negli Stati Uniti la difesa della nazione, e nel caso del lupo in Alto Adige è la difesa dell’agricoltura tradizionale o, più semplicemente della Tradizione, percepita come elemento privo di dinamismo, esattamente come la nazione o la razza: eterne e immutabili. Una valore a priori. L’immagine del lupo veicolata oggi dal radicalismo della parte più conservatrice, se non reazionaria, della società altoatesina ci arriva direttamente dal Medioevo (non dall’Antichità, dove il rapporto con questo predatore è sempre stato in chiaroscuro).

Il lupo dei bestiari medioevali è un animale che ama il male fine a se stesso; quando cattura un agnello o un vitello, li tortura prima di farli a pezzi e divorarli: è l’immagine stessa del diavolo che tormenta gli uomini e i monaci prima di precipitarli nel baratro infernale. Feroce e crudele, il lupo ammazza sempre più prede di quante gliene servano per nutrirsi; in questo ricorda i potenti baroni feudali che per pura cupidigia spogliano i contadini di tutto quanto possiedono, pur non avendo bisogno di niente. Per raccontare tutto questo oggi, per riportare in vita questo immaginario, si utilizzano le istantanee cruente delle predazioni, e più cruente sono meglio è.

L’ostentazione strumentale dell’evento predatorio naturale realizza un’iconografia funzionale alla costruzione di una narrazione che deve sostituirsi al ragionamento e all’analisi dei problemi. Che parli alla pancia e non alla testa, che alimenti la paura. Ora, tutto questo se restasse confinato al caso del lupo potrebbe apparire tragicamente folkloristico, ma non è così.

Questo tipo di comunicazione strumentale agisce infatti attraverso gli stessi meccanismi di suggestione che oggi inondano il web e che determinano gli orientamenti dell’opinione pubblica, per esempio sulla questione migranti. La rappresentazione plastica di questo teorema ha avuto la sua più recente celebrazione a Villandro – paesino della Val d’Isarco, sempre in Alto Adige –  dove sopra uno dei grandi tabelloni che inneggiano ad un Sudtirolo libero da lupi (“Proteggete i vostri bambini!”) con l’immagine di un predatore che mostra i canini in atteggiamento terrifico, è stato incollato da ignoti un secondo manifesto con una ragazza bianca terrorizzata o infastidita, nauseata al punto da tapparsi il naso, avvicinata in maniera molesta da un ragazzo di colore, il tutto all’insegna del motto “Difendiamoci da lupi e neri”. Dunque il primo no è propedeutico al secondo, con una linea di continuità di cui si accorgerebbe anche un cieco e che sta diventando un tratto strutturale di ampi segmenti delle nostre società.

Ad inquietare ancor più di questo, dovrebbe essere poi il fatto che nessuno fino ad oggi, tra i partiti cosiddetti progressisti, ad esempio, abbia avuto la lungimiranza, la prontezza e la capacità di contrastare e contestare questo modo di agire, questo micidiale meccanismo “culturale” di costruzione del consenso che un pezzo alla volta sta intossicando la politica e i processi decisionali, sdoganando un uso sguaiato e violento del linguaggio e delle immagini  finendo con il legittimare azioni  illegali o fino a poco tempo socialmente riprovevoli.

E forse non è un caso che in Tirolo, dove il fronte rurale utilizza gli stessi argomenti largamente abusati anche a sud del Brennero, proprio i primi giorni di agosto a Sellrain, nel comprensorio di Innsbruck – dove i lupi si contano sulle dita di mezza mano – sia stata trovata nel bosco la carcassa di un lupo ucciso e decapitato. La Belva finalmente giustiziata.