Paolo CAVALLINI* : da aprile 2018 Presidente di QGIS.ORG

*Fondatore Faunalia
*Presidente QGIS.org
* https://www.osgeo.org/member/paolo-cavallini/

Penso di non andare molto lontano se provo a immaginare la tua mappa mentale come una rappresentazione del pensiero in cui ci sono due componenti principali: una solita e rigorosa base naturalistica e un altrettanto rilevante componente informatica. Quali delle due sono state determinanti, se lo sono state, per la gestione dei conflitti che hai incontrato fino ad ora nel tuo lavoro?
Sicuramente la comprensione dell’etologia mi ha aiutato più di quanto non faccia l’informatica. Trovo che la forma mentale richiesta dall’informatica tenda spesso a ridurre i problemi a schemi trattabili da un punto di vista computazionale, con un approccio che gli umani trovano spesso troppo duro.

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Luigi BOITANI*: Status della biologia della conservazione in Italia

*Dipartmento di Biologia e Biotecnologie Charles Darwin, Università La Sapienza, Roma
*Chair LCIE Specialist Group
*CEO Fondazione Segré, Ginevra

 

Da più di 40 anni ti occupi di mettere in pratica la tutela della biodiversità nel nostro paese e nel resto del mondo. Siamo alla fine del decennio della biodiversità (2011-2020). Quali sono i maggiori obiettivi che sono stati raggiunti globalmente?

Gli obiettivi della conservazione sono necessariamente utopistici e, per definizione, destinati a restare irraggiungibili. Ad esempio, l’obiettivo “zero-extinction” è impossibile in un contesto di continua crescita demografica umana. Ma la conservazione ha raggiunto molti piccoli obiettivi locali: ad esempio un aumento notevole delle aree protette a scala mondiale. Molte specie in pericolo salvate dall’estinzione sicura e molti trend negativi rallentati e talvolta fermati.

E in Italia?
Anche in Italia abbiamo i nostri successi. L’orso del Trentino, ad esempio, può ben essere citato come fiore all’occhiello. La stessa espansione del lupo, di tante specie di ungulati sull’Appennino. La rete di aree protette Natura 2000 e di riserve e parchi regionali. Certo, non tutto è funzionante a dovere e penso alla drammatica perdita di habitat costieri, ma se paragoniamo lo stato attuale a quello di 50 anni fa, nel complesso siamo in condizioni migliori


Pensi che nel nostro paese servano leggi più mirate alla conservazione e alla gestione o pensi che quelle esistenti siano sufficienti per una attività significativa?
Penso che non servano nuove leggi, basterebbe applicare quelle esistenti e dare credibilità all’azione di controllo e repressione dell’illegalità


Cosa pensi dell’assetto strutturale ed organizzativo dei diversi Enti che a vario titolo si occupano di conservazione e di gestione? E del grado di formazione che hai riscontrato?
In una Italia che viaggia ad una moltitudine di velocità diverse tra Regioni, Stato, Province, anche la conservazione della natura ha i suoi picchi di eccellenza e di disastro. Le competenze tecniche non sono male, e in molti casi sono ottime, ma quelle politiche sono pessime. La incompetenza, superficialità e ignavia della classe politica è drammatica a tutti i livelli: le eccezioni ci sono ma restano, appunto eccezioni. La struttura organizzativa, poi, è lontanissima dalla semplice efficienza: competenze sovrapposte e conflitti o vuoti di potere sono la norma.


Quali sono dei buoni esempi di gestione adattativa in cui tu hai lavorato?
Alcuni Parchi nazionali hanno una gestione sana ed efficiente in grado di accompagnare, in maniera adattativa, la dinamica ecologica e sociale ma, senza nominarli, sono troppo pochi. La gestione venatoria va citata come esempio di contrario della gestione adattativa: ogni anno si ripetono rituali di processi decisionali sui calendari venatori che non tengono minimamente conto delle realtà biologiche ed ecologiche sui quali incidono. Ma anche molte organizzazioni ambientaliste peccano di rigidità e non sanno cambiare logiche rispetto a condizioni ambientali che sono molto diverse da quando è iniziata la conservazione in Italia.


Complessivamente le aree protette, in Italia, hanno raggiunto gli obiettivi con i quali sono stati istituite?
Abbiamo raggiunto una notevole percentuale di territorio protetto, e questo è un ottimo obiettivo, ma la realtà è che la rete non copre in maniera ottimale la diversità di condizioni ecologiche del nostro Paese. Ad esempio, proteggiamo tanti pizzi di montagne e poche coste. Inoltre, tante aree protette si occupano troppo di organizzare feste e fiere dei cibi locali (tanto per fare un esempio) e poco di gestire l’evolversi degli ecosistemi naturali che proteggono


Qual è oggi, in Italia, il ruolo delle aree a diverso regime di protezione?
Ogni area protetta è articolata in sotto-aree destinate a diversi usi, questa è sana gestione ed è bene che sia così. Resta da vedere come obiettivi e strumenti di ogni sotto-area siano funzionali al disegno complessivo dell’area protetta.


Uno degli scopi con i quali sono state istituite le aree protette è quello di essere dei laboratori a cielo aperto in cui sperimentare tattiche e strategie conservative. Come e dove ci siamo riusciti?
I
n questo credo che abbiamo fallito quasi del tutto. Non conosco (e spero di sbagliarmi) esempi di attività virtuose sperimentate in un’area protetta che siano state riprese e applicate in aree esterne.


Rete Natura 2000 ha quasi 30 anni e la sua costruzione si basa prevalentemente sulla componente vegetale, ciò ha sempre comportato dei grossi gap conservativi e gestionali. A quando una Rete Natura che consideri anche il patrimonio zoologico?
Ormai si è perso il treno per questo obiettivo. La Rete Natura 2000 è stata fatta con un occhio da botanico o, al massimo da entomologo: risponde quindi a necessità di piccoli spazi dove in effetti animali o piante a bassa o nulla mobilità possono essere protetti. Ma la Rete è quasi inutile per i vertebrati di medie e grandi dimensioni che hanno ambiti territoriali molto più vasti. Ma forse è un bene così perché la natura non può essere parcellizzata in piccole aree e io sono un fervente sostenitore della necessità di trovare forme di coesistenza, non di separazione tra uomo e natura selvatica.


Oltre confine, come giudicano le nostre politiche conservative?
Non lo so. Ma ho sempre notato che le aree che hanno maggiore successo con gli stranieri sono quelle che offrono bei paesaggi, magari senza tante specie importanti ma solo belli da vedere. Il Parco delle Cinque Terre ne è l’esempio migliore. Anche il paesaggio è biodiversità, certo, ma a me sembra una visione un po’ riduttiva della natura.

I SOLITI SOSPETTI… OPPURE NO?

di Alessia MARIACHER1 Rosario FICO1,2

alessia.mariacher@izslt.it
rosario.fico@izslt.it
1Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Regioni Lazio e Toscana, sezione di Grosseto
Viale Europa, 30 58100 Grosseto
2Responsabile Centro di Referenza Nazionale per la Medicina Forense Veterinaria

 

“Cane sbranato dai lupi!”, così hanno titolato molti giornali negli ultimi anni, dando eco a una diffusa preoccupazione dei proprietari di cani che vivono in zone recentemente ricolonizzate dal lupo.
Ma quante volte questo grido di allarme è stato giustificato, e quante invece si è trattato solo di una ricerca al… lupo espiatorio?

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Franco PERCO* : la gestione faunistica tra tecnica ed etica

*Già Direttore Osservatorio Faunistico di Pordenone
*Già Direttore Parco Nazionale Monti Sibillini

 

Franco PERCO

Quello che ha caratterizzato la tua figura professionale e quella di molti colleghi presenti anche nelle diverse istituzioni come Ministeri, Enti locali e Università, è stata la capacità non solo di accettare (a diversi livelli) ma di spingere, volere e cercare di lavorare per favorire l’entrata della conservazione della natura e, in particolare, della gestione faunistica nel panorama culturale italiano. Adesso, a che punto siamo?

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Ettore RANDI* : il ruolo della genetica nella biologia della conservazione

*Già Fondatore e Direttore Laboratorio Genetica-ISPRA
*Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali, Università Bologna
*Università Aalborg, Danimarca

 

Mai come oggi parole come DNA, cromosoma, codice genetico e genomica fanno parte del vocabolario dei media. Dalla TV alla rete, passando per i social, dall’esercizio nella risoluzione spettacolarizzata dei diversi delitti alla determinazione del nostro carattere, dalla filosofia dell’epigenetica passando per la medicina fino alla gestione delle altre specie che con la nostra convivono, sembra ci sia un argomento che più di tutti sbaraglia dubbi e dà certezze granitiche al presentatore della teoria di turno: la genetica. Questo nostro risulta essere quindi un periodo estremamente fecondo per i genetisti, ma è proprio così?

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Gianni PAVAN*: la bioacustica al servizio della biodiversità

*Dipartimento di Scienza della Terra e dell’Ambiente. Università degli Studi di Pavia
* Direttore del Centro Interdisciplinare di Bioacustica e Ricerche Ambientali
*Direttore della Banca Dati Spiaggiamenti

 

 

Gianni PAVAN

Da sempre ti occupi di bioacustica e vorrei chiederti come hai iniziato.
Ho iniziato negli anni ’80, al primo anno di Scienze Naturali, per cercare di coniugare la mia passione per la musica, l’elettronica e la registrazione sonora con la natura, altra mia grande passione. Al tempo la bioacustica era praticamente sconosciuta in Italia, i riferimenti erano soprattutto francesi, inglesi e americani. Gli strumenti erano assolutamente analogici e l’audio digitale era agli albori. La mia tesi di Laurea, vista con sospetto da molti, è stata “Analisi con calcolatore del canto degli uccelli”. In questo sono stato un precursore di quella che ora è la “computational bioacoustics”.

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I MODERNI MUSEI DI STORIA NATURALE: CENTRI PER LA CONOSCENZA E LA CONSERVAZIONE DELLA NATURA

di Franco ANDREONE1 Paola NICOLOSI2

franco.andreone@gmail.com
paola.nicolosi@unipi.it
1Museo Regionale di Scienze Naturali, Via G. Giolitti, 36, I-10123, Torino, Italy
2Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa, Via Roma, 79, Calci (PI)

 

I musei di storia naturale sono, di fatto, gli eredi delle “Wunderkammern”, le cosiddette camere delle meraviglie: fra le loro pareti si sono accumulati nei secoli “naturalia” e “mirabilia” raccolte da signori e da re, da appassionati e da scienziati vittoriani, con il fine di mostrare la variegatezza della natura, gli animali e le piante più strane, i reperti più bizzarri. In un profluvio di biodiversita’ a di antropodiversita’ “ante litteram”.

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di Nicola BACCETTI

Ricordo bene la mitica escursione durante la conferenza di Grado sulle zone umide. Fabio la organizzò con due barche separate, solo una però chiusa e riscaldata, l’altra totalmente esposta alla gelida bora che stava ghiacciando tutta la laguna. Purtroppo il Dr. Hoffmann, big boss dell’evento e già molto anziano, era finito nel gruppo sbagliato.

Sbarcò col viso arrossato, gli occhi gonfi e le sopracciglia incrostate dal ghiaccio. Alan Johnson – altro amico che ci ha lasciati troppo presto – non perse l’occasione per una battuta un po’ pesante ‘oh, sembra quasi che abbia preso la mixomatosi’.

Fabio riuscì veloce ad intromettersi, con umorismo inglese e un perfetto aplomb, commentando ‘beh, è vero che siamo a una conferenza sul Mediterraneo, ma non occorre che vi ricordi che ci troviamo nel punto più a nord’.

di Fabio PAGAN

Tristissima notizia proprio nel Darwin Day. Si è spento questa mattina, all’Ospedale di Cattinara a Trieste, dov’era ricoverato da tempo, il naturalista Fabio Perco, fondatore e direttore della Riserva dell’Isola della Cona, alla foce dell’Isonzo. Era nato a Trieste 72 anni fa.

Ornitologo ed etologo, in passato docente in vari atenei, autore di numerosi saggi e manuali, fotografo e sensibile pittore del mondo degli uccelli e degli ungulati, Fabio è stato un appassionato cultore dello studio e dell’osservazione della natura. Spesso assieme al fratello Franco, direttore del Parco nazionale dei Monti Sibillini, tra Marche e Umbria.

In passato ci incrociavamo abbastanza frequentemente con Fabio e con Franco anche per le comuni radici di studi biologici. E realizzai con loro diverse interviste, per “Il Piccolo” e per la RAI. Poi ci siamo persi di vista. L’ultima volta con Fabio fu qualche anno fa, in occasione di una conferenza a Trieste di Lisa Signorile. 

Davanti a un bicchiere di birra, per l’ennesima volta mi aveva invitato ad andarlo a trovare all’Isola della Cona. E io, per l’ennesima volta, gli avevo promesso una visita. 
Ora è troppo tardi. Ciao, Fabio.

Il ritorno della lontra (Lutra lutra) nell’Italia nord-orientale

di Luca LAPINI

luca.lapini@comune.udine.it
Museo Friulano di Storia Naturale
Via Sabbadini 32, I-33100 UDINE

 

Viviamo un periodo storico davvero eccezionale, che, pur in un periodo di crisi ecologica globale, vede molte specie quasi estinte negli anni ’70 del XX secolo ripopolare il bel paese. Fra le vicende più sorprendenti che stiamo seguendo da anni nel Nord Italia merita citare la storia della lontra. Nell’Italia nord-orientale la lontra si è estinta fra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso. Per essere più precisi l’ultimo dato sostenuto da reperti oggettivi (cranio e pelle) si riferisce ad un soggetto abbattuto nel 1967 vicino a Precenicco, sul F. Stella (Udine). Tuttavia la specie era ancora sporadicamente presente lungo il confine italo-sloveno (fiume Natisone/Nadiza, singoli spraint raccolti nel 1984 e nel 2008), probabilmente con esemplari erratici provenienti dalla vicina Slovenia.

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