Pavia, 21 Settembre 2019. Inaugurazione di KOSMOS, il nuovo Museo di Storia Naturale dell’Università di Pavia

di Gianni PAVAN*

*Dipartimento di Scienza della Terra e dell’Ambiente. Università degli Studi di Pavia
* Direttore del Centro Interdisciplinare di Bioacustica e Ricerche Ambientali
*Direttore della Banca Dati Spiaggiamenti

Gianni PAVAN

E’ stato finalmente aperto al pubblico il nuovo Museo KOSMOS dell’Università di Pavia. Un Museo nuovo, collocato nel bellissimo Palazzo Botta-Adorno che nei secoli passati ha ospitato grandi personaggi storici e scienziati che hanno insegnato e fatto ricerca di primo piano a Pavia. Fino a pochi anni fa il palazzo ospitava diversi istituti ora trasferiti al più efficiente e moderno Campus. Il nuovo Museo ha molti significati, segue nuovi percorsi non più legati alla mera esposizione sistematica di oggetti e animali inanimati, ma procede per temi, per tempi e per personaggi promuovendo una lettura storica della scienza e dei suoi progressi per far comprendere i processi evolutivi della natura, ma anche quelli della scienza e del pensiero umano. La scienza come viaggio ed esplorazione della natura e dell’uomo.

Kosmos si pone al servizio della città che con l’abbandono delle attività industriali sempre più deve vivere di arte, di cultura, di scienza e di turismo. Università e Ospedali sono i poli più importanti dell’economia della città, ma non possono rimanere avulsi da essa; arte, scienza e cultura sono necessari alla vita dell’uomo e si devono integrare nella vita della città anche in funzione della attrattività turistica. Il Museo si pone quindi come nuovo elemento di sviluppo sia culturale che economico e in tempi di grandi problematiche ambientali si pone anche come strumento di divulgazione e di educazione, per far comprendere quanto importante sia l’ambiente naturale per la vita dell’uomo e di quanto sia importante la ricerca scientifica per capirlo.

Per questo accanto a reperti, testi e modelli, sono presenti anche postazioni multimediali e giochi per i bambini.

Il Museo possiede oltre 480.000 reperti scientifici, di cui soltanto 2300 sono attualmente esposti, accumulati e documentati in oltre tre secoli di attività. Sono materiali raccolti, preparati o donati da grandi scienziati ed esploratori di tempi passati ma anche recenti.

L’elefantessa Shanti, dal Bengala alla Francia e in Bretagna, passando per la corte di Luigi XVI a Versailles dove infine morì. Il corpo venne successivamente inviato a Parigi, per essere studiato e sezionato, e la pelle poi fu donata nel 1804 da Napoleone al Museo di Storia Naturale di Pavia.
Sullo sfondo intervista al Prof. Giorgio Mellerio, Direttore del Museo. (foto G.Pavan)

Fra i primi spiccano elementi storici che con il museo rinascono e raccontano storie sconosciute ai più, come l’elefantessa indiana Shanti, donata all’Università da Napoleone o come i preparati di Spallanzani, che proprio a Pavia ha studiato l’abilità dei pipistrelli a volare nella completa oscurità, intuendo il coinvolgimento dell’udito in un sesto sistema sensoriale, il biosonar, definitivamente chiarito due secoli più avanti. Tra le donazioni più recenti spicca la collezione entomologica del Prof. Mario Pavan con oltre 235.000 esemplari raccolti in tutto in mondo che documenta l’esistenza di un mondo della continua ricerca scientifica sconosciuto al grande pubblico.

Non solo i reperti, ma anche le strutture architettoniche raccontano la vita dell’Università, come l’Aula Spallanzani, un anfiteatro ligneo non ancora riaperto al pubblico, la cui struttura detta la forma della sala semicircolare che ospita le mostre temporanee e i “minareti” che in realtà sono le canne di aereazione dei laboratori di Anatomia Umana.

L’apertura di Kosmos è un evento che riattiva e proietta nel futuro una storia che inizia nel 1771 in seno alla riforma dell’Ateneo Pavese ad opera di Maria Teresa e con Spallanzani che lo diresse per oltre 30 anni. Il Museo vanta una tra le più antiche collezioni zoologiche al mondo con molti reperti significativi per il loro valore storico-scientifico. Nello specifico le collezioni di zoologia ammontano a circa 9800 vertebrati e includono reperti dell’epoca di Spallanzani, intere collezioni o singoli esemplari acquistati, ricevuti in dono o scambiati nel corso dell’Ottocento oppure procurati durante i viaggi di esplorazione scientifica nel XIX e XX secolo. Ma a tutto questo fanno seguito anche periodi di declino e di abbandono, che seguono l’altalenante attenzione del mondo politico e culturale verso una istituzione che talvolta risulta obiettivamente difficile traghettare da una percezione di antico e polveroso a una visione moderna capace di legare passato, presente e futuro.

Il Museo stesso ha quindi una sua storia: ha subito spostamenti, ridimensionamenti, è stato difeso durante la guerra, poi sono seguiti anche anni di disinteresse, i materiali sono stati abbandonati al disfacimento, e solo recentemente, in primis grazie alla volontà e alla tenacia di curatori e di tecnici, si è operato un lento recupero dei materiali per portarli a nuova vita. Per diversi anni sono stati “temporaneamente” esposti in un capannone e mostrati con visite guidate grazie a una tenace volontà di mantenere in vita una preziosa risorsa non solo scientifica ma anche e didattica.

E infine, grazie sia alle dirigenze che hanno saputo trovare supporto politico e finanziamenti, che al personale tecnico sempre appassionato, lo sviluppo di una nuova idea di Museo per l’Università e per la città. Kosmos vuole e deve ora essere un nuovo attrattore, collegato alle altre molteplici risorse museali dell’Università e alle risorse storiche e artistiche della città.

La spirale dell’evoluzione illustrata dal Prof. Paolo Mazzariello, Presidente del Sistema Museale dell’Università di Pavia. (foto G.Pavan)

Kosmos ha anche degli spazi dinamici dedicati a mostre temporanee che devono garantire dinamicità e vitalità, cercando di togliere l’immagine di staticità che spesso associamo all’idea di museo. Da ora al prossimo gennaio 2020 è allestita, in collaborazione con National Geographic, una mostra sul cambiamento climatico e sul problema della plastica nei mari. Tale problema è connesso ai molteplici impatti dell’uomo sulla biosfera che drammaticamente ci portano a un cambiamento climatico globale le cui conseguenze sono ancora non del tutto comprese, e che sono potenzialmente molto più veloci e drammatiche di quanto si sia finora pensato. In una delle sale del Museo il logo di Kosmos è la grande spirale dell’evoluzione che vede l’uomo come ultima tappa; ma davanti ad esso porrei un grande punto interrogativo. La natura certamente sopravviverà agli impatti dell’uomo, ma non possiamo sapere come, ne se ne saremo ancora parte.

Il Sistema Museale : http://musei.unipv.eu/

Kosmos website : http://musei.unipv.eu/storianat/

Kosmos su Facebook : https://www.facebook.com/pg/kosmospavia/about/?ref=page_internal

L’immagine del lupo: istruzioni per costruire la bestia

di Mauro FATTOR

Caporedattore della Redazione Culturale del quotidiano “Alto Adige” di Bolzano

 

Decidere di intervenire in modo puntuale su un lupo confidente è un fatto gestionale. Persino decidere di eliminare 200 orsi e 11 lupi, come sta facendo il governo sloveno, è un fatto gestionale.

Il riferimento è sempre la sostenibilità del prelievo rispetto alla situazione delle due specie in un determinato contesto. Decidere invece di costruire, e offrire all’opinione pubblica, l’immagine del lupo come Animale sanguinario, come “belva”, è un fatto culturale.

Questa è la strada prevalente oggi in Alto Adige. Una strada che recupera e rilancia stereotipi medioevali sul lupo – dunque prescientifici – e che lo fa in larga misura attraverso un uso spregiudicato delle immagini. Una scelta questa moderna, anzi modernissima in epoca di comunicazione visuale.

Una scelta che ha un solo obiettivo: sovrastare l’opinione pubblica sul piano emotivo sopperendo da una parte alla relativa povertà di contenuti e dall’altra “impedendo” l’esercizio del pensiero critico rispetto alla presenza dei grandi predatori. Da questo punto di vista, il fascicolo sul lupo pubblicato dal Bauernbund – l’Associazione dei contadini altoatesini –  il 13 luglio scorso e distribuito con il  principale quotidiano di lingua tedesca della provincia, il “Dolomiten”, rappresenta un punto di non ritorno. Diciotto delle 32 pagine sono infatti occupate da pure e semplici immagini di animali – pecore, capre, vitelli, cavalli – predati dal lupo con reiterata ostentazione di budella, sangue, sventramenti, mutilazioni e carcasse.

Una nuance pulp, per dirla alla Tarantino, che punta alla colpevolizzazione, sul piano etico, del lupo e al conseguente disimpegno morale dell’opinione pubblica rispetto a ragionamenti appena più sofisticati e complessi di tutela e responsabilità nella gestione degli ecosistemi. Perchè dopo il Medioevo c’è stato Superquark, questo è il problema. Questo significa che per portare l’opinione pubblica ad odiare il lupo bisogna procedere ad una ristrutturazione cognitiva della sua immagine.

Può sembrare bizzarro, ma il lupo va “disumanizzato”, nel senso che va chiuso qualsiasi canale empatico. I grandi predatori, sin dall’antichità sono portatori di metafore complesse in cui bene e male coabitano. Basti pensare all’araldica dove lupi e orsi sono presenti a profusione, oppure agli animali totemici dove, ancora, il lupo la fa da padrone, o al mito della fondazione di Roma con la lupa che allatta i gemelli. Presso i Greci il lupo era sacro ad Apollo come lo era a Marte nel mondo latino. Lo stesso nel mondo germano-nordico dove Odino e lupo sono quasi sinonimi.

In aggiunta a questo poi è arrivata la scienza, l’attenzione all’ecologia, uno sguardo più obiettivo sui rapporti predatori-prede. Serve dunque un’operazione che cancelli tutto il positivo e che lasci solo il negativo, che tolga il terreno sotto i piedi a ogni possibile empatia, diretta o culturalmente ereditata. Il lupo deve essere “radicalmente altro”, tra uomini e predatori va creata una distanza incolmabile. Va detto che disumanizzazione, colpevolizzazione e conseguente disimpegno morale, sono tappe necessarie e imprescindibili nella costruzione del Nemico. Di un qualsiasi nemico, a qualsiasi latitudine. Ad un diverso livello, sono esattamente gli stessi meccanismi che hanno operato nella Germania hitleriana rispetto alla figura dell’ebreo, o negli Stati Uniti nella rappresentazione del nemico giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale.

A questo va aggiunto un ulteriore elemento: l’individuazione di un fine superiore, che nel caso dei nazisti era la difesa della razza, negli Stati Uniti la difesa della nazione, e nel caso del lupo in Alto Adige è la difesa dell’agricoltura tradizionale o, più semplicemente della Tradizione, percepita come elemento privo di dinamismo, esattamente come la nazione o la razza: eterne e immutabili. Una valore a priori. L’immagine del lupo veicolata oggi dal radicalismo della parte più conservatrice, se non reazionaria, della società altoatesina ci arriva direttamente dal Medioevo (non dall’Antichità, dove il rapporto con questo predatore è sempre stato in chiaroscuro).

Il lupo dei bestiari medioevali è un animale che ama il male fine a se stesso; quando cattura un agnello o un vitello, li tortura prima di farli a pezzi e divorarli: è l’immagine stessa del diavolo che tormenta gli uomini e i monaci prima di precipitarli nel baratro infernale. Feroce e crudele, il lupo ammazza sempre più prede di quante gliene servano per nutrirsi; in questo ricorda i potenti baroni feudali che per pura cupidigia spogliano i contadini di tutto quanto possiedono, pur non avendo bisogno di niente. Per raccontare tutto questo oggi, per riportare in vita questo immaginario, si utilizzano le istantanee cruente delle predazioni, e più cruente sono meglio è.

L’ostentazione strumentale dell’evento predatorio naturale realizza un’iconografia funzionale alla costruzione di una narrazione che deve sostituirsi al ragionamento e all’analisi dei problemi. Che parli alla pancia e non alla testa, che alimenti la paura. Ora, tutto questo se restasse confinato al caso del lupo potrebbe apparire tragicamente folkloristico, ma non è così.

Questo tipo di comunicazione strumentale agisce infatti attraverso gli stessi meccanismi di suggestione che oggi inondano il web e che determinano gli orientamenti dell’opinione pubblica, per esempio sulla questione migranti. La rappresentazione plastica di questo teorema ha avuto la sua più recente celebrazione a Villandro – paesino della Val d’Isarco, sempre in Alto Adige –  dove sopra uno dei grandi tabelloni che inneggiano ad un Sudtirolo libero da lupi (“Proteggete i vostri bambini!”) con l’immagine di un predatore che mostra i canini in atteggiamento terrifico, è stato incollato da ignoti un secondo manifesto con una ragazza bianca terrorizzata o infastidita, nauseata al punto da tapparsi il naso, avvicinata in maniera molesta da un ragazzo di colore, il tutto all’insegna del motto “Difendiamoci da lupi e neri”. Dunque il primo no è propedeutico al secondo, con una linea di continuità di cui si accorgerebbe anche un cieco e che sta diventando un tratto strutturale di ampi segmenti delle nostre società.

Ad inquietare ancor più di questo, dovrebbe essere poi il fatto che nessuno fino ad oggi, tra i partiti cosiddetti progressisti, ad esempio, abbia avuto la lungimiranza, la prontezza e la capacità di contrastare e contestare questo modo di agire, questo micidiale meccanismo “culturale” di costruzione del consenso che un pezzo alla volta sta intossicando la politica e i processi decisionali, sdoganando un uso sguaiato e violento del linguaggio e delle immagini  finendo con il legittimare azioni  illegali o fino a poco tempo socialmente riprovevoli.

E forse non è un caso che in Tirolo, dove il fronte rurale utilizza gli stessi argomenti largamente abusati anche a sud del Brennero, proprio i primi giorni di agosto a Sellrain, nel comprensorio di Innsbruck – dove i lupi si contano sulle dita di mezza mano – sia stata trovata nel bosco la carcassa di un lupo ucciso e decapitato. La Belva finalmente giustiziata.

Agricoltura, cibo e ambiente, tra percezioni popolari e scomode verità.

Come i cittadini del Terzo Millennio si pongono rispetto a temi delicati e complessi al contempo, quali la produzione di cibo e i suoi rapporti con la salute e con l’ambiente

L’agricoltura sembra tremendamente facile quando il tuo aratro è una matita e sei lontano migliaia di chilometri dal campo di grano.”

Una frase, divenuta poi celebre, di Dwight Eisenhower, prima Capo di stato maggiore dell’esercito degli Stati Uniti, poi presidente per due successivi mandati. Erano gli anni in cui il boom demografico mondiale faceva lievitare la richiesta di cibo, proprio mentre le campagne si spopolavano a favore delle città. Due fenomeni fra loro in contrasto che avrebbero presto condotto agli attuali scenari agricoli, economici e sociali del Mondo occidentale. Scenari divenuti spesso conflittuali, nei quali sono molte più le persone che, appunto, impugnano una “matita” di quelle che adoperano un aratro. Ciò ha condotto a un profondo scollamento fra realtà e percezione delle dinamiche agricole e agroalimentari, perdendosi nel tempo gli ordini di grandezza dei fenomeni globali agricoli e demografici.

Diverse quindi le domande cui dare risposta, a partire dai fenomeni che hanno generato una spasmodica ricerca di naturalità nei cibi e negli stili di vita, ponendosi in dura contrapposizione ad attività produttive divenute invece fortemente tecnologiche, come appunto l’agricoltura moderna. Questa è davvero la macchina di morte che viene descritta, con la complicità dell’industria alimentare e della grande distribuzione, oppure è la recente narrazione  mediatica ad aver alterato la percezione popolare dei molteplici rapporti rischi/benefici dell’attuale società? Per meglio comprendere tali dinamiche si è deciso di intervistare Donatello SANDRONI, giornalista e divulgatore scientifico, laureato in Scienze agrarie con dottorato in chimica, biochimica ed ecologia degli antiparassitari.

In un paese caratterizzato da decenni di convergenze parallele e di posizioni manichee su qualsiasi argomento, c’è un punto fisso sul quale tutta l’Italia converge: la bontà del cibo naturale. Il cibo naturale è buono (nessuno mai discuterebbe il suo valore organolettico), il cibo naturale fa bene (nessuno mai discuterebbe il suo valore intrinseco salvifico). L’egemonia del consenso, però, lascia il passo all’angoscia e alla inevitabile polarizzazione delle nostre opinioni quando dobbiamo definire che cosa esattamente sia il cibo naturale. Qualche definizione utile?

Semplicemente, il cibo naturale esiste per lo più nel marketing di chi lo vende. Un pesce pescato in mare può essere considerato naturale, a patto di prenderlo così com’è con una canna da pesca e cucinarselo in padella, che di per sé ha già poco di naturale. Se poi si compra quel pesce al supermercato, bello pulito in un plateau di polistirolo, o magari surgelato, la sua naturalità a mio avviso perde già parecchi punti. Del tutto innaturale invece il grano che abbiamo usato per farci un piatto di pasta, né ha alcunché di naturale una moderna melanzana, un pomodoro, una mela o qualsiasi altro frutto od ortaggio comunemente reperibile oggi sul mercato.

I loro antenati erano completamente diversi, tanto che spesso risultavano immangiabili. Tanto meno può essere considerato “naturale” il vino, moda di recente successo su media e social, dal momento che tale prodotto deriva da una domesticazione selettiva di una pianta rampicante spontanea, la vite, i cui frutti sono stati migliorati nel tempo proprio al fine di essere schiacciati e avviati a processi di trasformazione guidati dalla mano dell’uomo. Sperando peraltro che la mano sia bella ferma, o il vino diventa imbevibile, checché ne dicano certi produttori di vino “del contadino” che hanno la sfacciataggine di spacciare per peculiarità distintive dei gravi difetti olfattivi e organolettici. Da circa diecimila anni, da quando cioè l’Uomo ha abbandonato lo status di cacciatore-raccoglitore divenendo agricoltore-allevatore, tutti i vegetali coltivati e gli animali allevati sono stati soggetti a una profonda e continua selezione nel tempo al fine di essere più adatti ai nostri bisogni.

Nessuno oggi riconoscerebbe il mais nel Teosinte centro americano da cui deriva. Anche i nostri amati cereali, perfino i più tradizionali, sono stati modificati. Non solo con la semplice selezione, già di per sé alterazione mirata e continua delle genetiche ancestrali, ma anche applicando tecniche più recenti di manipolazione genetica tramite radiazioni o sostanze mutagene al fine di ottenere individui mutanti portatori di caratteri a noi più utili. Il triticale, per esempio, è l’incrocio tra frumento e segale. Qualcosa che in natura avrebbe la probabilità di avverarsi pari a una su incalcolabili miliardi. Noi abbiamo invece usato su di essi un alcaloide, la colchicina, e questa ha raddoppiato il materiale genetico dell’organismo derivante dall’incrocio “contro Natura”, rendendolo fertile. Eppure il triticale si vende anche nei negozi biologici e pure a caro prezzo.

Ciò che lascia basiti è che ai cittadini sono stati mostrati questi cereali come “naturali” e addirittura “biologici”, mentre gli Ogm vengono descritti come catastrofici mostri di Frankenstein. In realtà è da molto tempo che coltiviamo e mangiamo organismi geneticamente modificati per mano dell’Uomo, sarà bene accettarlo. E pensi, alcuni di questi organismi, come appunto il succitato triticale, sono coltivabili perfino in biologico. Per lo meno stando alla normativa attuale che, per assurdo, non li classifica come Ogm. Cosa che potrebbe però cambiare se l’Unione europea legifererà coerentemente a quanto deciso circa un anno fa dalla Corte di Giustizia in tema di biotecnologie. Rivoluzionando infatti lo statu quo, secondo la Corte vanno considerati Ogm tutti gli organismi ottenuti alterandone il DNA in modo artificiale. Tutti, indipendentemente dalle tecniche usate: che sia tramite il modernissimo genome editing o usando l’ormai noto trasferimento di geni da un organismo all’altro, i famigerati “transgenici”, oppure ancora che sia tramite radiazioni o sostanze mutagene. Tutti Ogm. Se lo immagina quanti prodotti che oggi vantano la scritta “No-Ogm” dovrebbero rinunciare al loro marketing del “senza” se la decisione della Corte di Giustizia divenisse Legge? Personalmente non aspetto altro, dal momento che verso il “marketing del senza” nutro una istintiva antipatia.

Pesticidi e agrofarmaci: qual è la differenza? E anche in agricoltura vale sempre il principio che è sempre la dose che fa il veleno?

Pesticida deriva dall’inglese “pesticide”, cioè uccisore di peste. Messa così dovrebbe essere percepito positivamente. Purtroppo, il martellamento allarmista fatto su questa categoria di prodotti ha di fatto trasformato questo termine in qualcosa di mortifero e lugubre. Agrofarmaco significa la stessa cosa, ma è più asettico perché richiama il concetto di cura. In tal caso delle piante. Ma pensi che a un convegno in cui intervenivo come relatore venni contestato perché mentre i farmaci umani vanno benissimo, perché ovviamente grazie ad essi si curano le persone, suvvia… ma le piante… Come se le piante non si ammalassero e non andassero quindi curate. Il mio contestatore riteneva infatti che questi prodotti non solo fossero pericolosi, ma per giunta inutili.

Una percezione altamente fuorviata che affonda le radici in due distinti fenomeni. Da un lato la popolazione ha ormai reciso da troppo tempo i legami con l’agricoltura e finisce col dare per scontato il cibo che le viene messo a disposizione. Dall’altro patiamo di una comunicazione spesso ideologica – e a tratti disonesta – che prima terrorizza le persone contro i pesticidi e poi le illude che vi siano prodotti alternativi, quasi taumaturgici perché non trattati, intonsi, appunto “naturali”.  Di fatto, un secolo fa in Italia avevamo il doppio della terra coltivabile ed eravamo solo 38 milioni contro gli attuali 60. Siamo cioè passati dall’avere oltre seimila metri quadri coltivabili a testa a soli duemila. Per giunta, mentre ai primi del ‘900 il 60% circa della popolazione produceva cibo nei campi, operando in veste di contadini, oggi gli operatori professionali agricoli sono poco sopra l’1%. E questi devono dare da mangiare a tutti gli altri. E già oggi non ce la fanno.

Agli inizi degli Anni 90 l’Italia toccò il 93% dell’autosufficienza agroalimentare. Oggi siamo scesi sotto il 70%. In sostanza, abbiamo quadruplicato la dipendenza dall’estero, con buona pace di chi ostacola le tecnologie agrarie, chimica inclusa, ma poi vorrebbe mangiare solo Made in Italy. Se lo immagina con gli scenari attuali come potrebbero mai fare gli agricoltori a sfamare tutti usando solo zappe, letame e varietà antiche, spesso poco produttive e cariche di problemi, come facevano i loro bisnonni? Dovessimo abolire i pesticidi e i fertilizzanti di sintesi, come da più parti si caldeggia, le produzioni agricole precipiterebbero a picco. Anche perché, dolente ricordarlo, ma anche il Bio usa grandi quantità di pesticidi. Solo che ha stabilito arbitrariamente che quelli che usa lui sarebbero “buoni” perché “naturali”. Quelli “cattivi” li userebbero cioè solo gli “altri”, i non Bio. Niente di più maramaldo come messaggio, perché una molecola è una molecola, indipendentemente dalla sua origine.

Pensi che il rame, ampiamente usato nel biologico, è molto più tossico del tanto vituperato glifosate, l’erbicida ormai alla gogna dal 2015. Secondo le statistiche ufficiali, dati 2016, l’unico agricoltore morto per un’intossicazione durante un trattamento fitosanitario, pensi un po’, è stato ucciso dal solfato di rame. Perché la risposta alla Sua seconda domanda è sì: anche in agricoltura è sempre la dose a fare il veleno, indipendentemente dai prodotti usati. E l’esposizione umana ad essi è del tutto trascurabile rispetto ai grandi benefici che gli agrochimici portano con sé. Del resto, anche un’anestesia dal dentista ha i suoi effetti collaterali, ma sfido chiunque a chiederne l’abolizione…

In sostanza, senza quei prodotti chimici sarebbe carestia, è bene farsene una ragione. Ma carestia di quella dura. Oggi invece possiamo contare su grandi quantità di cibo, abbordabile quanto a prezzi e per giunta sicuro dal punto di vista della salute. Sarebbe infatti bene che la gente leggesse meno gli articoli di media e associazioni allarmiste e consultasse di più i dati ufficiali, sia quelli ministeriali italiani, sia quelli dell’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare). Dati che confermano anno dopo anno la sicurezza dei cibi che mangiamo. Da tempo vengono invece millantati danni catastrofici a carico della popolazione, magari rilanciando discutibili prove di laboratorio, in vitro o su cavie, cioè non esportabili agli scenari reali. Infatti, se poi si analizzano le statistiche sanitarie ufficiali non si trova alcun riscontro di tali Armageddon sanitari. Peraltro, chi non fosse persuaso di ciò, sarebbe forse utile inviarlo con la macchina del tempo nell’Irlanda di metà ‘800, quando la carestia portata dalla peronospora delle patate causò un milione di morti. Quelli sì accertati, mica millantati. Bastò un solo patogeno, su una sola coltura, e fu una strage dalle proporzioni bibliche.

Invece oggi si campa sempre di più, siamo più alti di 15 centimetri rispetto a un secolo e mezzo fa, abbiamo debellato rachitismo e pellagra. Direi che potremmo anche essere contenti. Al limite, sarebbe cosa intelligente curare meglio la propria alimentazione e i propri stili di vita, perché la cosa assurda è che la maggior parte dei nostri malanni li incentiviamo proprio noi con una vita sedentaria e abitudini poco sane da un punto di vista alimentare e comportamentale. Ma cambiare i propri stili di vita è dura, meglio quindi dare la colpa a qualche mostro di turno. Anche se poi tanto mostro quello non è.

Quindi la naturalità contrapposta ai prodotti della scienza è una percezione irrazionale?

Assolutamente sì. Fra le tossine più letali al Mondo ricadono quella del Clostridium botulinum, della Rana d’oro e del pesce palla. Migliaia o milioni di volte più letali del peggiore pesticida mai inventato dall’Uomo. Anche perché talvolta il confine fra prodotto naturale e di sintesi è davvero difficile da fissare. Dimetomorf, un antiperonosporico ampiamente usato in viticoltura e in orticoltura, è un derivato dell’acido cinnamico, cioè dalla cannella. Mesotrione, diserbante per il mais, è stato ricavato modificando la struttura di una sostanza naturale secreta da alcune piante del genere Callystemon. Queste producono tali erbicidi intorno a sé per fare piazza pulita delle piante concorrenti. Cioè esattamente quello che facciamo noi nei nostri campi coltivati per difendere il nostro cibo. Noi non abbiamo fatto altro che modificarla quel tanto che bastava affinché diventasse selettiva per il granturco, altrimenti avrebbe ucciso anche lui. E questo solo per gli agrofarmaci. Dallo Staphylococcus aureus, un batterio patogeno, è stata estratta una tossina letale per altri batteri, anche verso quelli divenuti ormai resistenti agli antibiotici. Un problema che già oggi uccide al Mondo centinaia di migliaia di persone.

Peccato che quella tossina dello Stafilococco fosse tossica anche per noi. I ricercatori sono però riusciti a modificarla strutturalmente affinché mantenesse la propria efficacia antibiotica, divenendo molto più tollerabile per il nostro organismo. In sostanza, la molecola modificata dall’Uomo è migliore di quella prodotta dalla natura.

Siamo davvero sicuri quindi che naturale sia migliore di sintetico? Forse è spesso vero il contrario, sapendo che negli Stati Uniti sono triplicati i casi, dal 7 al 20%, di persone che si sono danneggiate il fegato, anche gravemente, abusando di integratori vegetali “naturali”. Illusisi che fossero innocui, proprio perché naturali, quelle persone ne hanno abusato arrecandosi gravi danni alla salute. Il sonno della ragione genera mostri…

Una dieta sana si deve basare sui tre principi fondamentali: via pesticidi ed erbicidi, mangiare solo quello che il contadino coltiva con le sue mani, consumare prodotti a km 0. In soldoni questo viene comunicato in molte scuole anche da dietologi e nutrizionisti, in questo caso quindi non siamo di fronte ad una emotività intrisa di amarcord. Che fare?

I famosi ortaggi del contadino erano quelli con cui si prendevano Salmonella, Escherichia e toxoplasmosi, magari crepando pure per il botulino contenuto nelle conserve fatte in casa. Nel 2011 una partita di germogli di soia uccise 51 persone in Germania perché contaminata da Escherichia coli. Ed erano Bio, per somma sorpresa. Anche oggi vi sono saltuari problemi di contaminazione batterica, come nel caso dei meloni alla Listeria che di morti ne hanno provocati sei, ma la loro incidenza è divenuta minima grazie proprio ai controlli maniacali delle filiere agroalimentari legate alla grande distribuzione organizzata. Circa poi la dieta sana, questa si deve basare banalmente su un buon equilibrio di carboidrati, grassi e proteine, animali e vegetali, meglio se contornati da ricche porzioni di frutta e verdura. Non c’è nutrizionista serio che non riassuma il tutto con questi elementari concetti. Tutto il resto è marketing.

Si può avere un’alimentazione assolutamente esemplare e sanissima anche facendo la spesa solo nei supermercati, magari evitando accuratamente ogni prodotto “alternativo”. Non c’è nulla che non vada nei prodotti convenzionali di largo consumo. Sono iper controllati e contengono tutto ciò di cui abbiamo bisogno, a dispetto delle campagne di demonizzazione che subiscono. Provate a prendere un euro e mettetevi di fronte alle cassette dell’ortofrutta. Poi chiedetevi quante verdure e frutti potreste portare a casa con quell’euro comprando prodotti convenzionali oppure “alternativi”. La risposta ve la darete da soli, visti certi prezzi. E l’importante è mangiarne tanta di ortofrutta. Sempre, indipendentemente dal bollino che ci sta appiccicato sopra. Il KmZero è poi meraviglioso quando si è in vacanza in un luogo ameno, ricco di prodotti che di solito non si trovano a casa propria, ma poi per le altre 50 settimane dell’anno? Io vivo nel Cremonese: mi dice cosa trovo a KmZero nei 12 mesi dell’anno se non mais, soia, orzo ed erba medica? Certo, carne e latticini li avrei sotto casa, ma gli agrumi? Le pesche? Il riso? Le mele? Zero. Mi verrebbe lo scorbuto in tre mesi.

Piaccia o meno, il nostro spostamento demografico nelle città ha innescato logiche di filiera agroalimentare basate sul trasporto delle merci dai luoghi di produzione a quelli di consumo. Non è bello, certo, ma al contempo è inevitabile. E tornare indietro non si può, checché se ne dica, a meno di una catastrofe globale che riducesse del 90% la popolazione e ci riportasse ai tempi degli antichi Romani, col bue e l’aratro calcato a mano. Uno scenario che di romantico e bucolico direi che ha davvero poco e che risulterebbe invivibile per la maggior parte dei detrattori dell’attuale agricoltura.

Glifosate e viticoltura è un matrimonio destinato a finire. Quali saranno le conseguenze immediate?

Dal 2015 glifosate è divenuto il parafulmine sul quale scaricare tutto l’astio verso l’agrochimica.

È l’agrofarmaco più utilizzato al Mondo, in più lo ha inventato Monsanto, la multinazionale più odiata in assoluto, anche per aver messo a punto gli Ogm resistenti appunto a glifosate. Insomma, la tempesta perfetta per gli haters di chimica, ogm e multinazionali. La sua caduta in disgrazia, però, è coincisa con la monografia 112 della Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, la quale ha posto glifosate nel Gruppo 2A, quello dei “probabili cancerogeni per l’uomo”. L’ondata dei media ha fatto il resto. A poco è servito che la stessa Oms, di cui Iarc è una costola, abbia smentito l’Agenzia. Né è servito che ogni autorità di regolamentazione operante al Mondo abbia ribadito la non pericolosità per l’uomo, dal Canada all’Australia, dagli Usa alla Nuova Zelanda, dall’Europa al Giappone: glifosate non è un probabile cancerogeno per l’Uomo, sarà bene accettarlo. Ma ormai la gogna inquisitoria era partita e nulla è valso a fermarla. Una gogna che non si è fermata nemmeno quando sono emerse le inaccettabili relazioni economiche del Presidente di quel gruppo di lavoro, Christopher Portier, con gli studi legali che stavano preparando la lucrosa class action contro Monsanto. Né pare abbia disturbato il fatto che Aaron Blair, coordinatore scientifico di quel gruppo, abbia tenuto nei propri cassetti lo studio epidemiologico più robusto mai fatto su glifosate che dimostrava la sua non cancerogenicità.

Un insabbiamento che visto alla rovescia avrebbe fatto sicuramente urlare allo scandalo, se quella ricerca avesse dimostrato la cancerogenicità dell’erbicida e fosse stato tenuto “misteriosamente” inaccessibile. Perfino il Comitato scientifico del Congresso americano ha chiesto lumi alla Iarc su una decina di strani e inspiegabili cambiamenti dell’ultimo secondo apportati alla monografia 112, girando in negativo dei giudizi preliminari dal neutro al positivo. Modifiche cui Iarc si è sempre rifiutata di dare giustificazione, mostrando in tal modo anche una notevole arroganza. Perché l’indipendenza procedurale è nulla senza la necessaria trasparenza. Insomma, una serie di situazioni del tutto sufficienti a far ritirare quella monografia e rifarla da capo. Magari senza prezzolati consulenti di studi legali fra i presenti. Ormai però l’erbicida è preso di mira un po’ ovunque, venendo bandito ora da questo Comune, ora da quell’altro. Come se l’abolizione di glifosate dalle vigne le potesse trasformare in un rinnovato Eden incontaminato.

In viticoltura, mediamente, su cento chilogrammi di agrofarmaci di glifosate se ne adopera uno. Uno! Altri 69 chilogrammi sono in base zolfo, 11 sono rameici e altri 19 sono prodotti vari di sintesi. In sostanza, anche un viticoltore convenzionale usa per l’80% dei prodotti ammessi in biologico. Togliere quel chilo su cento di glifosate appare quindi scelta meramente demagogica, priva di alcun significato tecnico, ambientale e sanitario. Peraltro, proibire glifosate sulle colline obbligherà a reiterati passaggi con macchine sotto i filari. Tanta terra che verrà quindi smossa, anziché restare compatta, a tutto favore di eventuali erosioni dovute alle piogge. E tanto, tantissimo gasolio in più consumato. E un chilo di gasolio diventa circa tre chilogrammi di anidride carbonica immessa nell’atmosfera. Siamo sicuri che dal punto di vista ambientale sia un vantaggio?

Peraltro, la gente non sa che glifosate continua a restare alla base dei diserbi di grandi arterie stradali e ferrovie. Anche proibendolo nei vigneti, le acque del trevigiano continueranno a mostrare tracce di glifosate comunque. E pure di Ampa, suo metabolita. Peccato che nessuno dica che esso deriva anche da diversi detersivi impiegati nelle case. Un’informazione che, come al solito, è stata fatta circolare dal poco al nulla. Sa che per dare da mangiare a un Italiano per un anno tutti gli agricoltori messi insieme, da Bressanone a Ragusa, applicano alle proprie colture un solo chilo di sostanze attive? Un chilo a testa di agrofarmaci, per mangiare un anno.

Ho fatto qualche conto in casa mia e fra detersivi, prodotti per l’igiene della casa e della persona usiamo oltre 60 litri di prodotti. E siamo in tre. Venti litri a testa, per tenere pulita la nostra vita, per sgorgare i lavandini, per igienizzare water e pavimenti, per lavare i piatti, i nostri vestiti e le nostre persone. E in tre consumiamo circa tre tonnellate di carburanti all’anno con le nostre autovetture. Capite bene che se davvero la popolazione tenesse all’ambiente e alla salute, più che attaccare gli agricoltori qualche domanda dovrebbe forse iniziare a porla a se stessa…

Il rapporto tra l’agricoltura e la biodiversità è un sistema complesso. Quanto vale l’equazione BIO=maggiore biodiversità?

Onestamente? Zero. L’agricoltura è la prima forma di impatto sulla biodiversità operata dall’Uomo. Nel momento stesso che convertiamo in terra coltivabile un ettaro di foresta o di prateria, la biodiversità di quel terreno precipita fino quasi ad annullarsi, indipendentemente da ciò che vi coltiverò dopo, soia ogm o peperoni bio. In più, il 40% delle emissioni di gas serra addossate all’agricoltura derivano proprio dai processi di conversione ad agricoli di terreni selvatici. Il biologico ha rese inferiori a quelle convenzionali e quindi a parità di cibo prodotto obbligherebbe a maggiori disboscamenti e conversioni di praterie, cioè il peggio che possa accadere al Pianeta, ma si è accaparrato furbescamente questa immagine di agricoltura salvifica quando in realtà le pratiche virtuose da seguire sono molteplici e non sono esclusiva di alcuno.

Pensi alla semina su sodo dei cereali. Invece di arare, erpicare e poi seminare, si semina direttamente sul terreno intatto. In studi trentennali svolti dall’Università delle Marche si è visto un aumento drastico della sostanza organica e delle popolazioni di lombrichi nel terreno. Inoltre, sono stati più che dimezzati i consumi di gasolio ed è stata contrastata in modo eccellente l’erosione dei suoli. Peccato che per eseguire tali pratiche serva prima un diserbo con… indovini? Glifosate. Perché altrimenti la seminatrice non riesce ad avanzare in un campo pieno di erbacce.

In sostanza, sono le tecnologie nel loro complesso da finanziare, non solo quelle di specifiche attività agricole. Per aumentare la biodiversità si può peraltro agire realizzando corridoi biologici lungo i territori, come fatto per esempio in Trentino. Dove per biologici non si intende ovviamente “da agricoltura bio”, bensì corridoi che siano funzionali al passaggio di fauna selvatica da un’area all’altra favorendone il ripopolamento e gli equilibri naturali. Oppure gioverebbe trasformare in aree rifugio alcune porzioni di terreno, non necessariamente agricolo, in modo che fra le varie essenze spontanee possano trovare rifugio e moltiplicarsi innumerevoli animali, api comprese.

La biodiversità è infatti faccenda territoriale, non solo agricola. Ci rendiamo conto che a dare addosso all’agricoltura è spesso il cittadino che ha appena impermeabilizzato col cemento una bella fetta di suolo, costruendovi sopra la propria villetta immersa nel verde? Treviso, per esempio, è una delle provincie italiane a maggior vocazione edilizia. Case su case. Strade su strade. Capannoni su capannoni. E il territorio, il paesaggio e la biodiversità la si difenderebbe obbligando al bio i viticoltori? Ma non scherziamo, suvvia. Se continueranno su questa strada presto al posto di villette immerse nel verde ci si troverà con un po’ di verde immerso fra le villette. Però senza glifosate… Una commedia dell’assurdo.

Grazie Donatello

 

Una minaccia asimmetrica per l’ambiente

di Marina BIZZOTTO

Maggiore Carabinieri Forestali
Addetta presso il Coespu alla Cattedra di Polizia per la Tutela Ambientale, Forestale e Agroalimentare

(…) ll crollo delle strutture e gli incendi successivi crearono un’enorme nuvola di polvere e tossine nell’aria sopra la città. La polvere tossica venne inalata dagli abitanti e dai soccorritori finché, tre giorni dopo il tristemente famoso attacco alle Torri Gemelle, Manhattan fu interessata da un forte acquazzone che ne allontanò la parte più consistente della polvere e rese respirabile l’aria.

Punto.

Normalmente a questo tipo di approfondimento del problema si sono mediamente soffermate le notizie e gli infiniti servizi giornalistici sul catastrofico evento. Vero è che il problema ambientale sembrava risibile in confronto alla ricaduta sociale dell’attacco terroristico ma purtroppo non è così.

Arrivò la pioggia si scrisse, in maniera quasi semplicistica… quasi a dire implicitamente l’aria divenne respirabile.

E?

Dove finirono le migliaia di tonnellate di polvere costituita da cemento, materiali da costruzione, metalli pesanti e resti umani?

La pioggia che pulì l’aria divenne un vettore pericoloso che inquinò il terreno e la falda acquifera. In maniera silenziosa l’attacco continuava a mietere vittime, soprattutto tra gli abitanti di Manhattan, senza che il sistema di sicurezza pubblica fosse in grado di mitigarne gli effetti devastanti di amianto, metalli pesanti, fibre di vetro, mercurio, diossina, furano e altri agenti cancerogeni, piombo, benzene nell’acqua e nel suolo.

A distanza di qualche mese venne approvato uno specifico documento per la tutela e la salvaguardia dal bioterrorismo che permise alle città più grandi e alle amministrazioni dei diversi Stati di approntare piani per la tutela e la salvaguardia delle acque. Ma del terreno non parla nessuno.

E cosa ne è stato degli animali e delle piante che sono stati investiti da questa valanga tossica?

Terrorismo ed ambiente: abbinata pericolosa.

Pericolosissima.

L’ambiente che diventa mezzo per creare danno ed insicurezza alla comunità

L’ambiente che diventa strumento di una minaccia asimmetrica.

L’ambiente che diventa finanziatore inconsapevole di guerre del terrore.

L’ambiente degradato quale premessa per radicalizzare idee terroristiche e creare proseliti del terrore tra le persone che patiscono gli effetti di una natura sconvolta da disegni diabolici e vedono l’organizzazione terroristica come valida alternativa, o più drammaticamente unica, alternativa, alla morte.

E in tutti questi casi l’ambiente è la vittima: che non ha voce per lamentarsi.

Da queste riflessioni deriva una ricerca basata su dati oggettivi e su situazioni reali che, purtroppo, sono molte e con esiti più o meno drammatici.

Quali proporzioni ha raggiunto il danno ambientale creato dai pozzi di petroli incendiati durante la Guerra del Golfo?

Quale danno sta perpetrando Daesh all’agricoltura del nord iracheno?

Cosa accade nei campi di addestramento delle milizie di Al-Qaeda dove i campionamenti del suolo, eseguiti dopo lo smantellamento, hanno permesso di rilevare tracce di agente nervino e altre sostanze letali?

E quale scopo avevano le armi chimiche, nucleari e biologiche di cui è stata trovata traccia in alcune zone remote in Afghanistan dove si addestrano i terroristi?

Queste non sono semplici domande ma spunti per riflettere sugli scenari con ricadute disastrose sulla salute umana, sugli ecosistemi locali, sugli habitat di popolazioni animali e vegetali, sulle loro migrazioni forzate e sulla capacità adattativa: situazioni complesse di inquinamento e distruzione che possono riverberarsi in modi anche inaspettati e non prontamente evidenti.

L’ambiente nella sua complessità e nella sua ricchezza è nel mezzo.

Sconvolto molto spesso in quelle che sono le sue strutture elementari che consentono la vita.

Ecosistemi resi inospitali da chi si pone l’obiettivo destabilizzante di traumatizzare le società e governarle con il terrore.

E abusa dell’ambiente.

Sin dalla dichiarazione di San Pietroburgo nel 1899 si è stabilito che “la scelta del mezzo di guerra non è illimitata”: tale affermazione fu ribadita anche con la Convenzione de L’Aia e statuita definitivamente con la risoluzione ONU 31/72 del dicembre 1976 che diede forma e sostanza alla Convenzione ENMOD “Convention on the Prohibition of Military or any other hostile use of environmental modification techniques”.

La guerra non è un campo aperto e infinito – dice la comunità internazionale – ma deve rispettare alcune regole d’ingaggio. Tra le quali anche il divieto di modificazione dell’ambiente.

Ma cosa succede quando il confronto avviene con gruppi armati non riconosciuti istituzionalmente(NSAG)? Cosa succede se il nemico è subdolamente nascosto e agisce senza alcuno scrupolo?

Questa è la minaccia asimmetrica dove l’unica regola è “Non ci sono regole” e ogni mezzo è preso in considerazione, compresi quelli in danno all’ambiente.

Danneggiamento degli acquedotti, avvelenamento delle acque superficiali, distruzione delle colture agricole: a questo si aggiunge la predazione incontrollata di specie animali e vegetali, richiesti nel mercato illegale (avorio, corno di rinoceronte, pappagalli, serpenti, legname pregiato) che diventano fonte di finanziamento per i terroristi.

A fronte dell’attenzione maggiore che i temi e le problematiche ambientali hanno guadagnato anche nei contesti internazionali ci si trova ancora a prendere atto che l’ambiente viene minacciato dal terrorismo e, in misura non molto inferiore, anche dalle attività che lottano contro il terrorismo.

E l’ambiente si trova tra fuochi incrociati, cadendo spesso vittima di fuoco amico.

Da una parte la sproporzione di chi non ha remore ad attentare alla salute umana e agli ecosistemi e dall’altra chi si trova costretto a scendere nella stessa arena per arginare questo fenomeno pericoloso e destabilizzante.

E’ questa una delle tematiche di maggiore rilievo ed attualità: la mitigazione degli effetti sull’ambiente dovuti alle azioni antiterrorismo. E’ necessario infatti che ci sia la precisa coscienza, dal punto di vista strategico, che il contrasto non può avvenire incondizionatamente e a qualunque costo ambientale ma debba salvaguardare ambiente e natura che sono tra i presupposti fondamentali per il superamento di conflitto o post-conflitto.

 

 

FARE SCIENZA IN MODO PARTECIPATO: ESEMPI DI APPLICAZIONE DELLA CITIZEN SCIENCE

di Andrea SFORZI

direzione@museonaturalemaremma.it
Direttore del Museo di Storia Naturale della Maremma
Membro del Board of Directors della European Citizen Science Association (ECSA)

Gli attori della Citizen Science

Sempre più spesso ricercatori specialisti e i fondi a disposizione della comunità scientifica sono limitati e comunque insufficienti ad affrontare i problemi connessi al monitoraggio e alla conservazione della biodiversità a livello sia locale sia regionale. Il coinvolgimento diretto dei cittadini nello studio e nella conservazione attiva della biodiversità rappresenta, da questo punto di vista, una nuova, promettente frontiera. L’acquisizione di conoscenze di dettaglio sulla biodiversità di un’area può essere oggi rappresentata dalla partecipazione di un numero crescente di soggetti diversi. Uno dei punti di forza di questo processo è rappresentato dalla sensibilità ambientale dei cittadini impegnati nella raccolta dati in campo: persone accomunate dalla volontà di imparare, partecipare e contribuire.

In molte parti d’Europa la conservazione della biodiversità si avvale dell’attività di un gran numero di gruppi e associazioni, che si occupano di monitoraggio di grandi gruppi sistematici (libellule, anfibi, rettili), ma anche di piccoli gruppi o singole specie.

Ma qual è la motivazione di un citizen scientist in campo ambientale? Indagini condotte in contesti con una certa tradizione in questo campo dimostrano che sono molti i motivi per cui si può decidere di aderire ad un progetto di Citizen Science (CS). La maggior parte dei citizen scientist svolgono la loro attività a beneficio della collettività, essendo principalmente motivati dall’opportunità di socializzare, realizzare nuove amicizie e lavorare in gruppo; altre motivazioni importanti sono l’arricchimento culturale (ad esempio acquisire nuove abilità e migliorare lo stato delle proprie conoscenze). Se ne avvantaggiano la qualità della vita e il benessere individuale dei partecipanti, per i quali si registra un positivo coinvolgimento a favore della sostenibilità.

A livello globale, migliaia di progetti coinvolgono attualmente milioni di individui nella raccolta, organizzazione, trascrizione e analisi di un enorme numero di dati scientifici relativi a molte tematiche diverse, dai microbiomi agli insetti, dalla qualità dell’acqua alle galassie. In questo processo i musei di storia naturale giocano un ruolo centrale per quanto concerne la promozione di attività di scienza partecipata e lo sviluppo di nuove forme di coinvolgimento del pubblico (Sforzi et al. 2018).

Va infine corretta una errata percezione degli aspetti economici connessi alla CS: la CS, seppur basata sul coinvolgimento di volontari, non è gratuita. Per funzionare correttamente essa ha infatti bisogno di tenere in piedi un sistema più o meno complesso di relazioni, comunicazione, feed-back, analisi, che ne garantiscano l’efficacia. In alcuni contesti il numero e l’ampiezza dei dati raccolti dai cittadini (basti pensare, ad esempio, a progetti sull’inquinamento sonoro o di qualità dell’aria) è di gran lunga superiore a quanto potrebbe essere realizzato con le risorse umane e i fondi ordinari a disposizione degli enti di ricerca.

Quanti tipi di Citizen Science esistono?

Per loro stessa natura, i progetti di Citizen Science possono collocarsi lungo un gradiente che va dalla ricerca scientifica pura alla divulgazione. Essi sono in grado di fornire un contributo prezioso al miglioramento ed incremento del livello delle conoscenze e all’accrescimento culturale individuale, in un momento storico caratterizzato da una crisi della biosfera senza precedenti. Agevolare il processo scientifico e avvicinare il pubblico alla scienza costituiscono infatti due finalità strettamente interconnesse e funzionali l’una all’altra.

Studi recenti hanno suggerito vari criteri per descrivere le diverse tipologie di CS. Tra questi, uno degli schemi più diffusi individua quattro tipologie di progetti, sulla base del crescente coinvolgimento dei partecipanti: contributivo (contributory), collaborativo (collaborative), condiviso (co-creative) ed estremo (extreme). Rientrano nella Citizen Science contributiva quei progetti in cui i cittadini si mettono semplicemente a disposizione per raccogliere osservazioni, per indossare sensori in grado di registrare parametri ambientali durante i propri spostamenti abituali o per inserire dati al pc seguendo precise indicazioni. Nella CS collaborativa i cittadini vengono coinvolti maggiormente e sono potenzialmente in grado di interpretare alcuni fenomeni scientifici, mentre nella CS condivisa il coinvolgimento include sia la fase di definizione del problema sia quella della raccolta dei dati (Bonney et al. 2009). Infine, nella Citizen Science estrema il coinvolgimento dei partecipanti include ogni fase del progetto, dalla definizione del problema alla raccolta dei dati, alla analisi e interpretazione dei risultati.

Esiste oggi un crescente numero di applicazioni delle diverse tipologie di CS, da progetti di monitoraggio ambientale in aree metropolitane alla co-creazione e conduzione di progetti con tribù indigene in aree remote del pianeta, basate sull’utilizzo di idiomi. In un così vasto panorama di soluzioni non è semplice orientarsi e valutare pienamente l’efficacia e l’applicabilità della CS ai vari contesti. Si fa sempre più spazio il concetto che la creatività degli scienziati può produrre ancora molte soluzioni, utilizzando quanto la tecnologia propone di nuovo, ma anche quanto la tradizione e le conoscenze di esperti locali possono offrire, per ideare soluzioni sempre diverse. In ogni caso, alla base di ogni attività si colloca sempre il metodo scientifico, che rimane l’elemento imprescindibile e centrale del discorso.

Le associazioni internazionali di Citizen Science

In Europa la CS sta crescendo in modo esponenziale. Nel 2014 si è costituita ECSA (European Citizen Science Association), l’Associazione Europea di Citizen Science, con sede a Berlino. ECSA si prefigge di identificare, sviluppare e promuovere le migliori pratiche e le eccellenze in tema di CS, sviluppare e supportare un approccio comune a livello europeo ed ampliare il sostegno politico in Europa, lavorando a stretto contatto con i Governi e le realtà esistenti e supportando la crescita di comunità nazionali di CS. Nell’immediato futuro c’è inoltre la volontà di sviluppare programmi di CS di dimensione transnazionale. Oggi ECSA è una realtà in forte crescita, con oltre 260 membri istituzionali da 30 paesi.

Nello stesso periodo si sono costituite negli USA la CSA Citizen Science Association, (network internazionale) e la ACSA Australian Citizen Science Association. ECSA lavora a stretto contatto con le altre associazioni internazionali nella promozione di progetti e nella messa a punto di procedure e standard operativi. Questa collaborazione rafforza notevolmente la capacità organizzativa e politica della CS e pone le basi per un suo sempre maggiore consolidamento, intendendo per questo non solo il rafforzamento dei processi e degli standard scientifici, ma anche la capacità di interloquire con la componente politica e indirizzare scelte basate su set di dati raccolti in modo partecipato e affidabile. In seno alla CSA è inoltre nata recentemente la prima rivista scientifica internazionale di settore, Citizen Science: Theory & Practice. Open access e peer-reviewed, CS-T&P si propone come punto di riferimento per i lavori scientifici che mirano a far progredire il settore della Citizen Science. La rivista è aperta a ricercatori, tecnici informatici, biologi della conservazione, educatori, urbanisti, ecc. con lo scopo di condividere le migliori pratiche per concepire, sviluppare, attuare, valutare e sostenere progetti che facilitano la partecipazione pubblica in ambito scientifico, in qualsiasi disciplina. Come affermano i promotori di CS-T&P, lo scopo ultimo è quello di realizzare un nuovo contenitore di informazioni accademiche accessibili a tutti, in alternativa alle pubblicazioni tradizionali, accessibili esclusivamente ai professionisti di settore.

 

I principi della Citizen Science

Una delle prime azioni promosse dalla Associazione Europea di Citizen Science tramite il suo gruppo di lavoro “Sharing best practice and building capacity”, coordinato dal Museo di Storia Naturale di Londra, è stata la stesura dei 10 principi di Citizen Science, tradotti ad oggi in 27 lingue per garantirne la massima diffusione possibile:

  1. I progetti di CS coinvolgono attivamente i cittadini in attività scientifiche che generano nuova conoscenza o comprensione. I cittadini possono agire come contributori, collaboratori o responsabili di progetto e ricoprono un ruolo significativo nel progetto.
  2. I progetti di CS producono un risultato scientifico originale. Ad esempio, fornire una risposta ad un quesito di ricerca o mettere in pratica azioni di conservazione, decisioni gestionali o politiche ambientali.
  3. Sia gli scienziati professionisti sia i cittadini coinvolti traggono vantaggio dal prendere parte a progetti di CS. I vantaggi possono includere la pubblicazione dei risultati di una ricerca, opportunità di apprendimento, piacere personale, benefici sociali, soddisfazione per aver contribuito a fornire una evidenza scientifica per, ad esempio, trovare risposte a questioni di rilevanza locale, nazionale e internazionale e, attraverso queste, avere l’opportunità di influire sulle politiche di settore.
  4. Le persone coinvolte in processi di CS possono, se vogliono, prendere parte a più fasi del processo scientifico. Questo può includere lo sviluppo di quesiti di ricerca, mettere a punto un metodo, raccogliere e analizzare dati e comunicare i risultati.
  5. Le persone coinvolte in processi di CS ricevono feedback. Ad esempio, come i loro dati vengono utilizzati e quali sono i risultati nel campo della ricerca, politico e sociale.
  6. La CS è considerata una metodologia di ricerca come qualunque altra, con limiti e margini di errore che devono essere considerati e tenuti sotto controllo. Tuttavia, a differenza delle metodologie tradizionali di ricerca, la CS fornisce opportunità di un ampio coinvolgimento del pubblico e di democratizzazione della scienza.
  7. Dati e metadati provenienti da progetti di CS sono resi pubblicamente disponibili e, ove possibile, i risultati sono pubblicati in un formato open access. La condivisione dei dati può avvenire durante o dopo il progetto, a meno che esistano motivi di sicurezza o privacy che lo impediscano.
  8. Il contributo delle persone coinvolte in progetti di CS viene riconosciuto ufficialmente nei risultati dei progetti e delle pubblicazioni.
  9. I programmi di CS vengono valutati per il loro risultato scientifico, per la qualità dei dati, l’esperienza dei partecipanti e l’ampiezza dell’impatto sociale e sulle politiche di settore.
  10. I responsabili di progetti di CS prendono in considerazione aspetti legali ed etici relativi a copyright, proprietà intellettuale, accordi sulla condivisione dei dati, confidenzialità, attribuzione e impatto ambientale di ogni attività.

La Citizen Science in Italia

Negli ultimi anni anche in Italia si è registrato un crescente interesse per la Citizen Science tra diversi gruppi di stakeholder. Una recente indagine (Bartoccioni, 2015) ha analizzato alcuni aspetti legati alla CS, quali la natura del coinvolgimento dei cittadini, le loro motivazioni e i principali strumenti utilizzati. A partire dal 2005 si è assistito ad una crescita esponenziale dei progetti (85% dei quali sono stati sviluppati negli ultimi dieci anni), la maggior parte dedicati alla biodiversità. A livello nazionale, circa un migliaio di partecipanti sono stati complessivamente impegnati nei progetti LIFE MIPP e CS-MON) e nel progetto InNat. A livello locale, migliaia di persone hanno partecipato attivamente ai Bioblitz annuali in Maremma, in Lombardia e in alcune altre aree d’Italia. In tutta Italia i cittadini interessati hanno aderito a iniziative come workshop e seminari pubblici organizzati da musei e università. Alcuni esempi di queste attività sono: il workshop Citizen science e Aree protette ospitato dal MUSE (Trento), il 19 febbraio 2018; il Darwin Day organizzato dall’Università di Parma il 1 ° marzo 2018; l’evento “Biodiversità con e per i cittadini” organizzato dall’Università di Palermo il 10-11 maggio 2018; diversi incontri organizzati a Grosseto, Siena, Firenze e Pisa nel 2018 e 2019 nell’ambito del progetto Polli:Bright, ecc.

Emergono anche attività rivolte ad un più ampio spettro disciplinare, quali la sismologia, la qualità dell’aria, i rischi legati al dissesto idrogeologico e l’epidemiologia.

La prima Conferenza Italiana di Citizen Science organizzata il 23-25 Novembre 2017 a Roma ha creato un’occasione di visibilità dei progetti e di incontro tra gli esperti di CS presenti a livello nazionale. Il progetto Horizon 2020 “Doing It Together Science” (DITOs), nell’ambito della propria strategia di coinvolgimento per la Responsible Research and Innovation, ha successivamente reso possibile una serie di incontri, che hanno visto la partecipazione di oltre cinquanta esperti di università, centri di ricerca, musei scientifici, associazioni, enti pubblici italiani con vari livelli di esperienza nel settore della CS (Agnello et al., 2018).

L’Accademia Nazionale delle Scienze e il Museo di Storia Naturale della Maremma hanno ospitato una serie di incontri, promossi in collaborazione con ECSA, che hanno portato alla stesura delle “Linee guida per una strategia nazionale per la citizen science in Italia” (DITOs Consortium, 2019). Questo processo ha ottenuto una visibilità internazionale, ponendo il nostro paese tra le realtà a livello europeo che stanno lavorando maggiormente per dotarsi di strumenti concreti di sviluppo della CS a livello nazionale.

 

Il Museo di Storia Naturale della Maremma e la Citizen Science

Tra i precursori della CS in Italia, il Museo di Storia Naturale della Maremma (MSNM) organizza da diversi anni iniziative di partecipazione pubblica per la raccolta di dati naturalistici. Le attività svolte hanno portato inoltre il museo ad essere uno dei soci fondatori della Associazione Europea di Citizen Science, con un ruolo di rilievo nel Board of Directors sin dalla sua istituzione.

Naturae Social Mapping è il progetto stabile di CS del MSNM, che si compone di una serie di attività e funzioni, descritte di seguito.

www.naturaesocialmapping.it
Attraverso la piattaforma web https://www.naturaesocialmapping.it/ è possibile non solo inserire osservazioni di animali, piante e funghi, ma anche accedere a sezioni specifiche, come quelle dedicate agli incontri di CS e ad alcune specie target, per le quali sono state prodotte mappe a livello nazionale, aggiornate in tempo reale. Obiettivo del progetto è coinvolgere i cittadini di tutte le età (con una particolare attenzione ai giovani) in una esplorazione diretta (hands-on) del nostro mondo naturale. Sebbene l’area principale di riferimento sia la Maremma e, più complessivamente, la Toscana, non ci sono limiti spaziali alle segnalazioni, che possono arrivare da varie zone del nostro paese e non solo. Il museo intende contribuire nel lungo termine alla lotta per arrestare la perdita di biodiversità, aumentando la conoscenza e la consapevolezza verso questo tema centrale per la nostra stessa esistenza. A conferma dell’impegno profuso in questo settore, nel 2013 Regione Toscana, Comune Grosseto e Fondazione Grosseto Cultura (ente gestore del museo) hanno firmato il protocollo di intesa Monitoraggio della biodiversità mediante la Citizen Science, con l’intento di sviluppare il concetto di scienza partecipata in Toscana.

Incontri di citizen science. Si tratta di veri e propri corsi di formazione tematici con esperti, gratuiti e aperti a tutti, per imparare a riconoscere le specie animali e vegetali in natura e capirne il ruolo ecologico. Al termine di ogni incontro viene eseguito un test finale, rilasciato un attestato di frequenza e forniti materiali specifici, da utilizzare per mettere in pratica sul campo ciò che è stato appreso. Ad ogni incontro si accompagna una uscita in natura.

Polli:Bright (www.pollibright.it) è un progetto di CS sugli insetti impollinatori in Toscana promosso dal MSNM e rivolto alle scuole (dagli ultimi anni della primaria ai primi della secondaria di secondo grado). Deriva da un adattamento del progetto inglese Polli:Nation, sviluppato dal team di OPAL (Imperial College) e dall’associazione Learning Through Lanscapes. Tutti e tre gli atenei toscani sono partner del progetto, che si ricollega a Bright, la notte della ricerca in Toscana. Nel corso della edizione 2018 in ognuna delle città coinvolte (Firenze, Siena, Pisa, Grosseto) è stato promosso il progetto, dando la possibilità ai partecipanti di costruire un bug-hotel, al fine di far comprendere l’importanza del fenomeno dell’impollinazione. Gli insegnanti e gli studenti delle classi coinvolte hanno partecipato ad incontri formativi sul fenomeno dell’impollinazione e sui metodi di campionamento, prendendo poi parte ai rilievi di campo, secondo un preciso schema descritto in manuali di campo appositamente realizzati. A scuola, gli studenti hanno riordinato i dati raccolti, che sono stati poi inseriti in un format online. I dati raccolti sono stati poi analizzati ed è stato redatto un report finale; i risultati sono stati presentati in occasione di Bright 2019.

Cross-Polli:Nation (https://www.opalexplorenature.org/xpollination) si configura come una evoluzione di Polli:Bright e Polli:Nation. È un progetto di CS sugli insetti impollinatori finanziato da National Geographic USA e sviluppato dal MSNM in collaborazione con Imperial College, Open University, Università di Aberdeen, Learning Through Landscape e St. Alban School (GB). In Italia Museo di Storia Naturale della Maremma è il soggetto coordinatore dei tre partner universitari Toscani, oltre ad altri partners in altre regioni. Alla raccolta di dati sugli insetti impollinatori si abbina una azione di semina (planting for pollinators) di essenze vegetali fiorite selezionate per attrarre le principali specie, una verifica della presenza degli insetti a seguito di questa azione e un impegno formale da parte delle scolaresche coinvolte nei confronti della protezione degli insetti impollinatori (Polli Promise).

Natura sulle Mura Il monitoraggio della biodiversità può avvenire anche in contesti urbani, per la produzione di banche dati che consentano di valutare le comunità animali e vegetali presenti e per rendere consapevoli i cittadini sulla natura presente in città. Grosseto è tra le pochissime città italiane con una cinta muraria ancora pressoché integra, costituita da ampi terrapieni e aree verdi. Natura sulle mura è un evento promosso dal MSNM che prevede l’iscrizione gratuita in museo, un’ora di rilievi di campo tramite foto scattate ad ogni forma vivente spontanea, il rientro in museo per le determinazioni e piccoli premi finali a carattere naturalistico (guide, partecipazione gratuita ad eventi a pagamento del museo). I risultati in termini di partecipazione e di specie trovate sono incoraggianti e si sta strutturando una comunità locale di soggetti interessati a proseguire i campionamenti nel tempo.

Progetto Talytrus. Il progetto, pensato per gli studenti delle classi prime, seconde e terze della scuola secondaria di 1° grado dell’Istituto Comprensivo Civinini di Fonteblanda (GR), si pone l’obiettivo di coniugare lo studio delle scienze con l’applicazione del metodo scientifico di ricerca.

Il percorso, pluriennale, prevede esperienze sul campo seguite da formulazioni di ipotesi scientifiche da verificare con elaborazioni dei dati raccolti, supportati da ricercatori e operatori facenti capo al MSNM. Il progetto propone attività di CS dedicate agli ambienti costieri e, in particolare, alle specie che colonizzano i banchetti di posidonia e a quelle che caratterizzano gli ecosistemi spiaggia-duna. Si tratta di biocenosi molto interessanti, particolarmente a rischio sia per l’accumulo di sostanze nocive e di materiali plastici, sia per la forte pressione ambientale esercitata dal turismo di massa e dalla azione erosiva del mare. In una prima fase i ragazzi, aiutati da esperti del Museo, elaborano ipotesi di ricerca e mettono a punto i campionamenti. Le indagini di campo vengono effettuate sia in primavera che in autunno, al fine di verificare le differenze determinate dall’impatto antropico del periodo estivo. I dati raccolti vengono elaborati in aula con la consulenza dei ricercatori, per poi arrivare alla produzione di un report finale e ad una pubblicazione scientifica.

BioBlitz. Si tratta di una sfida per individuare in un definito arco di tempo (di solito 24 ore) il maggior numero di specie presenti in una determinata area. È un modo informale e divertente di raccogliere dati sulla varietà delle forme di vita che possiamo trovare in natura e di imparare a riconoscere e registrare le principali specie. Consente di far crescere la consapevolezza dell’importanza della biodiversità e del suo monitoraggio, permettendo allo stesso tempo la raccolta di dati scientifici originali e utili per la conservazione. Scienziati e cittadini collaborano fianco a fianco alla raccolta di dati. Un mix di ricercatori e pubblico è infatti la chiave dell’iniziativa; tutti possono prendervi parte, in modo diverso: bambini, famiglie, scuole, adulti di ogni età, purché accomunati dalla passione per la natura. I partecipanti vengono suddivisi in gruppi, coordinati da ricercatori esperti, per svolgere attività di raccolta di dati scientifici (censimenti di uccelli, rilevamenti della vegetazione, campionamenti di insetti, ecc.). Non tutte le specie possono essere identificate sul campo: al termine delle attività i gruppi di lavoro si muovono verso il Campo Base, dove avviene l’identificazione delle specie mediante guide, chiavi dicotomiche e microscopi. Tutti i dati raccolti nel corso del bioblitz e delle uscite di campo vengono poi inseriti nel sito www.naturaesocialmapping.it

I BioBlitz offrono quindi l’opportunità a scienziati professionisti, naturalisti dilettanti e comunità locali di esplorare e imparare insieme. Aiutano ad accrescere la consapevolezza dell’importanza della biodiversità e del monitoraggio biologico, generando allo stesso tempo un inventario di “istantanee” sulle specie presenti in un dato sito (Robinson et al., 2013).

MNHM ha organizzato numerosi BioBlitz di 24 ore (Sforzi 2017), ciascuno situato all’interno di un sito Natura 2000, una rete europea di Siti di Importanza Comunitaria. In media vengono svolte 30 diverse tipologie di attività per ogni BioBlitz, con oltre 1.800 partecipanti che hanno contribuito negli ultimi sette anni. Questo livello di partecipazione è incoraggiante, soprattutto considerando la posizione geografica e la bassa densità di popolazione delle aree di indagine. Gli elenchi di specie finali variano tra 450 e 700 specie terrestri e d’acqua dolce (con, in alcuni casi, specie marine). I risultati dei BioBlitz vengono poi sintetizzati in specifici report, distribuiti a tutti i partecipanti (vedere, ad esempio, Sforzi et al., 2013).

 

Alcuni spunti finali

La CS include un ampio ventaglio di progetti in cui semplici cittadini possono prendere parte attivamente alla ricerca scientifica, in molti settori delle scienze. Negli ultimi anni l’incremento di soluzioni informatiche e tecnologiche ha fornito un impulso importante, favorendo un importante sviluppo di questo modo di fare scienza.

La principale critica da parte della componente del mondo scientifico ancora non persuasa della validità della Citizen Science è data dalla percezione che i dati raccolti non siano attendibili; tuttavia i volontari che hanno acquisito una certa esperienza sono in grado di raccogliere informazioni sempre più accurate e affidabili. Inoltre, soprattutto in seno alle associazioni internazionali, si sta lavorando per un costante miglioramento degli standard qualitativi, dei processi di validazione dei dati, formazione dei partecipanti e produzione di strumenti in grado di garantire dati sempre più affidabili.

Ad oggi la CS si è dimostrata quindi in grado di produrre database (validati e verificati) utili per la ricerca, generare grandi quantità di dati in tempi relativamente brevi e contribuire ad identificare trend, differenze o somiglianze di parametri o osservazioni nel tempo e nello spazio. Sembra certo che questo processo sia destinato a rafforzarsi, e ciò porterà ad acquisire una maggiore partecipazione e consapevolezza, in grado di cambiare nel prossimo futuro anche il modo di affrontare le emergenti questioni ambientali. In questa ottica la Citizen Science rappresenta un processo di elevato valore civico e culturale, che (in particolare nel settore ambientale), può avere numerosi effetti e risultati:

–     sensibilizzare in modo partecipativo la società verso i temi scientifici;

  • (ri)portare le persone a contatto diretto con la natura;
  • formare bambini, ragazzi ed adulti, fornendo strumenti conoscitivi dell’ambiente naturale e mettendoli in grado di contribuire personalmente e fattivamente al monitoraggio, tutela e salvaguardia di habitat e specie;
  • sviluppare un maggior senso civico e atteggiamenti più rispettosi dell’ambiente;
  • andare oltre le pur meritorie esperienze di educazione ambientale, coinvolgendo i cittadini in una partecipazione diretta alle azioni di monitoraggio e conservazione;
  • spronare i ricercatori a collaborare mediante la messa a punto di chiavi dicotomiche semplificate per il riconoscimento delle principali specie di animali e piante, la realizzazione di progetti ad hoc e la elaborazione dei dati raccolti dai cittadini per valorizzare il loro lavoro;
  • creare una forte consapevolezza della necessità di contribuire alla conoscenza e salvaguardia del territorio, attraverso “the power of knowledge” (il potere della conoscenza).

Bibliografia

Agnello G., Sforzi A., Berditchevskaia A., 2018. Verso una strategia condivisa per la citizen science in Italia. DITOS Consortium: London, UK. http://discovery.ucl.ac.uk/id/eprint/10070105

Bartoccioni, F., Gliozzo, G., Lorenzi, C., Sforzi, A., Haklay, M., 2016: A focus on local public participation in scientific research: citizen science in the Italian landscape. First International European Citizen Science Association (ECSA) Conference, Berlin, 19-21/5/2016.

Bonney, Rick, Ballard, Heidi, Jordan, Rebecca, McCallie, Ellen, Phillips, Tina, Shirk, Jennifer & Wilderman, Candie C. 2009. Public Participation in Scientific Research: Defining the Field and Assessing Its Potential for Informal Science Education. A CAISE Inquiry Group Report.

DITOs consortium, 2019. Verso una strategia nazionale condivisa: Linee guida per lo sviluppo della Citizen Science in Italia. (DITOs policy briefs 6). Doing It Together Science (DITOs): London, UK (disponibile su http://discovery.ucl.ac.uk/10073921/)

Robinson, L.D., Tweddle, JC, Postles, MC, West, SE & Sewell, J. 2013. Guide to running a BioBlitz. Natural History Museum, Bristol Natural History Consortium, University of York and Marine Biological Association, UK.

Sforzi A. 2017. Citizen Science as a tool for enhancing the role of a museum. Museologia Scientifica Memorie 16 (2017): 124-128.

Sforzi A., Pezzo F, Ferretti F & V, Rizzo Pinna. 2013 Report del primo BioBlitz della Toscana (25-26 Maggio 2013, Oasi San Felice, Grosseto). Grosseto, Italy: Museo di Storia Naturale della Maremma, 2013.

Sforzi A., Tweddle J., Vogel J., Lois G., Wägele W., Lakeman Fraser P., Makuch Z. and Katrin Vohland. 2018. Citizen science and the role of natural history museums. Citizen Science Innovation in Open Science, Society and Policy, 10/2018, UCL Press: pages 429-444.

E’ solo un problema di Fratini?

Tutto è cominciato nel 1995, e da lì, un crescendo di musica sublime e interpreti straordinari in una cornice mozzafiato, paesaggi meravigliosi a 2000 metri che solo a vederli ti riempiono la testa di cose belle. Tutto bene quindi? Direi proprio di no.

Tralasciando i motivi tecnici e la loro misura (non voglio parlare qui di VIA, VAS e VINCA e di altri strumenti amministrativi e normativi che abbiamo a disposizione per misurare i diversi tipi di impatti dovute alle diverse attività antropiche; ci sono, lo sappiamo, ma qui, non servono), vorrei motivare il mio dissenso con una sola parola: rispetto.

E’ opportuno andare in una chiesa, o in un qualsiasi altro tempio di qualsiasi altra religione in calzoni corti e magari mangiando un panino o sorseggiando una bibita? Anche qui direi proprio di no, ma non per pudore religioso, per rispetto. Rispetto verso chi, in quei luoghi, cerca e trova una certa visione del mondo. Non serve condividerla. Basta saperlo. Non sarebbe neanche opportuno andare al lavoro in costume da bagno (a meno che non siate dei nuotatori!) o ascoltare musica con auricolari durante una conferenza, anche se l’argomento, o la sua stesura, risultano insopportabili. Non è rispettoso. Ci hanno educato a non farlo.

Se ci hanno insegnato a provare del disagio, una sensazione di fuori posto in molte realtà nelle quali le nostre necessità convergerebbero verso altro, queste istruzioni, evidentemente, non sono state programmate per gli “eventi” all’aperto (evito di dire “location naturali”, così, per un malessere personale).

Anzi, tornando all’incipit è sempre stato “colto” e sintomo di grande “sensibilità” ascoltare musica in alta quota. Un connubio tra cultura e natura, gli “eventi naturali” sono descritti sempre così. Sentire un violoncello che trasforma Bach in purezza assoluta, o un fiato che eleva il jazz verso un aureo benessere, diciamolo pure che non ha prezzo. Qui, ripetiamolo, classica e jazz, mica Jovanotti.

Già Jovanotti. Un artista “ambientalista”, un cantante amante della natura e degli animali. Uno che agli altri ci tiene. Non è un caso che chiede agli altri, a chi sa, prima di fare. Quindi prima sbanca, ma dopo rimetterà a posto, lascerà un ambiente più pulito. E’ anche probabile che si impegnerà economicamente in qualche “battaglia ambientalista”. Si informa chi c’è. Se sta covando, se sta allevando i piccoli, impara il termine trofico.

In tutto questo, non è solo, Jovanotti. Lo affianca qualche associazione ambientalista e condivide con la sua squadra un vero e serio sentimento verso tutto quello che ci circonda, il sole, la luna, le montagne, i fiumi, insomma tutto quello che non è lui. Voi ne dubitate? Io no. Io ci credo. Ho visto celebrare la biodiversità da addetti ai lavori con balletti e poesie in un’arena di cervi in bramito. Senza nessun disagio e senso della vergogna, anzi, con la profonda convinzione che quella sia la strada per una buona e giusta divulgazione e comunicazione scientifica. I Jovannoti, quindi, sono clonati e si riproducono, anche tra gli insospettabili.

Ma allora, cos’è che non ha funzionato e cosa non funziona? Provo a rispondere. Quello che non funziona la dicotomia tuttora esistente tra “cultura” e “natura”, o meglio tra “cultura umanistica” e “cultura scientifica”. Siamo ancora il paese delle due culture, e 30 anni di politiche ambientaliste non sono riuscite a creare ponti, a fare in modo che le due culture si fondessero, con beneficio per tutti.

Non siamo riusciti a superare il concetto di paesaggio e di sostituirlo con quello di ambiente. Le Dolomiti, e non solo, non sono un paesaggio, basta smettere di guardare e cominciare a vedere. E’ una pratica piuttosto antica. E’ da circa quattrocento anni che quando sostituiamo i due verbi ci si apre un mondo. Facciamolo. Adesso abbiamo gli strumenti. Usiamoli. Farlo non comporta più un’attività da addetti ai lavori. E’ anche economicamente vantaggioso. Già perché viviamo nell’era della economia della conoscenza. E, c’è poco da dire, vale la regola che se non conosci, non incassi. Quindi perché non cominciare a conoscere e ad incassare?

Ma innanzi tutto, perché finalmente non capovolgere il paradigma che ci porta a fare sempre le stesse cose solo in aree diverse? Perché trasformare un altopiano in una sala da musica? E soprattutto, perché lasciarlo fare? E’ valsa la pena continuare a pensare che tutto sommato una mancanza di rispetto, continuo a chiamarla così perché penso che questo sia il vero nocciolo della questione, limitata nel tempo e nello spazio, sia il male minore? Per chi? Per Camosci e Coturnici, forse, ma per la nostra specie? La resilienza degli ecosistemi montani verso “eventi localizzati e frequentati da pochi “(!) è in grado di ridurre il disastroso impatto culturale di un concerto in alta quota? Ne siamo ancora sicuri? E se vale per Bach, perché non funziona per Jovanotti in alta e bassa quota? Per il numero? E’ solo per il numero? Non credo sia questa la risposta che conta.

La risposta sta nel senso del disagio che noi tutti dovremmo provare quando si fanno cose appropriate in luoghi inappropriati. Non serve sapere che quei luoghi rimarranno inalterati dal nostro passaggio o che siano stati violati fino a tal punto che ormai qualsiasi cosa vi facciamo, sono ritenuti ormai perduti.

Credo che la chiave di svolta sia che, semplicemente, certe cose non dovremmo proprio farle. Altrimenti, perché non posso portare un Camoscio o un Fratino alla Scala, alla Fenice o in uno stadio?

 

Facciamo due chiacchiere con Claudio CELADA*
*Direttore dell’Area Conservazione della Lipu 

Claudio che ne pensi delle proteste che il tour di Jovanotti sta suscitando nel mondo ambientalista?

È una situazione che mi dispiace, perché penso che l’intento dell’iniziativa fosse positivo, ma il risultato rischia di essere davvero impattante sul territorio. Un conto è promuovere la connessione tra la nostra cultura, anche nei suoi risvolti più piacevoli, come è la musica di Jovannotti, un altro è portare decine di migliaia di persone in aree naturali sensibili con tutto quello che comporta.

Qualsiasi presa di posizione in questo genere di situazioni è a forte rischio strumentalizzazione.

La Lipu non poteva esimersi dal fare al sua parte per impedire impatti davvero inaccettabili non solo sul Fratino, assurta a specie simbolo in questa vicenda, proprio perché nidifica lungo i litorali, ma anche sugli ambienti dunali e retrodunali, ormai sottoposti ad ogni tipo di assalto.

 

Come giudichi il rapporto tra le associazioni ambientaliste e le spinte animaliste?

La Lipu si è battuta in sede europea per assicurarsi che l’utilissimo regolamento europeo sulle cosiddette specie invasive prestasse particolare attenzione ad evitare le sofferenze animali. Direi che questo ben sintetizza la posizione della Lipu.

Mi preme sottolineare come la scomparsa degli habitat (cioè la privazione della casa di molte specie animali) porti con se la sofferenza di molti animali selvatici. Allo stesso tempo non si può ignorare come la presenza di specie alloctone invasive metta molte specie in grado di non potersi difendere, vale a dire che il 100% di individui di una determinata popolazione animale soccombono.

E qui spesso ritardare le azioni con la speranza che la natura (ormai alterata) risolva il problema da sola è una strategia perdente. Uno dei più bei manifesti dell’animalismo è il libro “Homo deus” del Prof. Harari, che focalizza la sua attenzione sulle inaccettabili condizioni di vita degli animali domestici da allevamento.

 

Quanto pensi siano presenti i principi e parametri scientifici nelle associazioni ambientaliste italiane?

Vorrei evitare valutazioni autoreferenziali. Gran parte delle associazioni raggruppa sensibilità diverse. Ciò rappresenta una grande ricchezza ma pone anche delle limitazioni.

La mia personale esperienza è che fare i conto con punti di vista eterogenei sia quasi sempre un bene. Detto questo, non tutte le organizzazioni ambientaliste dedicano la stessa attenzione agli aspetti scientifici. Penso che la chiave stia nel fatto di non voler lavorare sempre da soli. Il confronto con Ispra e con l’Università in genere è un valore imprescindibile a cui teniamo. A volte ne influenziamo anche il pensiero.

Oggettivamente, la Lipu negli ultimi vent’anni, ha prodotto numerose pubblicazioni su riviste scientifiche referenziate, oltre che report tecnici grazie a collaborazioni con il Ministero dell’Ambiente e con il Ministero delle Politiche Agricole

 

Quali pensi siano i maggiori risultati ottenuti dalla Lipu nella tutela dell’ambiente nel nostro paese?

La Lipu ha una forte tradizione per quanto concerne l’implementazione della Direttiva Uccelli e Rete Natura 2000. A partire dall’individuazione delle Important Bird Areas terrestri e marine che hanno spianato la strada alle Zone di Protezione Speciale, alla messa a punto delle misure di conservazione di questi siti, per passare alla difesa dei siti in pericolo.

Forte è anche la tradizione in materia di contenimento degli effetti più deleteri dell’attività venatoria e la lotta contro il bracconaggio.

 

Le aree a diverso regime di protezione (Parchi e Rete Natura 2000) dovrebbero essere degli esempi di contaminazione culturale ambientale per il resto del territorio. Pensi che nel nostro paese abbiano raggiunto lo scopo?

In parte, nonostante la governance zoppicante che spesso affligge queste aree. Molto di più si potrebbe e si dovrebbe fare in materia di progettualità innovativa, incentrata sulla sintesi tra conservazione della biodiversità e dell’ambiente in genere e cultura.

Qui serve un pò meno retorica e maggiore capacità progettuale che coinvolga i territori. Ma non dimentichiamo l’ottimo lavoro già avviato da numerose aree protette ben gestite.

 

Claudio la tua è una visione conservativa internazionale. Quali sono le maggiori differenze nella gestione delle aree a diverso regime di protezione in Italia e nel resto del mondo?

Sia per esperienza diretta che per vocazione, amo confrontare le diverse esperienze gestionali anche in un’ottica multi-culturale.

Un aspetto eclatante è dato dalla rilevanza che le aree protette di diversi Paesi danno al tema della conservazione della biodiversità in senso stretto. Penso che il nostro Paese, fatti i conti con la densità abitativa, debba aumentare la superficie di aree strettamente protette (sensu riserve naturali), mentre in altri Paesi, anche europei questa tipologia è maggiormente diffusa.

Soprattutto penso che per il futuro la chiave sia nella creazione di reti ecologiche di ampia scala (da noi possibili ad esempio sull’Appennino) che garantiscano ampia possibilità di movimento per molti organismi in chiave adattativa.

Sottolineo infine come, in alcuni Paesi (ad es gli Stati Uniti occidentali), le aree protette private assumano un’importanza quasi pari a quella delle aree pubbliche.

Su questo tema l’Italia ha davvero molta strada da percorrere.

Grazie Claudio

 

NESSUNO TOCCHI IL CADAVERE: CHIAMIAMO IL VETERINARIO FORENSE!

di Rosario FICO1,2 Alessia MARIACHER1

alessia.mariacher@izslt.it
rosario.fico@izslt.it
1Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Regioni Lazio e Toscana, sezione di Grosseto
Viale Europa, 30 58100 Grosseto
2Responsabile Centro di Referenza Nazionale per la Medicina Forense Veterinaria

 

“Ad un primo esame esterno si esclude che l’animale sia stato ucciso da un’arma da fuoco”, “Il corpo non presentava segni di traumi”, “Sicuramente investito”… ma siamo sicuri?

Frequentemente, in occasione del ritrovamento di un esemplare di fauna selvatica morto, specialmente se si tratta di specie dal grande impatto mediatico (lupi, orsi, grandi avvoltoi) i primi intervenuti cadono nella trappola di rilasciare dichiarazioni basate sulle prime impressioni percepite.

 

Cadavere di un lupo investito da un treno e ritrovato fra i binari. L’animale è poi risultato anche avvelenato da fosfuro di zinco, seppure la causa finale della morte sia stata il trauma legato all’impatto col convoglio

Che si tratti del turista che ha trovato l’animale, dell’ufficiale di polizia che ha diretto il sopralluogo, del biologo in servizio in un’area protetta, o anche del veterinario chiamato sul campo perché unico reperibile in zona, quasi sempre da un sommario esame esterno del cadavere si giunge a trarre delle conclusioni facilmente sbagliate.

Un esame del cadavere sul campo infatti, essendo necessariamente approssimativo, non potrà mai consentire di giungere ad una appropriata e precisa determinazione della causa di morte (ovvero l’identificazione dell’agente o azione lesiva o tossica che ha portato a morte l’animale, ad esempio ‘colpo d’arma da fuoco’, ‘avvelenamento’, ‘soffocamento’, ecc.), né del meccanismo della morte (ovvero il processo che ha effettivamente determinato il decesso dell’animale, ad esempio emorragia conseguente a rottura cardiaca per un colpo d’arma da fuoco, oppure contusione cerebrale causata da un trauma, ecc.).

 

La piccola lesione al centro della fronte di questo lupo, è la ferita di ingresso di un colpo d’arma da fuoco letale. L’animale però aveva anche ingerito un boccone avvelenato

Tantomeno sarà possibile la ricostruzione della dinamica dell’evento, che è poi quello che interessa agli investigatori per l’inizio delle indagini. Nel campo della Medicina Veterinaria Forense è indispensabile, inoltre, individuare tutti quegli elementi che possono aver contribuito alla morte dell’animale pur non essendone direttamente la causa (nel gergo veterinario forense si parla di distinzione fra ‘animale morto per o morto con’): ad esempio, un lupo ucciso con un colpo da arma da fuoco, potrebbe essere stato preventivamente catturato con un laccio, oppure potrebbe aver ingerito dei bocconi avvelenati che lo hanno debilitato.

Per poter chiarire tutti questi aspetti è necessario operare in una adeguata sala autoptica, dove le condizioni di lavoro sono ottimali sia per gli aspetti tecnici (illuminazione, spazi, strumentazione), sia per quelli sanitari (prevenzione del rischio di diffusione o trasmissione di malattie infettive, sicurezza degli operatori). Un altro elemento che concorre ad escludere la possibilità di effettuare una necroscopia a scopo forense sul campo è che eseguire un esame autoptico accurato può impegnare l’anatomo-patologo per svariate ore e, in alcuni dei casi più complessi, anche per dei giorni.

L’esame da eseguire sulla carcassa non può limitarsi ad una sommaria ispezione esterna (unica attività eseguibile sul campo, e come detto fonte di informazioni assolutamente parziali e fuorvianti), ma deve consistere in una vera e propria autopsia forense, che solo veterinari appositamente formati possono e sanno eseguire. L’autopsia forense (con le tecniche correlate) richiede infatti particolari e complesse impostazioni tecnico-organizzative e deve attenersi a precisi standard procedurali. Fra le peculiarità richieste dall’autopsia forense vi sono ad esempio la necessità di documentare fotograficamente e con riferimento metrico tutti i rilievi, l’obbligo di esaminare tutti i distretti e cavità corporei (comprendendo ad esempio l’apertura del cranio), inoltre il cadavere va scuoiato interamente, senza tralasciare alcun distretto, perché molte delle lesioni di interesse forense possono ‘nascondersi’ proprio nel sottocute o nei muscoli pellicciai dell’animale.

 

Un orso marsicano morto nel 2014. Questa foto rappresenta il momento del ritrovamento, a seguito del quale venne dichiarato alla stampa che si escludevano ferite da arma da fuoco e probabilmente il soggetto era stato avvelenato, perché esternamente non si vedevano lesioni. La folta pelliccia dell’animale nascondeva in realtà svariate ferite da arma da fuoco, di cui alcune risultate letali

Addirittura in alcuni casi, oltre allo scuoiamento, è necessario ricorrere alla rasatura del corpo, per poter evidenziare anche le più minute lesioni a livello cutaneo. Se nel corso dell’autopsia si riscontrano, nel o sul cadavere, elementi di prova quali proiettili, lacci, corpi estranei, sospette sostanze tossiche, ogni elemento va adeguatamente raccolto e preservato per ulteriori analisi.

Sono di recente pubblicazione, sotto l’egida del Ministero della Salute, le “Linee Guida nazionali per le autopsie a scopo forense in medicina veterinariahttp://www.izslt.it/medicinaforense/linee-guida-e-manuali/, cui si rimanda per i dettagli sulle finalità e modalità di esecuzione di questo complesso e specialistico esame.

 

Il cadavere di un lupo viene inviato con il sospetto di lesioni da arma da fuoco… ma stavolta si tratta di morsi

Quando si sia in presenza di un esemplare di fauna selvatica morto, anche di fronte ad uno scenario apparentemente ‘chiaro’ (come nelle foto qui proposte), è pertanto necessario non affrettarsi alle conclusioni, ma attendere il responso di tutte le analisi condotte da veterinari esperti in strutture adeguatamente attrezzate e con l’ausilio di Laboratori specializzati. I colpi d’arma da fuoco possono essere nascosti dalla fitta della pelliccia, deformati e ampliati dall’entomofauna cadaverica, i veleni possono essere visibili solo nel fondo dello stomaco, e tante piccole fonti di prova presenti sul e nel corpo dell’animale aspettano solo di essere trovate… da chi le sa vedere.

Genarale Isidoro FURLAN*: l’impegno di una vita per la tutela e la valorizzazione dell’ambiente

*Generale di brigata in riserva

 

Generale Isidoro Furlan, 46 anni di attività lavorativa tutta impostata nel rispetto della natura prima nel Corpo Forestale dello Stato, ora Carabinieri Forestali, per tutelare l’ambiente.
Sono stati 46 anni di coerenza e di dedizione di cui sono molto contento. Molti mi chiedono se avrei potuto fare di più. Rispondo sicuramente, tutti noi avremo potuto fare di più. Come forestale, ma soprattutto come servitore dello Stato, vedo che l’ambiente in cui viviamo ha un estremo bisogno di essere difeso, e questo lo si fa attraverso la garanzia del rispetto delle regole e delle leggi che lo riguardano. Sono entrato nel corpo forestale a 19 anni, come semplice guardia, e dopo 15 anni trascorsi come guardia e sottufficiale ho vinto il concorso per ufficiale nel Corpo Forestale dello Stato prima, ora Carabinieri Forestali, risalendo tutta la gerarchia fino al grado di generale.

Come vede, sono riuscito ad avere un quadro piuttosto ampio delle diverse cariche istituzionale che, a diverso titolo, si occupano di preservare l’ambiente in cui viviamo e, in tutte, ho conosciuto uomini che, come me, hanno dedicato ogni sforzo per controllare la funzione preziosa che ha l’ambiente per la qualità della nostra vita.

La mia laurea in Scienze Forestali mi ha permesso di capire quanto sia importante il ruolo che hanno i boschi e le foreste per l’uomo e per tutte le altre specie che convivono con noi; tutto questo l’ho toccato con mano durante la mia attività di prevenzione degli incendi boschivi e di rimboschimento forestale.

Vigilanza, tutela e valorizzazione dell’ambiente sono state alcuni dei pilastri sui quali ha basato il suo impegno.
Sono attività diverse, ma complementari, allo stesso modo tutte indispensabili per la protezione dell’ambiente, degli animali e del settore agro-alimentare. Direi senza dubbio che le prime due sono propedeutiche alla terza.

Non possiamo valorizzare nulla che non sia tutelato e la tutela passa attraverso una stretta vigilanza che però non deve essere attuata esclusivamente con attività repressive, ma anche tramite percorsi che accompagnino i cittadini verso comportamenti virtuosi di tutela ambientale.

Valorizzare l’ambiente. Si, ma come?
Direi attraverso tutta una serie di attività che, per semplicità, racchiudo in un solo termine: “comunicazione”. Oggi più che mai la tutela e la salvaguardia dell’ambiente passa attraverso la mediazione culturale, ed è lì, a mio avviso, che va riversato un maggiore impegno rispetto a quanto è stato fatto in passato. Il primo bersaglio, di sicuro, è la scuola. A tutti i livelli.

A me è capitato più volte scorgere la curiosità e la bellezza dell’entusiasmo negli occhi dei bambini quando assistono alla liberazione di piccoli uccelli o di qualche rapace, precedentemente sequestrati. O magari far capire che il loro comportamento nel bosco è fondamentale per permettere ad un piccolo capriolo di sopravvivere e di diventare adulto; così, dopo una piccola chiacchierata, capiscono che si imbattono in un piccolo, non devono mai raccoglierlo, ma allontanarsi dallo stesso per permettere alla madre di ricongiungersi.

Con i ragazzi, si può alzare l’asticella della comunicazione e si comincia, per esempio, a spiegare cosa sia la biodiversità e quanto sia importante per l’uomo e quali sono le attività che i carabinieri forestali mettono in atto per la sua tutela; in questo caso, raccontare come l’antibracconaggio sia un’arma vincente per il mantenimento della biodiversità, rende bene l’idea. Mi interessa che i ragazzi capiscano quanto sia diffuso il bracconaggio e come sia diventato una becera pratica illegale in continua evoluzione.

Faccio sempre il paragone tra il peso di un pettirosso bracconato che pesa 6 grammi ed il peso della cartuccia che l’ha abbattuto che è di 35 grammi. Tutto questo perché, ancora oggi, i piccoli uccelli continuano ad essere un cibo prediletto in alcune aree della nostra penisola nonostante sia un piatto “proibito” dalla legge sia per il consumatore che per chi lo prepara, parlo ovviamente della famigerata “poenta e osei” e di tutte le grottesche varianti locali, tipiche di alcune aree del nord italia.

Quando ho la possibilità materiale di mostrare gli strumenti usati per catturare illegalmente i piccoli uccellini, come richiami acustici, reti, archetti, vischio e cappi, o lacci e armi munite con silenziatori per la cattura e l’abbattimento degli ungulati facendo notare l’enorme spreco dell’ingegno umano usato per fini illegali e causa di enormi sofferenze per gli animali, e vedo la reazione indignata dei ragazzi, capisco che ho fatto un buon lavoro.

Infine gli adulti, la classe d’età più importante in quanto dotata di responsabilità. In questo caso mi interessa particolarmente mettere l’accento sulla differenza che esiste tra attività legittime e legali, così come quelle che hanno dei profili di incostituzionalità, penso, per esempio alle diverse posizioni esistenti sulla convivenza tra la nostra specie e i grandi carnivori.

Lei è stato molto attivo anche nella repressione della sofisticazione agroalimentare
Così come per la biodiversità, la repressione nei confronti della sofisticazione agroalimentare è un’attività importantissima le cui ricadute sono immediate per ognuno di noi, per i nostri famigliari e per tutti i cittadini italiani, ma anche per coloro i quali usufruiscono dei nostri meravigliosi prodotti fuori dai confini del nostro paese.

Quando si entra nel mondo complesso della sofisticazione alimentare la sicurezza igienico-sanitaria dei prodotti è l’obiettivo primario, ma mi piace ricordare che, anche se il più importante, non è l’obiettivo esclusivo. Dobbiamo sempre ricordarci che lo scopo principale di un’azienda è vendere il prodotto e questo avviene o direttamente al consumatore o ai grandi retailer, la grande distribuzione. In questo caso, scontato il rispetto delle leggi igienico-sanitarie, la sofisticazione avviene anche non rispettando altri requisiti che caratterizzano il prodotto come il rispetto delle etichettature, il peso, i diversi protocolli di sostenibilità ambientale e sociale, solo per citarne alcuni.

Fortunatamente oggi molti retailer vogliono mostrarsi al consumatore e all’intera società nel loro volto migliore per una attenzione verso l’ambiente e verso condizioni di vita degli operatori degne, quindi devono essere verificati quelle caratteristiche che normalmente leggiamo nelle etichette di molti prodotti, come la certificazione della responsabilità sociale, che significa che la produzione è avvenuta in assenza di lavoro minorile e garantendo ai dipendenti giuste condizioni di lavoro e salariali, così come il rispetto dell’ambiente e la sostenibilità delle produzioni.

Nella mia carriera molti sono stati gli interventi preventivi che non hanno avuto esiti di rilevanza amministrativa o penale e di questo, ovviamente, sono il primo ad essere stato soddisfatto anche come consumatore; in altri, purtroppo sono stati rilevati gravi situazioni che hanno comportato denunce amministrative e penali, comportando sempre più una maggiore tutela per il consumatore, per la nostra salute e per la dignità dei moltissimi produttori italiani che lavorano nel rispetto delle regole e delle leggi .

Anche questa è stata un’attività intrapresa e condivisa con diversi colleghi che, come me, sono convinti dell’importanza delle diverse stazioni dei carabinieri disseminate sul territorio che rappresentano dei presidi indispensabili per la vicinanza ai cittadini e luoghi di prossimità per le esigenze della nostra società.

Generale Furlan, ora non opera più indossando una divisa, ma un microfono. Cos’è cambiato?
Nulla. Sono sempre un servitore dello Stato. Ora che sono in pensione, però, lo faccio in un altro modo. Come già detto, considero la comunicazione la chiave di svolta per una società che capisca che i temi ambientali sono importanti per tutti, e che il rispetto delle leggi e delle regole fa del bene a noi stessi, alla nostra salute e a tutto l’ambiente.

Così, combattere il bracconaggio e la sofisticazione agroalimentare sono sempre i miei argomenti ed il mio lavoro, ormai fanno parte di me, solo che adesso cerco di far capire la loro importanza ad un pubblico generico attraverso lo schermo televisivo. Credo sia importante far vedere alla gente come si lavora in tutta Italia e quali siano le ricadute nel nostro territorio. Sono compiti difficili, complicati, che il cittadino medio conosce in modo sommario. Da questo punto di vista la televisione e i media, come dire, tradizionali hanno ancora il ruolo chiave di poter implementare la cultura del nostro paese di importanti conoscenze tecnicoscientifiche.

Quest’anno per esempio, dal Veneto alla Calabria, con gli amici di GEO (RAI 3), abbiamo fatto vedere come operano i carabinieri forestali nelle diverse attività ordinarie e straordinarie di tutela e conservazione della biodiversità. Dalla trasformazione del legno, alla gestione dei domestici in aree frequentate da grandi predatori, ad azioni di antibracconaggio e di tutela di specie particolarmente protette.

Come vede c’è tanto da fare, ma c’è tantissimo da raccontare!

Grazie generale Furlan

 

Francesco GHETTI*: Ruolo sociale dell’Università nelle politiche ambientali

*Ordinario di Ecologia e già Rettore dell’Università Ca Foscari Venezia

Sei un ecologo che ha fatto anche varie esperienze di politica universitaria, come quella di Direttore di Dipartimento, di Preside e di Magnifico Rettore. Per cui dovresti essere la persona più adatta a spiegarci la funzione dell’Università nella crescita culturale di una società, nel trasferimento delle conoscenze e, in particolare, nell’educazione al pensiero scientifico.

Compito primario dell’Università è quella di promuovere la ricerca di base, anche perché se non ci fosse l’Università chi altri la potrebbe garantire e sostenere? Chi avrebbe la possibilità di imitare Serendipo che con una lanterna andava perennemente alla ricerca di una cosa e ne trovava sempre un’altra? Per praticità tendiamo a suddividere la ricerca fra: ricerca teorica e applicata, ricerca di base e procedure per il trasferimento delle conoscenze, ecc. Per fare un esempio il CNR era nato con la ‘mission’   della ricerca applicata e del trasferimento delle conoscenze … ma poi nel tempo ha fatto quello che ha voluto e potuto. Personalmente sono del parere che il vero metro di giudizio da utilizzare nel valutare la ricerca dovrebbe essere solo quello della ‘buona e della cattiva ricerca’.

Sono ovviamente favorevole all’impegno dell’Università per il territorio, purché prima l’Università presti la giusta attenzione alla ricerca di base e alla didattica. Esiste infatti il rischio, da un lato di caricare sulle Università gran parte dei problemi irrisolti della società e, dall’altro, la tentazione di alcuni docenti universitari di lasciarsi distrarre dai vantaggi economici di consulenze e rapporti tecnici.

Compito primario dell’Università deve rimanere quello di far crescere le conoscenze e il livello culturale di una società, oltre a mettere a punto adeguati percorsi formativi per le diverse professioni.

Per quanto riguarda l’analfabetismo scientifico degli italiani, il tema sarebbe troppo lungo da trattare in questa sede , dovendo scomodare Benedetto Croce e Giovanni Gentile e, prima di loro, analizzare le condanne inflitte a Giordano Bruno e a Galileo Galilei, come anticipatori del ‘metodo scientifico’.

I temi dell’ambiente e dell’Ecologia hanno assunto negli ultimi decenni un grande rilevo, anche se mi sembra si sia fatta una certa confusione fra ‘Ecologia’ ed ‘Ecologismo’, e fra vecchie e nuove discipline, come ad esempio le Scienze Naturali e gli sviluppi della ‘Biologia della conservazione’.

L’ecologia in Italia è nata intorno agli anni ’70 del novecento, e la mia esperienza di ricerca inizia proprio in quegli anni a Parma, nel primo Laboratorio italiano di Ecologia (mentre al piano di sopra nasceva l’Etologia con Danilo Mainardi).

In quegli anni i temi dell’ecologia rappresentavano ‘il paradigma di un pensiero sociale che nasce da un utilizzo dei saperi scientifici, per tendere ad affermarsi anche politicamente e socialmente’. Nel 1962 negli USA il libro di Rachel Carson ‘Primavera silenziosa’, che denunciava il degrado dell’ambiente attraverso la descrizione delle morie di uccelli per l’uso eccessivo di pesticidi, ebbe un enorme effetto sull’opinione pubblica e questo libro viene comunemente preso come riferimento per l’avvio dei grandi movimenti ambientalisti. Per contro il volume didattico ‘Fondamenti di Ecologia’ di Odum, del 1959, rappresenta il primo tentativo di organizzazione disciplinare dei contenuti moderni di questa disciplina scientifica (benché il termine ecologia abbia origini ancora più remote, che affondano nella cultura naturalistica europea ottocentesca).

Nel campo biologico naturalistico era dominante in quegli anni una cultura disciplinare e specialistica, rivolta prevalentemente a sostenere con prove scientifiche la grande teoria evoluzionistica. Nel frattempo però una forte crescita economica e l’affermazione di una società consumistica stava trasformando la nostra società da ‘agricola’ ad ‘industriale’ a ‘società dei rifiuti’… Faccio un esempio; quando nel 1973 ho scritto la monografia ‘L’acqua nell’ambiente umano di Val Parma’ ad una decina di chilometri a monte della città venivano portati, dalla stessa azienda municipalizzata, e accumulati lungo l’ampio alveo ciottoloso tutti i rifiuti urbani della città. Alla prima piena questi venivano sistematicamente trasportati a valle della città e tutti gli alberi lungo le rive pensili del torrente venivano addobbati con plastiche di dimensioni, colori e fattezze varie, fino all’altezza a cui era arrivata l’ultima piena. Un paesaggio infernale, punteggiato di scarichi diretti in fiume dalle fognature urbane e dalle attività industriali e artigianali (la legge Merli sulla depurazione delle acque fu approvata solo nel 1976).

Era quindi comprensibile e anche auspicabile che maturasse una forte reazione nell’opinione pubblica, sempre più attenta ai fenomeni del degrado ambientale (in particolare i movimenti ecologisti). Molto più lenta è stata invece la risposta da parte della cultura accademica nel campo biologico – naturalistico e anche della nascente ricerca nel campo dell’Ecologia e delle Scienze Ambientali in genere.

Non vi è dubbio quindi che la nascita dei movimenti e dei partiti ‘ecologisti ‘ abbia segnato, nel bene e nel male, i destini dell’ecologia, oltre che di altre discipline ambientali, come ad esempio la biologia della conservazione.

Quindi dobbiamo ritenere che ‘Ecologia’ ed ‘Ecologismo’ siano dei sinonimi?

Negli anni è diventato sempre più necessario tenere ben distinti i ruoli e le azioni dei ‘Movimenti ecologisti’ dai modi di procedere dell’Ecologia, intesa come disciplina scientifica.

Senza nulla togliere al ruolo politico e di opinione che hanno avuto i partiti ‘Verdi’, in particolare nelle importanti esperienze dell’Europa Centrale, l’Ecologia come disciplina scientifica ha maturato un suo specifico corpus metodologico, fondato sul ‘metodo scientifico’, sulla interdisciplinarietà e sulla elaborazione di modelli di funzionamento dei vari ecosistemi, sia normali che patologici.

Nel tempo è stato quasi inevitabile che nascessero alcuni equivoci fra le posizioni ‘del movimentismo ecologista’ e la necessaria prudenza di una scienza ambientale che deve cercare delle risposte scientifiche al funzionamento di sistemi complessi , quali sono gli eco sistemi (struttura, funzione ed evoluzione). Mentre poi è stato possibile ricostruire lo stato di qualità e di funzionalità , attuale e passato, risulta invece oltremodo difficile prevedere le modalità di trasformazione dell’ambiente nel tempo, a causa dell’elevato numero di variabili in gioco. Pensiamo ad esempio al tema dei cambiamenti climatici, della biodiversità a livello planetario, della circolazione degli inquinanti su vasta scala, della gestione delle risorse idriche, ecc.

Da questa complessità è derivata anche la diffidenza di una opinione pubblica che vorrebbe sempre risposte certe e subito (come in genere si possono ottenere solo dalle cartomanti) e magari tranquillizzanti e a loro favorevoli. Salvo poi sostenere il luogo comune che … ‘tanto la ricerca è inutile e sono solo soldi buttati’.

Per sei anni hai fatto il Rettore di Ca’ Foscari e quindi sarai stato coinvolto nelle ‘Baruffe lagunari’ nelle quali l’opinione pubblica veneziana è stata sistematicamente divisa. Qual è il tuo punto di vista su come negli ultimi decenni è stato gestito questo ambiente così particolare?

La Laguna di Venezia rappresenta uno degli esempi più clamorosi evidenti della nostra incapacità di governare un ambiente che ci era stato tramandato da una civiltà che da oltre mille anni aveva commesso la follia di collocare una città dentro una Laguna e che, nonostante tutto, era riuscita a conservarla e a farla funzionare.

Per molti secoli questa città mercantile si era relazionata prevalentemente attraverso il mezzo acqueo, mentre da poco più di un secolo si è stabilmente ancorata alla terra ferma. E una volta perso il suo ruolo di regina dei mari si è progressivamente trasformata in una città–museo, che da qualche decennio vive quasi solo di un turismo, che sfrutta e consuma l’enorme quantità di ‘energia incorporata’ e accumulata durate i secoli gloriosi della sua storia.

La città di Venezia ha instaurato nel tempo un indissolubile rapporto simbiotico con la sua laguna, che fa parte integrante del suo paesaggio, delle modalità di scambio di merci e persone, come spazio di fruizione, per la pesca, la caccia, la balneazione ecc. Per questo sarebbe corretto parlare di un ‘sistema ambientale Venezia e la sua Laguna’. La Laguna costituisce infatti nel contempo la ‘green belt’ della città storica, il supporto liquido su cui la città si muove con mezzi vari, uno spazio produttivo per l’allevamento, l’itinerario di un turismo culturale e naturalistico, ecc.

Uno degli errori commessi è stato appunto quello di ragionare troppo spesso tenendo disgiunta la città insulare dal territorio complessivo della laguna, l’urbanistica della città in senso stretto da un ‘Piano urbanistico e ambientale del sistema città e laguna’, mescolando i confini comunali con i confini funzionali, evitando sistematicamente di pronunciarsi sul grande quesito: ‘Quale tipo di laguna vogliamo ottenere per quale tipo di città’. E questa mancanza di chiarezza ha rappresentato il vulnus che ha alimentato errori ed orrori.

Secondo la tua esperienza di ricercatore e anche di ex assessore al Comune di Venezia, quale dovrebbe essere l’approccio più corretto per arrivare a conciliare le istanze della politica e dell’opinione pubblica, con quelle delle scienze ambientali.

Il ‘sistema ambientale Venezia e Laguna’ non è mai stato solo un ‘ambiente naturale’ ma ha sempre costituito uno spazio ‘per utilizzi multipli’ che richiedeva quindi una capacità di coordinamento e di gestione idraulico-naturalistica, e delle compatibilità fra i diversi tipi di utilizzo. Per cui oggi non è pensabile che i grandi interventi su questo sistema ambientale possano venir decisi e attuati separatamente, senza una preventiva valutazione di ‘compatibilità’ rispetto ad un corretto funzionamento dell’ecosistema complessivo e   delle altre attività che vi vengono svolte.

Rispetto ai secoli passati, oggi sono radicalmente cambiati i tipi di pressioni (es. sostanze inquinanti, movimentazione dei sedimenti, mobilità, pesca, turismo ecc.) e l’autorevolezza politica del decisore che deve garantire il bene pubblico e l’interesse comune. Nei secoli passati la resilienza ambientale e una bassa pressione, consentivano di recuperare rapidamente l’equilibrio ecologico.

Oggi invece, per l’intensità dei processi di trasformazione dell’ambiente, diventa prioritario conoscere verso quale tipo di laguna si desidera tendere (es. in condizioni di assoluta naturalità, gestita delimitando zone con diversi livelli di naturalità, gestita alla stregua di un campo coltivato, oppure di un orto, di un giardino, o di un piazzale completamente asfaltato …). Non è quindi possibile accettare la logica di chi oggi decide di costruire una cassa di colmata per dare spazio all’industria, o di scavare un nuovo canale perché serve alla crocieristica; di chi si inventa una nuova tecnica di pesca distruttiva o di chi decide per il bene dell’industria nautica che i barchini possano viaggiare senza limiti di velocità, ecc.

Tutto questo non deve accadere semplicemente perché la resilienza della laguna non potrà più sopportare ulteriori pressioni; altrimenti la Laguna si trasformerà in un di braccio di mare inquinato, con un paesaggio monotono e privo di tipicità.

La laguna, la sua città e le isole richiedono quindi di fondare la loro gestione un progetto integrato, forte, condiviso e garantito nel tempo da una Autorità che abbia poi la forza e la competenza per attuarlo.

Non vedo alternative alla necessità di imparare a governare questo nostro ambiente ‘trasformato dall’uomo’, in modo che sia sempre in grado di autorigenerarsi e di durare nel tempo. Non si può sperare solo nella visione salvifica di una natura capace sempre di colorare i cieli di azzurro e i mari di blu. Dobbiamo invece imparare a governare e custodire questo nostro ambiente, assecondando le grandi potenzialità della natura con le nostre conoscenze scientifiche, in modo da ristabilire quel patto di reciproco rispetto che ha fatto, ad esempio, della nostra ‘civiltà contadina’ un esempio difficilmente superabile.

Grazie professore, a presto

 

 

 

Francesco MEZZATESTA: pioniere italiano della protezione degli uccelli e “fondatore” della LIPU

Sei identificato come il “segretario storico della Lipu”, quello che, assieme ad altri amici, ha contribuito a fondare e a sviluppare un’importante coscienza ambientalista nel nostro paese. Parallelamente, grazie al tuo lavoro pionieristico, hai fatto capire che l’ambientalismo ha un senso pieno quando viene seguito da azioni concrete, e l’hai ampiamente dimostrato inaugurando il “primo ospedale per rapaci” italiani, attività coraggiosa e all’epoca estremamente innovativa. Cosa trovi di altrettanto coraggioso ed innovativo nell’attuale panorama ambientalista italiano e cosa andrebbe fatto?

Negli anni ’70 Robin Chanter Segretario dell’Istituto Britannico di Firenze, che fino ad allora aveva ospitato nella sede di Lungarno Guicciardini la sigla Lenacdu (Lega Nazionale Contro la Distruzione degli Uccelli) si era stancato delle critiche animaliste che gli arrivavano da parte della cosiddetta “frangia lunatica” (“lunatic fringe”) del mondo protezionista e decise di “scaricare” su di me a Parma la Lenacdu . Nel mio garage di via Montebello 61 parcheggiai così un pacchetto di qualche centinaia di soci dell’associazione. Era tutta qui la Lenacdu. Non avevamo un collaboratore, non una sede non un soldo.

Chi ci aiutava era l’Aispa (Anglo italian society for the protection of animals) di Barbara Milne e Fulco Pratesi che, con Francesco Petretti, stampava Pro Avibus e saltuariamente un’impiegata del British Institute di Firenze Janes Roles Innocenti. Convinto che non si poteva continuare con un’associazione basata sul “contro” decisi, con Fulco Pratesi e altri, di cambiare e dare il via a un’associazione “per” che significava oasi, bird watching e tutto quanto fosse di positivo per fare crescere la conoscenza e la protezione della natura attraverso gli uccelli. Ecco allora la LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli).

Per fortuna qualche anno prima avevo fondato il “Centro recupero rapaci” il primo ospedale italiano che curava i falchi e le aquile ferite dai cacciatori. La stampa si interessava a questo ospedale ornitologico e ne approfittai per lanciare la Lipu partecipando a varie trasmissioni televisive portando in studio i rapaci curati e in attesa di liberazione. Tra tutte le trasmissioni quella che ci dette maggiore spazio e lanciò la Lipu fu “Portobello” dell’indimenticabile Enzo Tortora. Allora ci si basava su azioni concrete come il Centro rapaci e le oasi. Oggi sembra vi sia maggior interesse per i temi ambientali globali e l’innovazione in tutt’Europa sono i ragazzi di Friday for Future che ci danno la speranza di cambiare la mentalità corrente basata sul concetto di uno “sviluppo” infinito di un pianeta con risorse finite.

Però c’è il problema che si parla soprattutto della patologia del corpo-natura come l’inquinamento e i rifiuti e meno di anatomia e fisiologia dello stesso, cioè di come è fatta la biodiversità e come funziona. E’come se un medico parlasse della bronchite cronica e dell’enfisema polmonare senza sapere come sono fatti i polmoni e come funzionano.

La scommessa principale, quindi, dovrebbe consistere nell’introdurre nelle scuole primarie non tanto un generico “insegnamento sui temi ambientali” ma materie specifiche che insegnino a conoscere la base da cui partire, cioè la biodiversità e la natura e questo sia in teoria in classe che con uscite pratiche sul territorio.

Rete Natura 2000 e IBA (Important Bird Areas) nascono dall’applicazione delle strategie individuate dalla direttiva Habitat e della direttiva Uccelli, strumenti comunitari chiave per la conservazione e il ripristino della biodiversità. Pensi siano ancora oggi sufficienti?

Gli uccelli sono una chiave importante per leggere l’ambiente naturale. Le specie sono presenti se sono presenti habitat adeguati. Dobbiamo dire grazie all’Europa della natura per avere difeso i tesori naturali scampati all’antropizzazione. Se non avessimo avuto l’influenza determinante di Paesi del centro nord del vecchio continente più sensibili di noi mediterranei (in particolare purtroppo Italia, Grecia e Spagna) non avremmo mai potuto contare sulla straordinaria rete di Natura 2000 con le Important Bird Areas e nemmeno avremmo avuto le Direttive Uccelli e Habitat.

Oggi però bisognerebbe andare oltre il concetto di “oasi”. Non è più accettabile che tutto il territorio sia esposto a antropizzazioni (soprattutto a causa dell’ “inquinamento edilizio” che si mangia il suolo), con eccezione di alcune aree protette come parchi e oasi. Bisogna capovolgere il concetto. Cioè tutto il territorio deve essere protetto eccetto le zone in cui concedere le trasformazioni. Difficile? Impossibile? Solo il nuovo movimento dei giovani europei potrà far capire alla politica che la terra è un corpo naturale finito su cui ogni trasformazione incide come una ferita su un corpo umano.

Come giudichi oggi i diversi movimenti ambientalisti italiani? Come giocano le differenze tra ambientalisti, animalisti, antispecisti (solo per citarne alcuni) sulle effettive politiche ambientali nel nostro paese?

E’ un bene che vi siano protezionisti con diverse sensibilità. Però da parte mia pur avendo a cuore i diritti di ogni essere vivente mi definisco naturalista e non animalista. C’è un certa differenza tra chi si basa soprattutto sugli equilibri ecologici e chi ne fa più un problema ideologico e morale. Faccio l’esempio dei colombi che stanno proliferando a dismisura essendosi trasformati da specie selvatica a “animali malati d’uomo” e che hanno allargato la propria riproduzione primaverile a tutto l’anno.

C’è chi continua a dar da mangiare ai piccioni nonostante i divieti favorendone un’ulteriore proliferazione e opponendosi a che vengano controllati, non accorgendosi, ad esempio che, per limitare i colombi, le Amministrazioni comunali chiudono con cemento tutti i fori dei centri storici dove nidificano uccelli selvatici come rondoni, pipistrelli, geki, farfalle ecc.

Un altro esempio di contrasto tra la visione naturalistica e quella animalista è la denuncia fatta da animalisti contro il Parco Nazionale dell’Arcipelago toscano colpevole di avere effettuato una derattizzazione sull’isola di Montecristo per salvare la locale popolazione di Berte minori, che sull’isola veniva decimata dai ratti.

Per un naturalista un uccello marino minacciato di estinzione è un valore importante e non è paragonabile a un ratto ma da un punto di vista morale il valore di una mosca equivale a quello di un’ Aquila reale.

La Lipu è partner italiano di BirdLife International, la più grande federazione di associazioni di protezione degli uccelli del mondo. Nel resto del mondo, BirdLife International, così come tutte le altre associazioni che lavorano per scopi conservativi si scontrano immediatamente con la necessità di avviare un’attività di lobby parlamentare e politiche ambientali senza le quali, la conservazione della natura, rimarrebbe un mero proposito etico. Come giudichi l’attualità italiana a riguardo e cosa successe nel passato?

La Lipu e le associazioni protezionistiche italiane svolgono un ruolo fondamentale di controllo e tutela dei beni comuni e anche una corretta azione di lobby in favore della natura. La politica però, anche sotto la pressione di interessi economici, è quella che decide. Come rimanere indipendenti pur dovendo rapportarsi con scelte politiche che possono danneggiare specie e habitat ?

Denunciare le malefatte e fare proposte a tutte le forze politiche senza dare l’impressione di aderire necessariamente a qualche schieramento presuppone un’indipendenza di pensiero e di comportamento indubbiamente non facile ma necessario se si vuole ottenere il risultato di difendere il territorio e la biodiversità.

Il problema però si pone quando si toccano tasti pericolosi come nel caso del referendum sulla caccia del 1989-90 che proposi a partiti e associazioni e del cui Comitato organizzatore ero coordinatore. Pur portando 18 milioni di italiani a votare SI per abolire l’art. 842 del Codice civile che ancora incredibilmente consente ai soli cacciatori di entrare senza permesso nei terreni privati agricoli, non raggiungemmo, sia pur per poco, il quorum del 50% + 1. A boicottare la consultazione si mobilitarono forze industriali enormi con spese pubblicitarie su tutti i media sostenendo la tesi del “referendum inutile”.

Alcuni partiti fecero marcia indietro a metà del percorso e le pressioni arrivarono anche su figure insospettabili. Nonostante che in seguito al referendum sia stata varata una legge sulla caccia migliorativa rispetto al passato (n. 157/92), al sottoscritto la fecero pagare ma, se potessi, rifarei tutto perché non c’è nulla di più gratificante che credere ai propri ideali di vita e seguirli sempre.

Grazie Francesco