E’ solo un problema di Fratini?

Tutto è cominciato nel 1995, e da lì, un crescendo di musica sublime e interpreti straordinari in una cornice mozzafiato, paesaggi meravigliosi a 2000 metri che solo a vederli ti riempiono la testa di cose belle. Tutto bene quindi? Direi proprio di no.

Tralasciando i motivi tecnici e la loro misura (non voglio parlare qui di VIA, VAS e VINCA e di altri strumenti amministrativi e normativi che abbiamo a disposizione per misurare i diversi tipi di impatti dovute alle diverse attività antropiche; ci sono, lo sappiamo, ma qui, non servono), vorrei motivare il mio dissenso con una sola parola: rispetto.

E’ opportuno andare in una chiesa, o in un qualsiasi altro tempio di qualsiasi altra religione in calzoni corti e magari mangiando un panino o sorseggiando una bibita? Anche qui direi proprio di no, ma non per pudore religioso, per rispetto. Rispetto verso chi, in quei luoghi, cerca e trova una certa visione del mondo. Non serve condividerla. Basta saperlo. Non sarebbe neanche opportuno andare al lavoro in costume da bagno (a meno che non siate dei nuotatori!) o ascoltare musica con auricolari durante una conferenza, anche se l’argomento, o la sua stesura, risultano insopportabili. Non è rispettoso. Ci hanno educato a non farlo.

Se ci hanno insegnato a provare del disagio, una sensazione di fuori posto in molte realtà nelle quali le nostre necessità convergerebbero verso altro, queste istruzioni, evidentemente, non sono state programmate per gli “eventi” all’aperto (evito di dire “location naturali”, così, per un malessere personale).

Anzi, tornando all’incipit è sempre stato “colto” e sintomo di grande “sensibilità” ascoltare musica in alta quota. Un connubio tra cultura e natura, gli “eventi naturali” sono descritti sempre così. Sentire un violoncello che trasforma Bach in purezza assoluta, o un fiato che eleva il jazz verso un aureo benessere, diciamolo pure che non ha prezzo. Qui, ripetiamolo, classica e jazz, mica Jovanotti.

Già Jovanotti. Un artista “ambientalista”, un cantante amante della natura e degli animali. Uno che agli altri ci tiene. Non è un caso che chiede agli altri, a chi sa, prima di fare. Quindi prima sbanca, ma dopo rimetterà a posto, lascerà un ambiente più pulito. E’ anche probabile che si impegnerà economicamente in qualche “battaglia ambientalista”. Si informa chi c’è. Se sta covando, se sta allevando i piccoli, impara il termine trofico.

In tutto questo, non è solo, Jovanotti. Lo affianca qualche associazione ambientalista e condivide con la sua squadra un vero e serio sentimento verso tutto quello che ci circonda, il sole, la luna, le montagne, i fiumi, insomma tutto quello che non è lui. Voi ne dubitate? Io no. Io ci credo. Ho visto celebrare la biodiversità da addetti ai lavori con balletti e poesie in un’arena di cervi in bramito. Senza nessun disagio e senso della vergogna, anzi, con la profonda convinzione che quella sia la strada per una buona e giusta divulgazione e comunicazione scientifica. I Jovannoti, quindi, sono clonati e si riproducono, anche tra gli insospettabili.

Ma allora, cos’è che non ha funzionato e cosa non funziona? Provo a rispondere. Quello che non funziona la dicotomia tuttora esistente tra “cultura” e “natura”, o meglio tra “cultura umanistica” e “cultura scientifica”. Siamo ancora il paese delle due culture, e 30 anni di politiche ambientaliste non sono riuscite a creare ponti, a fare in modo che le due culture si fondessero, con beneficio per tutti.

Non siamo riusciti a superare il concetto di paesaggio e di sostituirlo con quello di ambiente. Le Dolomiti, e non solo, non sono un paesaggio, basta smettere di guardare e cominciare a vedere. E’ una pratica piuttosto antica. E’ da circa quattrocento anni che quando sostituiamo i due verbi ci si apre un mondo. Facciamolo. Adesso abbiamo gli strumenti. Usiamoli. Farlo non comporta più un’attività da addetti ai lavori. E’ anche economicamente vantaggioso. Già perché viviamo nell’era della economia della conoscenza. E, c’è poco da dire, vale la regola che se non conosci, non incassi. Quindi perché non cominciare a conoscere e ad incassare?

Ma innanzi tutto, perché finalmente non capovolgere il paradigma che ci porta a fare sempre le stesse cose solo in aree diverse? Perché trasformare un altopiano in una sala da musica? E soprattutto, perché lasciarlo fare? E’ valsa la pena continuare a pensare che tutto sommato una mancanza di rispetto, continuo a chiamarla così perché penso che questo sia il vero nocciolo della questione, limitata nel tempo e nello spazio, sia il male minore? Per chi? Per Camosci e Coturnici, forse, ma per la nostra specie? La resilienza degli ecosistemi montani verso “eventi localizzati e frequentati da pochi “(!) è in grado di ridurre il disastroso impatto culturale di un concerto in alta quota? Ne siamo ancora sicuri? E se vale per Bach, perché non funziona per Jovanotti in alta e bassa quota? Per il numero? E’ solo per il numero? Non credo sia questa la risposta che conta.

La risposta sta nel senso del disagio che noi tutti dovremmo provare quando si fanno cose appropriate in luoghi inappropriati. Non serve sapere che quei luoghi rimarranno inalterati dal nostro passaggio o che siano stati violati fino a tal punto che ormai qualsiasi cosa vi facciamo, sono ritenuti ormai perduti.

Credo che la chiave di svolta sia che, semplicemente, certe cose non dovremmo proprio farle. Altrimenti, perché non posso portare un Camoscio o un Fratino alla Scala, alla Fenice o in uno stadio?

 

Facciamo due chiacchiere con Claudio CELADA*
*Direttore dell’Area Conservazione della Lipu 

Claudio che ne pensi delle proteste che il tour di Jovanotti sta suscitando nel mondo ambientalista?

È una situazione che mi dispiace, perché penso che l’intento dell’iniziativa fosse positivo, ma il risultato rischia di essere davvero impattante sul territorio. Un conto è promuovere la connessione tra la nostra cultura, anche nei suoi risvolti più piacevoli, come è la musica di Jovannotti, un altro è portare decine di migliaia di persone in aree naturali sensibili con tutto quello che comporta.

Qualsiasi presa di posizione in questo genere di situazioni è a forte rischio strumentalizzazione.

La Lipu non poteva esimersi dal fare al sua parte per impedire impatti davvero inaccettabili non solo sul Fratino, assurta a specie simbolo in questa vicenda, proprio perché nidifica lungo i litorali, ma anche sugli ambienti dunali e retrodunali, ormai sottoposti ad ogni tipo di assalto.

 

Come giudichi il rapporto tra le associazioni ambientaliste e le spinte animaliste?

La Lipu si è battuta in sede europea per assicurarsi che l’utilissimo regolamento europeo sulle cosiddette specie invasive prestasse particolare attenzione ad evitare le sofferenze animali. Direi che questo ben sintetizza la posizione della Lipu.

Mi preme sottolineare come la scomparsa degli habitat (cioè la privazione della casa di molte specie animali) porti con se la sofferenza di molti animali selvatici. Allo stesso tempo non si può ignorare come la presenza di specie alloctone invasive metta molte specie in grado di non potersi difendere, vale a dire che il 100% di individui di una determinata popolazione animale soccombono.

E qui spesso ritardare le azioni con la speranza che la natura (ormai alterata) risolva il problema da sola è una strategia perdente. Uno dei più bei manifesti dell’animalismo è il libro “Homo deus” del Prof. Harari, che focalizza la sua attenzione sulle inaccettabili condizioni di vita degli animali domestici da allevamento.

 

Quanto pensi siano presenti i principi e parametri scientifici nelle associazioni ambientaliste italiane?

Vorrei evitare valutazioni autoreferenziali. Gran parte delle associazioni raggruppa sensibilità diverse. Ciò rappresenta una grande ricchezza ma pone anche delle limitazioni.

La mia personale esperienza è che fare i conto con punti di vista eterogenei sia quasi sempre un bene. Detto questo, non tutte le organizzazioni ambientaliste dedicano la stessa attenzione agli aspetti scientifici. Penso che la chiave stia nel fatto di non voler lavorare sempre da soli. Il confronto con Ispra e con l’Università in genere è un valore imprescindibile a cui teniamo. A volte ne influenziamo anche il pensiero.

Oggettivamente, la Lipu negli ultimi vent’anni, ha prodotto numerose pubblicazioni su riviste scientifiche referenziate, oltre che report tecnici grazie a collaborazioni con il Ministero dell’Ambiente e con il Ministero delle Politiche Agricole

 

Quali pensi siano i maggiori risultati ottenuti dalla Lipu nella tutela dell’ambiente nel nostro paese?

La Lipu ha una forte tradizione per quanto concerne l’implementazione della Direttiva Uccelli e Rete Natura 2000. A partire dall’individuazione delle Important Bird Areas terrestri e marine che hanno spianato la strada alle Zone di Protezione Speciale, alla messa a punto delle misure di conservazione di questi siti, per passare alla difesa dei siti in pericolo.

Forte è anche la tradizione in materia di contenimento degli effetti più deleteri dell’attività venatoria e la lotta contro il bracconaggio.

 

Le aree a diverso regime di protezione (Parchi e Rete Natura 2000) dovrebbero essere degli esempi di contaminazione culturale ambientale per il resto del territorio. Pensi che nel nostro paese abbiano raggiunto lo scopo?

In parte, nonostante la governance zoppicante che spesso affligge queste aree. Molto di più si potrebbe e si dovrebbe fare in materia di progettualità innovativa, incentrata sulla sintesi tra conservazione della biodiversità e dell’ambiente in genere e cultura.

Qui serve un pò meno retorica e maggiore capacità progettuale che coinvolga i territori. Ma non dimentichiamo l’ottimo lavoro già avviato da numerose aree protette ben gestite.

 

Claudio la tua è una visione conservativa internazionale. Quali sono le maggiori differenze nella gestione delle aree a diverso regime di protezione in Italia e nel resto del mondo?

Sia per esperienza diretta che per vocazione, amo confrontare le diverse esperienze gestionali anche in un’ottica multi-culturale.

Un aspetto eclatante è dato dalla rilevanza che le aree protette di diversi Paesi danno al tema della conservazione della biodiversità in senso stretto. Penso che il nostro Paese, fatti i conti con la densità abitativa, debba aumentare la superficie di aree strettamente protette (sensu riserve naturali), mentre in altri Paesi, anche europei questa tipologia è maggiormente diffusa.

Soprattutto penso che per il futuro la chiave sia nella creazione di reti ecologiche di ampia scala (da noi possibili ad esempio sull’Appennino) che garantiscano ampia possibilità di movimento per molti organismi in chiave adattativa.

Sottolineo infine come, in alcuni Paesi (ad es gli Stati Uniti occidentali), le aree protette private assumano un’importanza quasi pari a quella delle aree pubbliche.

Su questo tema l’Italia ha davvero molta strada da percorrere.

Grazie Claudio

 

NESSUNO TOCCHI IL CADAVERE: CHIAMIAMO IL VETERINARIO FORENSE!

di Rosario FICO1,2 Alessia MARIACHER1

alessia.mariacher@izslt.it
rosario.fico@izslt.it
1Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Regioni Lazio e Toscana, sezione di Grosseto
Viale Europa, 30 58100 Grosseto
2Responsabile Centro di Referenza Nazionale per la Medicina Forense Veterinaria

 

“Ad un primo esame esterno si esclude che l’animale sia stato ucciso da un’arma da fuoco”, “Il corpo non presentava segni di traumi”, “Sicuramente investito”… ma siamo sicuri?

Frequentemente, in occasione del ritrovamento di un esemplare di fauna selvatica morto, specialmente se si tratta di specie dal grande impatto mediatico (lupi, orsi, grandi avvoltoi) i primi intervenuti cadono nella trappola di rilasciare dichiarazioni basate sulle prime impressioni percepite.

 

Cadavere di un lupo investito da un treno e ritrovato fra i binari. L’animale è poi risultato anche avvelenato da fosfuro di zinco, seppure la causa finale della morte sia stata il trauma legato all’impatto col convoglio

Che si tratti del turista che ha trovato l’animale, dell’ufficiale di polizia che ha diretto il sopralluogo, del biologo in servizio in un’area protetta, o anche del veterinario chiamato sul campo perché unico reperibile in zona, quasi sempre da un sommario esame esterno del cadavere si giunge a trarre delle conclusioni facilmente sbagliate.

Un esame del cadavere sul campo infatti, essendo necessariamente approssimativo, non potrà mai consentire di giungere ad una appropriata e precisa determinazione della causa di morte (ovvero l’identificazione dell’agente o azione lesiva o tossica che ha portato a morte l’animale, ad esempio ‘colpo d’arma da fuoco’, ‘avvelenamento’, ‘soffocamento’, ecc.), né del meccanismo della morte (ovvero il processo che ha effettivamente determinato il decesso dell’animale, ad esempio emorragia conseguente a rottura cardiaca per un colpo d’arma da fuoco, oppure contusione cerebrale causata da un trauma, ecc.).

 

La piccola lesione al centro della fronte di questo lupo, è la ferita di ingresso di un colpo d’arma da fuoco letale. L’animale però aveva anche ingerito un boccone avvelenato

Tantomeno sarà possibile la ricostruzione della dinamica dell’evento, che è poi quello che interessa agli investigatori per l’inizio delle indagini. Nel campo della Medicina Veterinaria Forense è indispensabile, inoltre, individuare tutti quegli elementi che possono aver contribuito alla morte dell’animale pur non essendone direttamente la causa (nel gergo veterinario forense si parla di distinzione fra ‘animale morto per o morto con’): ad esempio, un lupo ucciso con un colpo da arma da fuoco, potrebbe essere stato preventivamente catturato con un laccio, oppure potrebbe aver ingerito dei bocconi avvelenati che lo hanno debilitato.

Per poter chiarire tutti questi aspetti è necessario operare in una adeguata sala autoptica, dove le condizioni di lavoro sono ottimali sia per gli aspetti tecnici (illuminazione, spazi, strumentazione), sia per quelli sanitari (prevenzione del rischio di diffusione o trasmissione di malattie infettive, sicurezza degli operatori). Un altro elemento che concorre ad escludere la possibilità di effettuare una necroscopia a scopo forense sul campo è che eseguire un esame autoptico accurato può impegnare l’anatomo-patologo per svariate ore e, in alcuni dei casi più complessi, anche per dei giorni.

L’esame da eseguire sulla carcassa non può limitarsi ad una sommaria ispezione esterna (unica attività eseguibile sul campo, e come detto fonte di informazioni assolutamente parziali e fuorvianti), ma deve consistere in una vera e propria autopsia forense, che solo veterinari appositamente formati possono e sanno eseguire. L’autopsia forense (con le tecniche correlate) richiede infatti particolari e complesse impostazioni tecnico-organizzative e deve attenersi a precisi standard procedurali. Fra le peculiarità richieste dall’autopsia forense vi sono ad esempio la necessità di documentare fotograficamente e con riferimento metrico tutti i rilievi, l’obbligo di esaminare tutti i distretti e cavità corporei (comprendendo ad esempio l’apertura del cranio), inoltre il cadavere va scuoiato interamente, senza tralasciare alcun distretto, perché molte delle lesioni di interesse forense possono ‘nascondersi’ proprio nel sottocute o nei muscoli pellicciai dell’animale.

 

Un orso marsicano morto nel 2014. Questa foto rappresenta il momento del ritrovamento, a seguito del quale venne dichiarato alla stampa che si escludevano ferite da arma da fuoco e probabilmente il soggetto era stato avvelenato, perché esternamente non si vedevano lesioni. La folta pelliccia dell’animale nascondeva in realtà svariate ferite da arma da fuoco, di cui alcune risultate letali

Addirittura in alcuni casi, oltre allo scuoiamento, è necessario ricorrere alla rasatura del corpo, per poter evidenziare anche le più minute lesioni a livello cutaneo. Se nel corso dell’autopsia si riscontrano, nel o sul cadavere, elementi di prova quali proiettili, lacci, corpi estranei, sospette sostanze tossiche, ogni elemento va adeguatamente raccolto e preservato per ulteriori analisi.

Sono di recente pubblicazione, sotto l’egida del Ministero della Salute, le “Linee Guida nazionali per le autopsie a scopo forense in medicina veterinariahttp://www.izslt.it/medicinaforense/linee-guida-e-manuali/, cui si rimanda per i dettagli sulle finalità e modalità di esecuzione di questo complesso e specialistico esame.

 

Il cadavere di un lupo viene inviato con il sospetto di lesioni da arma da fuoco… ma stavolta si tratta di morsi

Quando si sia in presenza di un esemplare di fauna selvatica morto, anche di fronte ad uno scenario apparentemente ‘chiaro’ (come nelle foto qui proposte), è pertanto necessario non affrettarsi alle conclusioni, ma attendere il responso di tutte le analisi condotte da veterinari esperti in strutture adeguatamente attrezzate e con l’ausilio di Laboratori specializzati. I colpi d’arma da fuoco possono essere nascosti dalla fitta della pelliccia, deformati e ampliati dall’entomofauna cadaverica, i veleni possono essere visibili solo nel fondo dello stomaco, e tante piccole fonti di prova presenti sul e nel corpo dell’animale aspettano solo di essere trovate… da chi le sa vedere.

Genarale Isidoro FURLAN*: l’impegno di una vita per la tutela e la valorizzazione dell’ambiente

*Generale di brigata in riserva

 

Generale Isidoro Furlan, 46 anni di attività lavorativa tutta impostata nel rispetto della natura prima nel Corpo Forestale dello Stato, ora Carabinieri Forestali, per tutelare l’ambiente.
Sono stati 46 anni di coerenza e di dedizione di cui sono molto contento. Molti mi chiedono se avrei potuto fare di più. Rispondo sicuramente, tutti noi avremo potuto fare di più. Come forestale, ma soprattutto come servitore dello Stato, vedo che l’ambiente in cui viviamo ha un estremo bisogno di essere difeso, e questo lo si fa attraverso la garanzia del rispetto delle regole e delle leggi che lo riguardano. Sono entrato nel corpo forestale a 19 anni, come semplice guardia, e dopo 15 anni trascorsi come guardia e sottufficiale ho vinto il concorso per ufficiale nel Corpo Forestale dello Stato prima, ora Carabinieri Forestali, risalendo tutta la gerarchia fino al grado di generale.

Come vede, sono riuscito ad avere un quadro piuttosto ampio delle diverse cariche istituzionale che, a diverso titolo, si occupano di preservare l’ambiente in cui viviamo e, in tutte, ho conosciuto uomini che, come me, hanno dedicato ogni sforzo per controllare la funzione preziosa che ha l’ambiente per la qualità della nostra vita.

La mia laurea in Scienze Forestali mi ha permesso di capire quanto sia importante il ruolo che hanno i boschi e le foreste per l’uomo e per tutte le altre specie che convivono con noi; tutto questo l’ho toccato con mano durante la mia attività di prevenzione degli incendi boschivi e di rimboschimento forestale.

Vigilanza, tutela e valorizzazione dell’ambiente sono state alcuni dei pilastri sui quali ha basato il suo impegno.
Sono attività diverse, ma complementari, allo stesso modo tutte indispensabili per la protezione dell’ambiente, degli animali e del settore agro-alimentare. Direi senza dubbio che le prime due sono propedeutiche alla terza.

Non possiamo valorizzare nulla che non sia tutelato e la tutela passa attraverso una stretta vigilanza che però non deve essere attuata esclusivamente con attività repressive, ma anche tramite percorsi che accompagnino i cittadini verso comportamenti virtuosi di tutela ambientale.

Valorizzare l’ambiente. Si, ma come?
Direi attraverso tutta una serie di attività che, per semplicità, racchiudo in un solo termine: “comunicazione”. Oggi più che mai la tutela e la salvaguardia dell’ambiente passa attraverso la mediazione culturale, ed è lì, a mio avviso, che va riversato un maggiore impegno rispetto a quanto è stato fatto in passato. Il primo bersaglio, di sicuro, è la scuola. A tutti i livelli.

A me è capitato più volte scorgere la curiosità e la bellezza dell’entusiasmo negli occhi dei bambini quando assistono alla liberazione di piccoli uccelli o di qualche rapace, precedentemente sequestrati. O magari far capire che il loro comportamento nel bosco è fondamentale per permettere ad un piccolo capriolo di sopravvivere e di diventare adulto; così, dopo una piccola chiacchierata, capiscono che si imbattono in un piccolo, non devono mai raccoglierlo, ma allontanarsi dallo stesso per permettere alla madre di ricongiungersi.

Con i ragazzi, si può alzare l’asticella della comunicazione e si comincia, per esempio, a spiegare cosa sia la biodiversità e quanto sia importante per l’uomo e quali sono le attività che i carabinieri forestali mettono in atto per la sua tutela; in questo caso, raccontare come l’antibracconaggio sia un’arma vincente per il mantenimento della biodiversità, rende bene l’idea. Mi interessa che i ragazzi capiscano quanto sia diffuso il bracconaggio e come sia diventato una becera pratica illegale in continua evoluzione.

Faccio sempre il paragone tra il peso di un pettirosso bracconato che pesa 6 grammi ed il peso della cartuccia che l’ha abbattuto che è di 35 grammi. Tutto questo perché, ancora oggi, i piccoli uccelli continuano ad essere un cibo prediletto in alcune aree della nostra penisola nonostante sia un piatto “proibito” dalla legge sia per il consumatore che per chi lo prepara, parlo ovviamente della famigerata “poenta e osei” e di tutte le grottesche varianti locali, tipiche di alcune aree del nord italia.

Quando ho la possibilità materiale di mostrare gli strumenti usati per catturare illegalmente i piccoli uccellini, come richiami acustici, reti, archetti, vischio e cappi, o lacci e armi munite con silenziatori per la cattura e l’abbattimento degli ungulati facendo notare l’enorme spreco dell’ingegno umano usato per fini illegali e causa di enormi sofferenze per gli animali, e vedo la reazione indignata dei ragazzi, capisco che ho fatto un buon lavoro.

Infine gli adulti, la classe d’età più importante in quanto dotata di responsabilità. In questo caso mi interessa particolarmente mettere l’accento sulla differenza che esiste tra attività legittime e legali, così come quelle che hanno dei profili di incostituzionalità, penso, per esempio alle diverse posizioni esistenti sulla convivenza tra la nostra specie e i grandi carnivori.

Lei è stato molto attivo anche nella repressione della sofisticazione agroalimentare
Così come per la biodiversità, la repressione nei confronti della sofisticazione agroalimentare è un’attività importantissima le cui ricadute sono immediate per ognuno di noi, per i nostri famigliari e per tutti i cittadini italiani, ma anche per coloro i quali usufruiscono dei nostri meravigliosi prodotti fuori dai confini del nostro paese.

Quando si entra nel mondo complesso della sofisticazione alimentare la sicurezza igienico-sanitaria dei prodotti è l’obiettivo primario, ma mi piace ricordare che, anche se il più importante, non è l’obiettivo esclusivo. Dobbiamo sempre ricordarci che lo scopo principale di un’azienda è vendere il prodotto e questo avviene o direttamente al consumatore o ai grandi retailer, la grande distribuzione. In questo caso, scontato il rispetto delle leggi igienico-sanitarie, la sofisticazione avviene anche non rispettando altri requisiti che caratterizzano il prodotto come il rispetto delle etichettature, il peso, i diversi protocolli di sostenibilità ambientale e sociale, solo per citarne alcuni.

Fortunatamente oggi molti retailer vogliono mostrarsi al consumatore e all’intera società nel loro volto migliore per una attenzione verso l’ambiente e verso condizioni di vita degli operatori degne, quindi devono essere verificati quelle caratteristiche che normalmente leggiamo nelle etichette di molti prodotti, come la certificazione della responsabilità sociale, che significa che la produzione è avvenuta in assenza di lavoro minorile e garantendo ai dipendenti giuste condizioni di lavoro e salariali, così come il rispetto dell’ambiente e la sostenibilità delle produzioni.

Nella mia carriera molti sono stati gli interventi preventivi che non hanno avuto esiti di rilevanza amministrativa o penale e di questo, ovviamente, sono il primo ad essere stato soddisfatto anche come consumatore; in altri, purtroppo sono stati rilevati gravi situazioni che hanno comportato denunce amministrative e penali, comportando sempre più una maggiore tutela per il consumatore, per la nostra salute e per la dignità dei moltissimi produttori italiani che lavorano nel rispetto delle regole e delle leggi .

Anche questa è stata un’attività intrapresa e condivisa con diversi colleghi che, come me, sono convinti dell’importanza delle diverse stazioni dei carabinieri disseminate sul territorio che rappresentano dei presidi indispensabili per la vicinanza ai cittadini e luoghi di prossimità per le esigenze della nostra società.

Generale Furlan, ora non opera più indossando una divisa, ma un microfono. Cos’è cambiato?
Nulla. Sono sempre un servitore dello Stato. Ora che sono in pensione, però, lo faccio in un altro modo. Come già detto, considero la comunicazione la chiave di svolta per una società che capisca che i temi ambientali sono importanti per tutti, e che il rispetto delle leggi e delle regole fa del bene a noi stessi, alla nostra salute e a tutto l’ambiente.

Così, combattere il bracconaggio e la sofisticazione agroalimentare sono sempre i miei argomenti ed il mio lavoro, ormai fanno parte di me, solo che adesso cerco di far capire la loro importanza ad un pubblico generico attraverso lo schermo televisivo. Credo sia importante far vedere alla gente come si lavora in tutta Italia e quali siano le ricadute nel nostro territorio. Sono compiti difficili, complicati, che il cittadino medio conosce in modo sommario. Da questo punto di vista la televisione e i media, come dire, tradizionali hanno ancora il ruolo chiave di poter implementare la cultura del nostro paese di importanti conoscenze tecnicoscientifiche.

Quest’anno per esempio, dal Veneto alla Calabria, con gli amici di GEO (RAI 3), abbiamo fatto vedere come operano i carabinieri forestali nelle diverse attività ordinarie e straordinarie di tutela e conservazione della biodiversità. Dalla trasformazione del legno, alla gestione dei domestici in aree frequentate da grandi predatori, ad azioni di antibracconaggio e di tutela di specie particolarmente protette.

Come vede c’è tanto da fare, ma c’è tantissimo da raccontare!

Grazie generale Furlan

 

Francesco GHETTI*: Ruolo sociale dell’Università nelle politiche ambientali

*Ordinario di Ecologia e già Rettore dell’Università Ca Foscari Venezia

Sei un ecologo che ha fatto anche varie esperienze di politica universitaria, come quella di Direttore di Dipartimento, di Preside e di Magnifico Rettore. Per cui dovresti essere la persona più adatta a spiegarci la funzione dell’Università nella crescita culturale di una società, nel trasferimento delle conoscenze e, in particolare, nell’educazione al pensiero scientifico.

Compito primario dell’Università è quella di promuovere la ricerca di base, anche perché se non ci fosse l’Università chi altri la potrebbe garantire e sostenere? Chi avrebbe la possibilità di imitare Serendipo che con una lanterna andava perennemente alla ricerca di una cosa e ne trovava sempre un’altra? Per praticità tendiamo a suddividere la ricerca fra: ricerca teorica e applicata, ricerca di base e procedure per il trasferimento delle conoscenze, ecc. Per fare un esempio il CNR era nato con la ‘mission’   della ricerca applicata e del trasferimento delle conoscenze … ma poi nel tempo ha fatto quello che ha voluto e potuto. Personalmente sono del parere che il vero metro di giudizio da utilizzare nel valutare la ricerca dovrebbe essere solo quello della ‘buona e della cattiva ricerca’.

Sono ovviamente favorevole all’impegno dell’Università per il territorio, purché prima l’Università presti la giusta attenzione alla ricerca di base e alla didattica. Esiste infatti il rischio, da un lato di caricare sulle Università gran parte dei problemi irrisolti della società e, dall’altro, la tentazione di alcuni docenti universitari di lasciarsi distrarre dai vantaggi economici di consulenze e rapporti tecnici.

Compito primario dell’Università deve rimanere quello di far crescere le conoscenze e il livello culturale di una società, oltre a mettere a punto adeguati percorsi formativi per le diverse professioni.

Per quanto riguarda l’analfabetismo scientifico degli italiani, il tema sarebbe troppo lungo da trattare in questa sede , dovendo scomodare Benedetto Croce e Giovanni Gentile e, prima di loro, analizzare le condanne inflitte a Giordano Bruno e a Galileo Galilei, come anticipatori del ‘metodo scientifico’.

I temi dell’ambiente e dell’Ecologia hanno assunto negli ultimi decenni un grande rilevo, anche se mi sembra si sia fatta una certa confusione fra ‘Ecologia’ ed ‘Ecologismo’, e fra vecchie e nuove discipline, come ad esempio le Scienze Naturali e gli sviluppi della ‘Biologia della conservazione’.

L’ecologia in Italia è nata intorno agli anni ’70 del novecento, e la mia esperienza di ricerca inizia proprio in quegli anni a Parma, nel primo Laboratorio italiano di Ecologia (mentre al piano di sopra nasceva l’Etologia con Danilo Mainardi).

In quegli anni i temi dell’ecologia rappresentavano ‘il paradigma di un pensiero sociale che nasce da un utilizzo dei saperi scientifici, per tendere ad affermarsi anche politicamente e socialmente’. Nel 1962 negli USA il libro di Rachel Carson ‘Primavera silenziosa’, che denunciava il degrado dell’ambiente attraverso la descrizione delle morie di uccelli per l’uso eccessivo di pesticidi, ebbe un enorme effetto sull’opinione pubblica e questo libro viene comunemente preso come riferimento per l’avvio dei grandi movimenti ambientalisti. Per contro il volume didattico ‘Fondamenti di Ecologia’ di Odum, del 1959, rappresenta il primo tentativo di organizzazione disciplinare dei contenuti moderni di questa disciplina scientifica (benché il termine ecologia abbia origini ancora più remote, che affondano nella cultura naturalistica europea ottocentesca).

Nel campo biologico naturalistico era dominante in quegli anni una cultura disciplinare e specialistica, rivolta prevalentemente a sostenere con prove scientifiche la grande teoria evoluzionistica. Nel frattempo però una forte crescita economica e l’affermazione di una società consumistica stava trasformando la nostra società da ‘agricola’ ad ‘industriale’ a ‘società dei rifiuti’… Faccio un esempio; quando nel 1973 ho scritto la monografia ‘L’acqua nell’ambiente umano di Val Parma’ ad una decina di chilometri a monte della città venivano portati, dalla stessa azienda municipalizzata, e accumulati lungo l’ampio alveo ciottoloso tutti i rifiuti urbani della città. Alla prima piena questi venivano sistematicamente trasportati a valle della città e tutti gli alberi lungo le rive pensili del torrente venivano addobbati con plastiche di dimensioni, colori e fattezze varie, fino all’altezza a cui era arrivata l’ultima piena. Un paesaggio infernale, punteggiato di scarichi diretti in fiume dalle fognature urbane e dalle attività industriali e artigianali (la legge Merli sulla depurazione delle acque fu approvata solo nel 1976).

Era quindi comprensibile e anche auspicabile che maturasse una forte reazione nell’opinione pubblica, sempre più attenta ai fenomeni del degrado ambientale (in particolare i movimenti ecologisti). Molto più lenta è stata invece la risposta da parte della cultura accademica nel campo biologico – naturalistico e anche della nascente ricerca nel campo dell’Ecologia e delle Scienze Ambientali in genere.

Non vi è dubbio quindi che la nascita dei movimenti e dei partiti ‘ecologisti ‘ abbia segnato, nel bene e nel male, i destini dell’ecologia, oltre che di altre discipline ambientali, come ad esempio la biologia della conservazione.

Quindi dobbiamo ritenere che ‘Ecologia’ ed ‘Ecologismo’ siano dei sinonimi?

Negli anni è diventato sempre più necessario tenere ben distinti i ruoli e le azioni dei ‘Movimenti ecologisti’ dai modi di procedere dell’Ecologia, intesa come disciplina scientifica.

Senza nulla togliere al ruolo politico e di opinione che hanno avuto i partiti ‘Verdi’, in particolare nelle importanti esperienze dell’Europa Centrale, l’Ecologia come disciplina scientifica ha maturato un suo specifico corpus metodologico, fondato sul ‘metodo scientifico’, sulla interdisciplinarietà e sulla elaborazione di modelli di funzionamento dei vari ecosistemi, sia normali che patologici.

Nel tempo è stato quasi inevitabile che nascessero alcuni equivoci fra le posizioni ‘del movimentismo ecologista’ e la necessaria prudenza di una scienza ambientale che deve cercare delle risposte scientifiche al funzionamento di sistemi complessi , quali sono gli eco sistemi (struttura, funzione ed evoluzione). Mentre poi è stato possibile ricostruire lo stato di qualità e di funzionalità , attuale e passato, risulta invece oltremodo difficile prevedere le modalità di trasformazione dell’ambiente nel tempo, a causa dell’elevato numero di variabili in gioco. Pensiamo ad esempio al tema dei cambiamenti climatici, della biodiversità a livello planetario, della circolazione degli inquinanti su vasta scala, della gestione delle risorse idriche, ecc.

Da questa complessità è derivata anche la diffidenza di una opinione pubblica che vorrebbe sempre risposte certe e subito (come in genere si possono ottenere solo dalle cartomanti) e magari tranquillizzanti e a loro favorevoli. Salvo poi sostenere il luogo comune che … ‘tanto la ricerca è inutile e sono solo soldi buttati’.

Per sei anni hai fatto il Rettore di Ca’ Foscari e quindi sarai stato coinvolto nelle ‘Baruffe lagunari’ nelle quali l’opinione pubblica veneziana è stata sistematicamente divisa. Qual è il tuo punto di vista su come negli ultimi decenni è stato gestito questo ambiente così particolare?

La Laguna di Venezia rappresenta uno degli esempi più clamorosi evidenti della nostra incapacità di governare un ambiente che ci era stato tramandato da una civiltà che da oltre mille anni aveva commesso la follia di collocare una città dentro una Laguna e che, nonostante tutto, era riuscita a conservarla e a farla funzionare.

Per molti secoli questa città mercantile si era relazionata prevalentemente attraverso il mezzo acqueo, mentre da poco più di un secolo si è stabilmente ancorata alla terra ferma. E una volta perso il suo ruolo di regina dei mari si è progressivamente trasformata in una città–museo, che da qualche decennio vive quasi solo di un turismo, che sfrutta e consuma l’enorme quantità di ‘energia incorporata’ e accumulata durate i secoli gloriosi della sua storia.

La città di Venezia ha instaurato nel tempo un indissolubile rapporto simbiotico con la sua laguna, che fa parte integrante del suo paesaggio, delle modalità di scambio di merci e persone, come spazio di fruizione, per la pesca, la caccia, la balneazione ecc. Per questo sarebbe corretto parlare di un ‘sistema ambientale Venezia e la sua Laguna’. La Laguna costituisce infatti nel contempo la ‘green belt’ della città storica, il supporto liquido su cui la città si muove con mezzi vari, uno spazio produttivo per l’allevamento, l’itinerario di un turismo culturale e naturalistico, ecc.

Uno degli errori commessi è stato appunto quello di ragionare troppo spesso tenendo disgiunta la città insulare dal territorio complessivo della laguna, l’urbanistica della città in senso stretto da un ‘Piano urbanistico e ambientale del sistema città e laguna’, mescolando i confini comunali con i confini funzionali, evitando sistematicamente di pronunciarsi sul grande quesito: ‘Quale tipo di laguna vogliamo ottenere per quale tipo di città’. E questa mancanza di chiarezza ha rappresentato il vulnus che ha alimentato errori ed orrori.

Secondo la tua esperienza di ricercatore e anche di ex assessore al Comune di Venezia, quale dovrebbe essere l’approccio più corretto per arrivare a conciliare le istanze della politica e dell’opinione pubblica, con quelle delle scienze ambientali.

Il ‘sistema ambientale Venezia e Laguna’ non è mai stato solo un ‘ambiente naturale’ ma ha sempre costituito uno spazio ‘per utilizzi multipli’ che richiedeva quindi una capacità di coordinamento e di gestione idraulico-naturalistica, e delle compatibilità fra i diversi tipi di utilizzo. Per cui oggi non è pensabile che i grandi interventi su questo sistema ambientale possano venir decisi e attuati separatamente, senza una preventiva valutazione di ‘compatibilità’ rispetto ad un corretto funzionamento dell’ecosistema complessivo e   delle altre attività che vi vengono svolte.

Rispetto ai secoli passati, oggi sono radicalmente cambiati i tipi di pressioni (es. sostanze inquinanti, movimentazione dei sedimenti, mobilità, pesca, turismo ecc.) e l’autorevolezza politica del decisore che deve garantire il bene pubblico e l’interesse comune. Nei secoli passati la resilienza ambientale e una bassa pressione, consentivano di recuperare rapidamente l’equilibrio ecologico.

Oggi invece, per l’intensità dei processi di trasformazione dell’ambiente, diventa prioritario conoscere verso quale tipo di laguna si desidera tendere (es. in condizioni di assoluta naturalità, gestita delimitando zone con diversi livelli di naturalità, gestita alla stregua di un campo coltivato, oppure di un orto, di un giardino, o di un piazzale completamente asfaltato …). Non è quindi possibile accettare la logica di chi oggi decide di costruire una cassa di colmata per dare spazio all’industria, o di scavare un nuovo canale perché serve alla crocieristica; di chi si inventa una nuova tecnica di pesca distruttiva o di chi decide per il bene dell’industria nautica che i barchini possano viaggiare senza limiti di velocità, ecc.

Tutto questo non deve accadere semplicemente perché la resilienza della laguna non potrà più sopportare ulteriori pressioni; altrimenti la Laguna si trasformerà in un di braccio di mare inquinato, con un paesaggio monotono e privo di tipicità.

La laguna, la sua città e le isole richiedono quindi di fondare la loro gestione un progetto integrato, forte, condiviso e garantito nel tempo da una Autorità che abbia poi la forza e la competenza per attuarlo.

Non vedo alternative alla necessità di imparare a governare questo nostro ambiente ‘trasformato dall’uomo’, in modo che sia sempre in grado di autorigenerarsi e di durare nel tempo. Non si può sperare solo nella visione salvifica di una natura capace sempre di colorare i cieli di azzurro e i mari di blu. Dobbiamo invece imparare a governare e custodire questo nostro ambiente, assecondando le grandi potenzialità della natura con le nostre conoscenze scientifiche, in modo da ristabilire quel patto di reciproco rispetto che ha fatto, ad esempio, della nostra ‘civiltà contadina’ un esempio difficilmente superabile.

Grazie professore, a presto

 

 

 

Francesco MEZZATESTA: pioniere italiano della protezione degli uccelli e “fondatore” della LIPU

Sei identificato come il “segretario storico della Lipu”, quello che, assieme ad altri amici, ha contribuito a fondare e a sviluppare un’importante coscienza ambientalista nel nostro paese. Parallelamente, grazie al tuo lavoro pionieristico, hai fatto capire che l’ambientalismo ha un senso pieno quando viene seguito da azioni concrete, e l’hai ampiamente dimostrato inaugurando il “primo ospedale per rapaci” italiani, attività coraggiosa e all’epoca estremamente innovativa. Cosa trovi di altrettanto coraggioso ed innovativo nell’attuale panorama ambientalista italiano e cosa andrebbe fatto?

Negli anni ’70 Robin Chanter Segretario dell’Istituto Britannico di Firenze, che fino ad allora aveva ospitato nella sede di Lungarno Guicciardini la sigla Lenacdu (Lega Nazionale Contro la Distruzione degli Uccelli) si era stancato delle critiche animaliste che gli arrivavano da parte della cosiddetta “frangia lunatica” (“lunatic fringe”) del mondo protezionista e decise di “scaricare” su di me a Parma la Lenacdu . Nel mio garage di via Montebello 61 parcheggiai così un pacchetto di qualche centinaia di soci dell’associazione. Era tutta qui la Lenacdu. Non avevamo un collaboratore, non una sede non un soldo.

Chi ci aiutava era l’Aispa (Anglo italian society for the protection of animals) di Barbara Milne e Fulco Pratesi che, con Francesco Petretti, stampava Pro Avibus e saltuariamente un’impiegata del British Institute di Firenze Janes Roles Innocenti. Convinto che non si poteva continuare con un’associazione basata sul “contro” decisi, con Fulco Pratesi e altri, di cambiare e dare il via a un’associazione “per” che significava oasi, bird watching e tutto quanto fosse di positivo per fare crescere la conoscenza e la protezione della natura attraverso gli uccelli. Ecco allora la LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli).

Per fortuna qualche anno prima avevo fondato il “Centro recupero rapaci” il primo ospedale italiano che curava i falchi e le aquile ferite dai cacciatori. La stampa si interessava a questo ospedale ornitologico e ne approfittai per lanciare la Lipu partecipando a varie trasmissioni televisive portando in studio i rapaci curati e in attesa di liberazione. Tra tutte le trasmissioni quella che ci dette maggiore spazio e lanciò la Lipu fu “Portobello” dell’indimenticabile Enzo Tortora. Allora ci si basava su azioni concrete come il Centro rapaci e le oasi. Oggi sembra vi sia maggior interesse per i temi ambientali globali e l’innovazione in tutt’Europa sono i ragazzi di Friday for Future che ci danno la speranza di cambiare la mentalità corrente basata sul concetto di uno “sviluppo” infinito di un pianeta con risorse finite.

Però c’è il problema che si parla soprattutto della patologia del corpo-natura come l’inquinamento e i rifiuti e meno di anatomia e fisiologia dello stesso, cioè di come è fatta la biodiversità e come funziona. E’come se un medico parlasse della bronchite cronica e dell’enfisema polmonare senza sapere come sono fatti i polmoni e come funzionano.

La scommessa principale, quindi, dovrebbe consistere nell’introdurre nelle scuole primarie non tanto un generico “insegnamento sui temi ambientali” ma materie specifiche che insegnino a conoscere la base da cui partire, cioè la biodiversità e la natura e questo sia in teoria in classe che con uscite pratiche sul territorio.

Rete Natura 2000 e IBA (Important Bird Areas) nascono dall’applicazione delle strategie individuate dalla direttiva Habitat e della direttiva Uccelli, strumenti comunitari chiave per la conservazione e il ripristino della biodiversità. Pensi siano ancora oggi sufficienti?

Gli uccelli sono una chiave importante per leggere l’ambiente naturale. Le specie sono presenti se sono presenti habitat adeguati. Dobbiamo dire grazie all’Europa della natura per avere difeso i tesori naturali scampati all’antropizzazione. Se non avessimo avuto l’influenza determinante di Paesi del centro nord del vecchio continente più sensibili di noi mediterranei (in particolare purtroppo Italia, Grecia e Spagna) non avremmo mai potuto contare sulla straordinaria rete di Natura 2000 con le Important Bird Areas e nemmeno avremmo avuto le Direttive Uccelli e Habitat.

Oggi però bisognerebbe andare oltre il concetto di “oasi”. Non è più accettabile che tutto il territorio sia esposto a antropizzazioni (soprattutto a causa dell’ “inquinamento edilizio” che si mangia il suolo), con eccezione di alcune aree protette come parchi e oasi. Bisogna capovolgere il concetto. Cioè tutto il territorio deve essere protetto eccetto le zone in cui concedere le trasformazioni. Difficile? Impossibile? Solo il nuovo movimento dei giovani europei potrà far capire alla politica che la terra è un corpo naturale finito su cui ogni trasformazione incide come una ferita su un corpo umano.

Come giudichi oggi i diversi movimenti ambientalisti italiani? Come giocano le differenze tra ambientalisti, animalisti, antispecisti (solo per citarne alcuni) sulle effettive politiche ambientali nel nostro paese?

E’ un bene che vi siano protezionisti con diverse sensibilità. Però da parte mia pur avendo a cuore i diritti di ogni essere vivente mi definisco naturalista e non animalista. C’è un certa differenza tra chi si basa soprattutto sugli equilibri ecologici e chi ne fa più un problema ideologico e morale. Faccio l’esempio dei colombi che stanno proliferando a dismisura essendosi trasformati da specie selvatica a “animali malati d’uomo” e che hanno allargato la propria riproduzione primaverile a tutto l’anno.

C’è chi continua a dar da mangiare ai piccioni nonostante i divieti favorendone un’ulteriore proliferazione e opponendosi a che vengano controllati, non accorgendosi, ad esempio che, per limitare i colombi, le Amministrazioni comunali chiudono con cemento tutti i fori dei centri storici dove nidificano uccelli selvatici come rondoni, pipistrelli, geki, farfalle ecc.

Un altro esempio di contrasto tra la visione naturalistica e quella animalista è la denuncia fatta da animalisti contro il Parco Nazionale dell’Arcipelago toscano colpevole di avere effettuato una derattizzazione sull’isola di Montecristo per salvare la locale popolazione di Berte minori, che sull’isola veniva decimata dai ratti.

Per un naturalista un uccello marino minacciato di estinzione è un valore importante e non è paragonabile a un ratto ma da un punto di vista morale il valore di una mosca equivale a quello di un’ Aquila reale.

La Lipu è partner italiano di BirdLife International, la più grande federazione di associazioni di protezione degli uccelli del mondo. Nel resto del mondo, BirdLife International, così come tutte le altre associazioni che lavorano per scopi conservativi si scontrano immediatamente con la necessità di avviare un’attività di lobby parlamentare e politiche ambientali senza le quali, la conservazione della natura, rimarrebbe un mero proposito etico. Come giudichi l’attualità italiana a riguardo e cosa successe nel passato?

La Lipu e le associazioni protezionistiche italiane svolgono un ruolo fondamentale di controllo e tutela dei beni comuni e anche una corretta azione di lobby in favore della natura. La politica però, anche sotto la pressione di interessi economici, è quella che decide. Come rimanere indipendenti pur dovendo rapportarsi con scelte politiche che possono danneggiare specie e habitat ?

Denunciare le malefatte e fare proposte a tutte le forze politiche senza dare l’impressione di aderire necessariamente a qualche schieramento presuppone un’indipendenza di pensiero e di comportamento indubbiamente non facile ma necessario se si vuole ottenere il risultato di difendere il territorio e la biodiversità.

Il problema però si pone quando si toccano tasti pericolosi come nel caso del referendum sulla caccia del 1989-90 che proposi a partiti e associazioni e del cui Comitato organizzatore ero coordinatore. Pur portando 18 milioni di italiani a votare SI per abolire l’art. 842 del Codice civile che ancora incredibilmente consente ai soli cacciatori di entrare senza permesso nei terreni privati agricoli, non raggiungemmo, sia pur per poco, il quorum del 50% + 1. A boicottare la consultazione si mobilitarono forze industriali enormi con spese pubblicitarie su tutti i media sostenendo la tesi del “referendum inutile”.

Alcuni partiti fecero marcia indietro a metà del percorso e le pressioni arrivarono anche su figure insospettabili. Nonostante che in seguito al referendum sia stata varata una legge sulla caccia migliorativa rispetto al passato (n. 157/92), al sottoscritto la fecero pagare ma, se potessi, rifarei tutto perché non c’è nulla di più gratificante che credere ai propri ideali di vita e seguirli sempre.

Grazie Francesco

 

 

Giorgio BOSCAGLI*: la complicata vita dei parchi italiani

*Wildlife manager
*Già Direttore del Parco Naturale Regionale Sirente-Velino
*Già Direttore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna

 

La tua vita lavorativa coincide con la storia dei parchi italiani. Ti sei scelto un mestiere difficile, molto spesso, dai più, poco compreso. Essere direttore di un’area protetta significa elaborare tattiche e strategie tipiche della biologia della conservazione e lavorare affinché questi stessi principi vengano metabolizzati dai non addetti ai lavori e dal pubblico che quelle aree protette le visita e, a diverso titolo, ne fruisce. Quanto è difficile, seppur gratificante, il lavoro del direttore di un’area protetta in Italia?

Partiamo da una premessa. La mia vita lavorativa è iniziata quando i cosiddetti cinque Parchi Nazionali “storici” già esistevano e cercavano – dove più dove meno – di dare un senso concreto alla loro missione istituzionale, ovvero la conservazione. Congiunzione astrale fortunata fu quella di sviluppare gran parte (1975-1994) della mia formazione professionale al Parco Nazionale d’Abruzzo che, all’epoca, cominciava a configurarsi come il punto di riferimento privilegiato per la positiva ventata culturale-ambientalista che spazzava il Paese. Vento che produsse esperienze come la nascita delle grandi associazioni per la conservazione della natura, della relativa pubblicistica divulgativa e che culminò con l’approvazione – travagliatissima – della Legge Quadro sulle Aree Protette (la 394/91).

La mia esperienza – di studi prima e professionale poi – partì come biologo di campo che si occupava di ricerche su biologia e comportamento, oltre che di gestione operativa, per la conservazione del lupo appenninico e dell’orso marsicano. Parlo di “fortuna” perché, forse, mi trovai ad essere l’uomo giusto al posto giusto nel momento giusto. Ma in tutta la mia vita c’è stato – e c’è ancora – un concreto dualismo, una sorta di schizofrenia oscillante fra ruolo manageriale (biologo/ispettore della Sorveglianza al Parco d’Abruzzo, poi direttore al Parco Regionale Sirente Velino, poi direttore al Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi) e quello del libero professionista/naturalista sul campo (certamente più ricco di emozioni e soddisfazioni), con un target molto ristretto (conservazione dei grandi Carnivori, le cosiddette “specie-bandiera”), ma estremamente assorbente e impegnativo. Durante queste fasi della mia vita sono stato consulente di molte amministrazioni pubbliche – Parchi nazionali e regionali, Riserve, Regioni, Province e altre ancora – su problematiche di tutela ambientale. Ci tengo a puntualizzare questo quadro perché credo che l’esperienza “di campo” sia fondamentale per affrontare le incombenze del ruolo manageriale, del quale parliamo in questa intervista. Almeno nelle Aree Protette.

Il direttore di un’area protetta, specialmente se grande ed ecosistemicamente complessa, significa – lo hai ben sintetizzato tu – adoperarsi sostanzialmente per la metabolizzazione di valori (quelli naturalistici) che non sono così diffuso patrimonio comune. Almeno non in una società, quella italiana, permeata da sensibilità prevalentemente umanistiche. Un esempio? Pensa a quante volte compare sui media il Colosseo e quante l’Orso marsicano, suo equipollente naturalistico! Tutto questo deve poi passare attraverso burocrazie, procedure, rapporti con enti e soggetti che hanno altre priorità, carenze di personale specializzato, disponibilità di risorse e bilanci (analizzando i quali si scopre l’orientamento e l’attenzione degli organi centrali dello Stato…), ma anche, più banalmente, attraverso le sensibilità presenti negli organi di amministrazione dei Parchi (presidenti, Consigli Direttivi et similia) sempre più spesso oggetto di  piccole lottizzazioni partitiche.

Mi chiedi se sia difficile, ma anche gratificante tutto questo. Certamente il quadro è assai complesso e non sono rari i momenti in cui ti viene voglia di mandare tutto “a quel paese” per tornare a occuparti direttamente di animali. La gratificazione quale direttore riesci a percepirla se nell’arco del mandato (5 anni: troppo breve!) porti a termine e vedi i risultati di almeno alcuni degli obbiettivi che ti eri prefissato. E’ indubitabile che veder nascere un popolamento di camosci d’Abruzzo o documentare sempre più segnalazioni di orso al parco Regionale Sirente Velino, oppure ancora crescere il popolamento di lupi al Parco delle Foreste Casentinesi, per un biologo di campo “prestato alla gestione” (così mi sento) siano state belle soddisfazioni. Vedere che la percentuale di risorse dei parchi sia sempre più sbilanciata a favore della (pur comprensibile) promozione socioeconomica del territorio mi faceva  (e mi fa tutt’oggi) preoccupare moltissimo perché significa una strisciante ma robusta tendenza ad allontanarsi dalla missione istituzionale e prioritaria di questi enti, che è e deve restare la conservazione della Natura.

Probabilmente ci sarebbe lo spazio – e sicuramente ce n’è l’intendimento – per fare dei parchi anche luoghi di promozione culturale a favore dei valori ambientali, quindi, di conseguenza, pure di gratificazione economica degli abitanti. Ma il problema centrale sono le scarse risorse umane e la pertinace volontà dei partiti di fare degli Organi dei parchi appetitose poltroncine per gratificare la piccola politica locale. La eliminazione – già avvenuta – della componente scientifica dai consigli direttivi e le proposte di modifica nella composizione degli stessi previsti nell’ultimo disegno di legge di “aggiornamento” della Legge 394/91 (un aborto che per fortuna siamo riusciti a bloccare in extremis alla fine della XVII legislatura) ne sono un esempio desolante.

Tu parli di tattiche e strategie tipiche della biologia della conservazione. Vogliamo allora parlare dei Piani dei Parchi..? Uno strumento che dovrebbe costituire il vademecum operativo, seppure per grandi linee, che un Direttore utilizza nelle elaborazioni di cui sopra. Ma andiamo a vedere (a distanza di 28 anni dall’approvazione della Legge Quadro) quanti sono i parchi che ne sono dotati: quasi nessuno. Questo significa che assai di frequente il Direttore esercita prevalentemente il proprio ruolo arrampicandosi su specchi piuttosto viscidi e talvolta – se vuole tener fede al proprio mandato – rischiando anche procedure legali in prima persona (quando non guerre intestine con qualche componente del Consiglio Direttivo). Su questi argomenti e sulle responsabilità congiunte di Regioni e Ministero Ambiente (talvolta anche di alcuni Parchi e delle loro rappresentanze collegiali) si potrebbero scrivere volumi interi. Di fatto oggi è ancora così. Se poi arriviamo a parlare dei Presidenti che considerano i Direttori alla stregua di segretari personali (cercando di azzerarne le autonomie decisionali previste dalla legge…..che sia benedetto Bassanini!) si arriva all’en plein.

 

Le diverse aree protette (dai Parchi Nazionali a Rete Natura 2000) hanno lo scopo di conservare e/o ripristinare la biodiversità e di rappresentare dei modelli e/o dei laboratori per l’attuazione dei principi conservativi nel resto del territorio non protetto. Di là da quelli che sono gli strumenti tecnico-scientifici tipici della biologia della conservazione, le grandi indicazioni politiche sul futuro delle aree protette e sulla conservazione della natura rappresentano la scelta nel mantenimento di strategie operative che hanno raggiunto obiettivi prefissati o decide di svilupparne delle alternative. Com’è cambiata, negli anni, la visione politica a riguardo?

Mi offri lo spunto per affrontare un tema che sottopongo da anni a vari consessi. Credo infatti si debba fare un po’ di chiarezza sul contenuto dei concetti di “conservazione” e, più che altro, “ripristino”, che tu citi e proponi come un assunto obbligato. Non c’è dubbio sul fatto che le aree protette debbano essere istituite là dove c’è ancora qualcosa da conservare, quindi che sia necessaria una fotografia della situazione tale da evidenziare i valori ancora esistenti e per i quali c’é maggior bisogno di specifici interventi (o regolamentazioni) di tutela. Ma “conservazione” significa mantenere lo status quo? Oppure dobbiamo intenderla (non per tutti è scontato) come un quadro dinamico di azioni che favoriscano il consolidamento delle parti più fragili degli ecosistemi? E se questo entra potenzialmente in conflitto con le attività umane, almeno alcune? Un esempio di quanto sia delicato l’argomento è quello del naturale recupero territoriale che il lupo sta realizzando, prima sull’Appennino settentrionale poi, più di recente, sulle Alpi.

Quali strumenti di controllo delle dinamiche popolazionali di alcune specie (animali, ma anche vegetali) è consentito/dobbiamo porre in essere? In qualche caso (per esempio ancora il lupo) si è arrivati a elaborare veri e propri Piani d’Azione (il primo nel 2002, oggi 2019 un altro), ma se non viene previsto un controllo stringente sull’attuazione (Ministero Ambiente…..se ci sei batti un colpo!) e un quadro sanzionatorio per chi deroga (Amministrazioni Pubbliche!) siamo sempre – come dicono i giuristi – ad una “campana sine malleo”, cioè a un esercizio teorico, uno strumento inutile perché privo di efficacia.

Il problema più spinoso però emerge quando parliamo di ripristino ecologico. Cosa si vuole intendere, da un punto di vista cronologico e storico, con il termine “ripristino”? A che epoca vogliamo risalire (e quindi quali obbiettivi vogliamo perseguire) quando parliamo di ripristino degli ecosistemi? Non c’è nessuno strumento legislativo che abbia avuto il coraggio di affrontare questo argomento e non è una questione di lana caprina. Ne stiamo avendo una prova concreta quando parliamo – ancora come esempio – di Ursus arctos marsicanus e di Appennino. Traducendo: fino a quando si parla teoricamente o con taglio divulgativo di protezione di questo rarissimo, prezioso ed evocativo endemismo tutti sono pronti a sottoscrivere petizioni, raccolte-fondi, condanne degli atti di bracconaggio (purtroppo ancora esistenti) stracciandosi le vesti ….e così via. Ma se parliamo (e ne ho parlato, con “delicatissima delicatezza”….ma ne ho parlato e scritto!) di avviare programmi di reintroduzione o ripopolamento (a seconda di quali ambiti territoriali consideriamo), o quantomeno di cominciare a costituire una banca del genoma (una sorta di assicurazione sul suo futuro) del nostro prezioso plantigrado, l’atteggiamento riscontrato è stato di sufficienza, qualche volta di scherno. Talvolta di aperto contrasto.

Nessuno sta pensando di riempire di orsi l’Appennino, ma se si parla di ripristino ed esistono Parchi Nazionali dove l’orso, se adeguatamente protetto, potrebbe tornare (argomento difficile, costoso, tecnicamente delicatissimo, etc etc), io credo che questo dovrebbe essere un tema di assoluta priorità nelle discussioni della politica di questi parchi e nell’impegno delle loro risorse! Viceversa, se si va a monitorare il quadro degli atti deliberativi degli Enti Parco (cioè gli strumenti di indirizzo con cui si orientano le scelte e si decide come/dove spendere soldi) si resta un po’….. sconcertati (è un eufemismo). In percentuale la politica dei parchi è molto più orientata alle sagre del finocchio fritto, ai festival della tarantella o alle partecipazioni a kermesse sul turismo e sui prodotti gastronomici locali (indiscutibilmente ottimi!) che non agli argomenti – anche spinosi, mi rendo conto – del “ripristino ecologico”. Certo, per arrivare a questo, si dovrebbe fare una verifica dei profili di qualità dei Consigli Direttivi……Non si può mettere in mano (per fare un esempio) la ricostruzione di Notre Dame a persone che a malapena sanno che Notre Dame sta in Francia.

Come vedi integro e metto a disposizione le mie esperienze biologo di campo al ruolo di direttore/manager, ma quando mi chiedi se e come è cambiata la visione politica, e quindi se i parchi  siano davvero diventati la rappresentazione dei modelli e/o laboratori per l’attuazione dei principi conservativi per il resto del territorio non protetto, direi proprio che siamo ancora in alto mare. Ma continuiamo imperterriti a nuotare (sperando che i nostri discendenti ce lo riconoscano)!

 

Complessivamente le aree a diverso regime di protezione (dalla categoria Ia alla VI, IUCN) sommate a Rete Natura 2000 in Italia coprono circa il 20% dell’intero territorio. L’enorme sforzo che tutto questo ha richiesto è controbilanciato da risultati conservativi evidenti e tangibili?

Chi vuoi che risponda, il direttore o il biologo-ambientalista? Hai ragione a parlare di enorme sforzo, perché tale è stato e onestamente credo che siano stati raggiunti risultati accettabili e stimolanti. Non mi sbilancio a dire ottimi perché in realtà esiste tutta una serie di carenze che speriamo si riescano a colmare in tempi non lunghissimi, o quantomeno prima che i processi di degrado diventino irreversibili. Mi pare evidente che tutta la battaglia per la tutela dell’ambiente sia una continuo “braccio di ferro” contro il tempo e i sempre più rapidi processi in corso. Sto pensando alla protezione delle nostre coste (del tutto insufficiente), alle connessioni ecologiche (carenti o addirittura inesistenti) fra le aree che godono di una qualche forma di protezione, alla omogeneizzazione di criteri di gestione faunistica e venatoria fra le varie Regioni (una sarabanda annuale che gira attorno ai calendari venatori e ai – ridicoli – livelli di impegno di molte Regioni per far crescere la qualità e la consapevolezza della gestione faunistica, in particolare a supporto delle Aree Protette regionali). Però, di nuovo, il problema e più che altro culturale: mi è capitato di lavorare con ruoli di responsabilità a Piani di Gestione di SIC dove i Sindaci dei Comuni ricompresi consideravano – si capiva chiaramente – la designazione del proprio territorio a Sito di Interesse Comunitario come una tegola in testa, una vera e propria iattura, invece che una sottolineatura dei valori del loro Comune e un investimento per le generazioni future. Detto questo non voglio nemmeno tarpare le speranze, perché pare che tiri un nuovo vento, almeno in Europa (la mobilitazione dei giovani per contrastare i cambiamenti climatici, la crescita delle rappresentanze verdi al Parlamento europeo, almeno per alcune Nazioni…non l’Italia, e così via). Purtroppo, a fronte di queste timide speranze che crescono, non va taciuto il fatto che fino a quando la Nazioni che contribuiscono di più, in peggio, al degrado del Pianeta (USA in primis, ma anche  Cina e diverse altre dove si stanno scatenando appetiti) continueranno nella loro tenzone basata in modo esclusivo sulla crescita economica (Trump docet) sarà difficile cambiare orizzonte.

 

Se è vero che viviamo in un momento di raro consenso “ambientale”, la fatica per l’istituzione di un’area protetta non è cambiata, e porta spesso politici e amministratori a considerarla un traguardo conservativo. Così si confondono mezzi e fini. Come far capire a chi governa che le aree protette sono degli strumenti per raggiungere i diversi obiettivi conservativi preposti?

Ancora una volta dobbiamo sottolineare l’obbligo di passaggio attraverso un percorso di crescita culturale. Fino a quando molti amministratori locali considereranno l’inclusione del proprio Comune in un’Area Protetta semplicemente come un valore aggiunto alla promozione turistica dello stesso non faremo grandi passi avanti. Anzi, c’è il rischio (come sta già avvenendo) che si consolidi un approccio alla conservazione che è tale solo se genera turismo e circolazione di denaro nel breve termine. Non sono un fautore della cosiddetta “decrescita felice” (anche se di qualcosa potremmo tranquillamente fare a meno) e ci tengo a dire che trovo giusto controbilanciare l’apposizione di vincoli e regole “speciali” con l’offerta di opportunità economiche alla popolazione. Su questo non ho dubbi. La situazione diventa però critica nel momento in cui, spesso in modo strisciante (ovvero senza mai dichiararlo apertamente), le priorità vengono a modificarsi; non raramente in conseguenza della nomina di Presidenti e Direttori troppo legati agli interessi locali o troppo facilmente condizionabili. In questi ultimi anni questo sta diventando quasi una regola. Molte sono le condizioni per un raddrizzamento della rotta (che negli anni ’70-’80 sembrava abbastanza ben definita, ora non più). Mi rendo conto che forse sto pensando ai miracoli, ma provo ad elencarne alcune:

  • Un Ministero per l’Ambiente molto (ma molto!) più ricco di personale qualificato e adeguato al compito. Provate a verificare quanti concorsi specifici sono stati fatti da quando fu istituito il Ministero (all’epoca “per l’Ecologia”, nel 1986 nacque con questo nome ed era un ministero senza portafoglio, ovvero addetto a filosofeggiare e non ad agire). Credo nessuno. Tutto personale trasferito/mobilitato/ri-assegnato etc. e poi convenzioni con privati (del concetto di società in house abbiamo fatto religione)
  • Attribuzione di risorse adeguate al medesimo Ministero, ovvero – nel Bilancio dello Stato – paragonabili a quelle del Ministero per la Salute o a quello per l’Università e la Ricerca.
  • Abolizione delle Regioni e ripristino delle Province, ma prevedendo che tutta la competenza in tema di ambiente resti agli organi centrali dello Stato.
  • Eliminazione di Regioni e Province a Statuto autonomo
  • Predisposizione dei Piani dei Parchi entro due anni dall’insediamento dei Consigli Direttivi prevedendo automatico commissariamento (non subordinato a decisioni opportunistiche, neppure del Ministro/Ministero) in caso di mancata ottemperanza.
  • Ridefinizione dei ruoli politici e gestionali con costante monitoraggio del rispetto degli stessi da parte del Ministero Ambiente. Traduco: agli organi politici spetti il compito di definire bilanci e programmi di carattere generale (ovvero quattro-cinque riunioni decisionali l’anno, ma dove i temi della conservazione riguardino il 90% delle decisioni); il resto da affidare esclusivamente al direttore-manager (una sorta di Amministratore Delegato) che risponde dei risultati.
  • Totale indipendenza fra le procedure di nomina dei direttori e quelle di presidenti e consigli direttivi. Ma tutte subordinate a verifiche curriculari di assoluta/altissima qualità e trasparenza
  • Totale disconnessione fra istituzioni e associazionismo ambientalista, ovvero, traducendo: fino a quando le Associazioni “tireranno a campare” grazie agli oboli, diretti e indiretti, del/dei Ministero/i sarà difficile sperare in una reale indipendenza dei giudizi, della capacità critica e dei relativi modus operandi

Di miracoli in cui sperare scendendo via via nel dettaglio ne mancano davvero ancora molti, ma gli altri volumi li scriveremo in un’altra occasione.

Ti ringrazio Giorgio, a presto.

 

 

Pietro GRECO*: La comunicazione della scienza in Italia

*Giornalista scientifico e scrittore
*Già direttore del master in Comunicazione scientifica della SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) di Trieste
*Caporedattore del magazine online Il Bo Live, di proprietà dell’Università degli Studi di Padova.

Da un’esperienza più che trentennale di giornalismo e di comunicazione scientifica (ricordo anche l’importante lavoro che ha svolto al Ministero dell’Università e della Ricerca) come giudica la costante avversione e sospetto che la scienza suscita in Italia?

Da questa mia lunga esperienza nel giornalismo e nella comunicazione della scienza ho rilevato che c’è davvero una reale avversione e un sospetto costanti provenienti da una parte della società italiana.

Molti sostengono che questo atteggiamento nei confronti della scienza sia un residuo della cultura crociana; Benedetto Croce non riconosceva il valore culturale della scienza e da questo deriverebbe l’attuale disvalore della cultura scientifica che tutti noi oggi respiriamo. In realtà questo approccio crociano alla scienza è rimasto egemone in alcune parti importanti della società italiana, ma sono convinto che la causa reale abbia origini un po’ più materiali.

I paesi che sono entrati, o che cercano di entrare, a vele spiegate nell’economia della conoscenza, hanno fondato tutto il loro sistema produttivo su una costante innovazione dipendente dalla ricerca scientifica e tecnologica (che come sappiamo dipende dalla produzione di nuove conoscenze scientifiche). In Italia, tutto questo processo economico non è avvenuto, e oggi ne paghiamo le conseguenze perché di fronte alla nuova globalizzazione il nostro paese ha mostrato tutta la sua arretratezza, e da qui, le nostre difficoltà economiche.

La scarsa cultura scientifica quindi ha determinato una specializzazione produttiva del sistema paese che ha tralasciato la ricerca, e quindi la scienza, e ciò ha comportato uno scollamento sempre maggiore tra il nostro sistema produttivo e il valore della cultura scientifica non solo sociale, ma soprattutto economico.

La scienza ha bisogno di cultura scientifica e questa esiste quando un paese mette in atto tutti gli sforzi possibili per costruire una società democratica della conoscenza. Qual è stato l’effettivo impegno della politica italiana a riguardo?

La politica in Italia non ha fatto molto: né i partiti di centrodestra né quelli di centrosinistra. Purtroppo la sottostima del valore culturale, sociale ed economico della scienza appartiene un po’ a tutto il panorama politico del nostro paese.

Ovviamente esiste, anche in Italia, una parte non banale di politici che hanno avuto attenzione per la scienza, ma è sempre stata una parte minoritaria e purtroppo poco incisiva.

Questo ci riporta alla causa cui ho accennato prima, e cioè la causa della scarsa attenzione della nostra classe politica verso la scienza è stata determinata dalla specializzazione produttiva del sistema paese fondata su un “modello di sviluppo senza ricerca” e quindi senza il protagonismo della scienza.

In Germania, per esempio, questo non sarebbe possibile. Se in Germania i politici fossero disattenti di fronte alla cultura scientifica, l’intero sistema produttivo tedesco imporrebbe loro di prestare molta più attenzione alla scienza e alla ricerca scientifica. Non è un caso che tutta la politica in Germania abbia una forte attenzione verso la scienza, lo si vede anche nel programma di un partito di centro come il partito socialdemocratico, e adesso anche in quello dei verdi che dimostrano un’attenzione alla ricerca scientifica molto importante

La globalizzazione ha come principale referente il libero mercato e una parte importante dell’economia si basa sulla conoscenza scientifica, quindi con la cultura non solo si mangia, ma si cresce. Da cosa dipende, quindi, l’impermeabilità italiana nell’applicazione del diritto alla conoscenza?

Ancora una volta credo che questo dipenda dal modello di sviluppo economico e produttivo del nostro paese. Il diritto alla conoscenza non viene percepito come un valore sociale ed economico. Abbiamo scelto uno sviluppo che non prevede la ricerca scientifica. E queste sono le conseguenze.

Da qui l’impermeabilità italiana al diritto alla conoscenza che rappresenta il risultato di una scarsa attenzione economica, quindi culturale e sociale alla conoscenza scientifica, in particolare, ma anche verso conoscenza in generale. Peraltro, non è che la cultura umanistica di stampo crociano si imponga sulla cultura scientifica; quello che stiamo vivendo è una scarsa attenzione verso l’intera cultura, e questo il paese lo sta pagando a caro prezzo

Noi sappiamo che la biodiversità è uno dei motori dell’evoluzione e in questo momento, in molte società, la biodiversità è anche un valore. E così logica vorrebbe che la biologia della conservazione (branca della biologia che studia scientificamente i fenomeni che influiscono sulla perdita, sul mantenimento e sul ripristino della biodiversità) diventasse la base di scelte gestionali, ma questo, molto spesso, non accade. Forse perché, di là da una risposta empatica molto forte, si ha un’idea molto scarsa su cosa sia veramente la biodiversità?

Credo che questo sia l’effetto della scarsa cultura in generale, e della cultura scientifica in particolare, che si riflette in una insufficiente comprensione di sistemi biologici complessi quali la biodiversità, del significato stesso del termine biodiversità, e del modo in cui si può e si deve salvaguardare la biodiversità.

Da qui derivano i nostri rapporti con il resto del mondo vivente e dell’ambiente in generale che sono formati più dalla ideologia che non dalla comprensione profonda di cosa siano e di cosa significhino.

Negli ultimi 10-15 anni la divulgazione scientifica italiana è cresciuta, ma la biologia della conservazione continua ad essere sconosciuta anche a molti giornalisti scientifici.  La biodiversità quindi cenerentola della divulgazione scientifica?

Penso che negli ultimi dieci o quindici anni la comunicazione della scienza, più che la divulgazione scientifica, sia aumentata in termini sia quantitativi che qualitativi in molti settori. Le trasmissioni di Piero Angela raggiungono alti audience e, in Italia c’è un gran numero di Festival della Scienza come in nessun altro paese europeo e forse al mondo.

Non è un caso neppure che ci siano tanti i luoghi di formazione di comunicatore scientifico come la Sissa di Trieste, ma anche Milano, Ferrara, Roma, Bari, Torino e Padova sono diventati luoghi importanti di formazione.

Devo dire che ci sono ormai alcune centinaia, se non qualche migliaio, di persone che in questi 10-15 anni si sono formati e sono diventati ottimi comunicatori scientifici, alcuni sono di eccezionale bravura e non hanno nulla da invidiare ai nostri colleghi di altri di altri paesi.

Se c’è una mancanza di attenzione per la biologia della conservazione è perché anche noi giornalisti viviamo in un ambiente nel quale l’analisi razionale dei fenomeni lascia il passo molto spesso alla ideologia e quindi, molto spesso, anche i media si lasciano prendere facilmente dalla ideologia e dalla emotività piuttosto che dalla razionalità.

Penso però che la razionalità non debba essere disgiunta della emotività; posso e debbo tentare di conservare la biodiversità nel nostro paese e nel mondo agendo sia razionalmente che emotivamente, ma l’emozione non deve mai prevalere e soppiantare la ragione, quindi la nostra azione non deve essere mai ideologica, ma sempre attenta al contesto.

Dobbiamo sempre fare un’analisi del contesto, questo ce lo insegna proprio la scienza; non esistono valori assoluti o decisioni assolute, ma esistono valori e decisioni che vanno prese tenendo conto del contesto. Questo è il significato della cultura scientifica, e quando continuerà ad affermarsi e a diventare prevalente anche nei media, allora anche la cultura della biodiversità diventerà importante.

Grazie Pietro

 

 

Roberto DELLA SETA*: ruolo dell’ambientalismo nella biologia della conservazione

*Già Presidente di Legambiente e dal 2008 al 2013
  È stato senatore del Pd e capogruppo nella Commissione Ambiente nella XVI Legislatura
  Attualmente presiede la Fondazione Europa Ecologia

 

I recenti risultati delle elezioni europee ci hanno descritto una vera e propria “ondata verde” in quasi tutto il continente a parte l’Italia dove, in assoluta controtendenza, Europa Verde riesce ad ottenere un consenso del 2.4%. L’Europa della solidarietà e un impegno concreto contro la crisi climatica sono stati metabolizzati da molti europei, ma non dagli italiani. Se e cosa non ha funzionato?
In effetti le elezioni europee del 26 maggio hanno visto quasi tutta l’Europa investita da una grande onda verde che ha risparmiato quasi soltanto l’Italia. Ci sono paesi come la Germania e la Francia dove ormai i verdi sono la forza progressista più importante; in Germania (gli ultimi sondaggi li danno addirittura come primo partito), ce ne sono altri, come il Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio, Austria e molti paesi scandinavi, dove i verdi hanno ottenuto risultati a doppia cifra sopra, ma anche l’Europa mediterranea con la Spagna e il Portogallo ha eletto europarlamentari verdi.

Le ragioni che vedono l’Italia esclusa dal grandissimo successo dei verdi in Europa sono diverse, ma credo che la principale dipenda dalla inadeguatezza dell’offerta politica ecologista nel nostro paese. I verdi italiani sono ancora quello che erano sostanzialmente 20 o 30 anni fa, un piccolo partito nato dal seno della sinistra radicale.

In tutta Europa i verdi hanno cambiato profilo diventando una forza protagonista di un grande proposta di riformismo green, senza mai rinunciare a nulla dei propri valori direi quasi rivoluzionari, è stata in grado di misurarsi, spesso anche con successo, con la complessità contemporanea delle azioni di governo. Basti pensare  che i verdi governano da tempo e con successo una delle regioni tedesche più ricche industrializzate come il Baden-Württemberg. Questo cambio di passo in Italia non c’è stato e credo che questo sia questa sia la radice dell’insuccesso, del flop ennesimo dei Verdi italiani dei verdi in Italia, naturalmente questo insuccesso è anche la misura di una difficoltà di tutta la politica italiana a fare i conti con la sfida ambientale.

L’inadeguatezza dei verdi italiani si accompagna a quelle delle altre forze politiche tradizionali del nostro paese che sono palesemente più indietro che nel resto d’Europa rispetto ai temi ambientali. I socialisti europei spesso ormai hanno integrato fortemente i temi ambientali nei loro programmi, penso al Regno Unito e alla Spagna, esempi di due grandi paesi europei dove socialisti non solo resistono, ma avanzano.

In Italia, il Partito Democratico, che è il partito del che rappresenta il nostro paese nel Partito Socialista europeo nel gruppo socialista al Parlamento Europeo, rimane ancora molto lontano da questa consapevolezza, così come le altre forze politiche. Un altro esempio è il centro-destra europeo è quello che ha il volto di Angela Merkel che è molto molto più ambientalista di qualunque esponente del partito democratico italiana. Quindi, come vedi, il fallimento della proposta verde in Italia non credo ci sia un problema di arretratezza dell’elettorato italiano rispetto ai temi ambientali.

Gli italiani hanno dimostrato In tante occasioni di essere molto consapevoli e molto sensibili ai temi dell’ambiente; basti ricordare il trionfo del referendum contro il nucleare prima dell’87 e, pochi anni fa, quello per l’acqua pubblica; quella che è mancata è la capacità delle forze politiche di tradurre questa sensibilità di base in offerta politica.

L’elettorato italiano ha tentato altre strade; penso che il grande successo del M5S delle scorse elezioni politiche nasca anche dal fatto che 5 Stelle si fossero caratterizzati fortemente sui temi ambientali, oggi questa strada l’hanno quasi del tutto abbandonata.

Non so come si possa ripartire, ma sicuramente lo si dovrà fare dalle fondamenta;  bisogna prendere atto del fallimento del progetto che ha il nome e il volto dei verdi italiani per avviare una nuova offerta ecologista caratterizzata da una visione e una proposta radicali, ma allo stesso tempo deve essere caratterizzata dalla capacità pragmatica di misurarsi con tutti i temi del governo di una società complessa come la nostra

Penso che oggi difendere l’ambiente non vuol dire più come voleva dire 20 o 30 anni fa resistere alle leggi dell’economia e alle leggi del profitto, ma vuol dire essere in grado  di applicare i principi e i protocolli del Green New Deal che, in Italia e in Europa significa lavorare per la riconversione ecologica delle produzioni e dei consumi. Questa è la strada per ridurre il rischio di una marginalizzazione dell’Europa che sta per diventare sempre di più un’area periferica nello scacchiere globale geopolitico. Siamo in pochi rispetto agli altri continenti e l’unico modo per mantenere un peso importante è quello di continuare ad essere leader nei  processi di riconversione ecologica dell’economia. Non so se questa possibilità in Italia qualcuno saprà raccoglierla Ma io penso che davvero non ci siano alternative.

Come giudichi gli sforzi della politiche ambientaliste nel decennio che l’IUCN ha dedicato alla Biodiversità (2010-2020)?
In Italia il bilancio che si può fare a oggi delle politiche legate al tema della biodiversità non è un bilancio entusiasmante perché nel nostro paese non è entusiasmante il bilancio delle politiche ambientali.

E’ ormai da una decina d’anni in cui le politiche ambientali rappresentano la cenerentola nelle preoccupazioni di chi governa a cominciare dalla scelta di destinazione delle risorse pubbliche. I Parchi Nazionali, e non solo vedono, ridursi anno dopo anno i trasferimenti di risorse dallo stato; oggi possono contare su fondi su stanziamenti che sono molto più bassi per ettaro di quelli su cui può contare la protezione della natura nelle aree protette nel resto d’Europa.

Naturalmente tutelare la biodiversità non passa soltanto attraverso le attività nelle aree a diverso regime di protezione, ma certamente quello è un elemento decisivo,                                         e rappresenta una cartina da tornasole della priorità rappresentata dalle politiche di difesa della biodiversità.

In questi anni, in particolare in Italia, non c’è stato neanche uno sforzo leggero e appena sufficiente per affrontare una delle grandi minaccia per la biodiversità rappresentata dalla crisi dei cambiamenti climatici, che non è più un pericolo proiettato nel futuro, ma è una realtà già oggi molto incisiva; basta misurare i processi di inaridimento del suolo, in particolare nel sud d’Italia e come questo si traduce nel rischio di estinzione di specie animali e vegetali che cambia il volto del nostro territorio.

In questo bilancio, io stesso ho qualche responsabilità così come una parte del mondo ambientalista che non sempre ha saputo compiere quel cambio di passo rispetto al passato. Penso ancora una volta che le politiche ambientali non debbano soltanto resistere alle minacce che pesano sulla biodiversità, dobbiamo capire che tutelare la biodiversità è anche una grande occasione, per esempio, di sviluppo locale.

Spesso i parchi italiani non sono messi nelle condizioni di valorizzare queste opportunità Qualche volta anche perché ci sono associazioni ambientaliste che continuano a privilegiare un’idea di parco, di un’area protetta, di protezione della biodiversità semplicemente come un insieme di divieti, di vincoli, di proibizioni. E questa, credo, che sia una strada che prima o poi bisognerà superare

La biologia della conservazione (branca della biologia che studia scientificamente i fenomeni che influiscono sulla perdita, sul mantenimento e sul ripristino della biodiversità) ha bisogno di scelte politiche che si basino su assiomi scientifici. Come influisce la scienza sulle politiche ambientaliste messe in atto che hanno come oggetto la biodiversità in Italia?
La scienza in Italia non gode di grande popolarità, di grande fortuna, questo avviene in tutti i campi. Naturalmente viene alla mente questioni come quella legata ai vaccini. L’Italia è attraversata, storicamente, da un fiume sotterraneo di diffidenza verso la scienza, che investe anche, in parte, l’azione e il profilo di chi si batte in difesa della natura.

Esiste un ambientalismo antiscientifico, è inutile nasconderlo. Io credo che sia minoritario, anche perché le principali associazioni ambientaliste dal WWF a Legambiente, hanno certamente uno sguardo sulla scienza completamente, ma questo tema esiste.

Credo altrettanto importante, e pesante, sia il fatto che le nostre classi dirigenti sempre di meno sono selezionate sulla base della competenza tecnica scientifica, e in generale culturale.

Oggi questo decadimento della competenza, forse ha raggiunto i suoi livelli massimi. Viviamo in un epoca in cui l’incompetenza è considerata quasi una virtù per chi fa politica o per chi assume ruoli dirigenziali. Oggi l’incompetente in qualche modo è un homo novus, non viene dall’establishment. Ecco, questa condanna della competenza credo che sul nostro paese abbia avuto, e stia avendo, delle conseguenze estremamente dannose che dureranno molto a lungo.

Questo è evidente anche nelle politiche ambientaliste; uno sguardo alle biografie, al curriculum di molti degli ultimi ministri dell’ambiente, o di molte assessori regionali all’ambiente, rende bene l’idea.

Ancora oggi persiste l’equivoco che le aree protette siano l’obiettivo della conservazione e non lo strumento per la sua attuazione, così la maggior parte sono sprovviste di strumenti propedeutici alla loro funzione come i Piani di Gestione e dei loro organi costituenti chiave come quello di Direttore e di Presidente e sono diventate spesso traino di folklore locale. Come pensi dovrebbe essere risolto l’attuale vulnus conservativo italiano?
Sono d’accordo che le aree protette non sono l’obiettivo della conservazione ma ne rappresentano lo strumento. Come sappiamo le aree protette rappresentano la strategia  più importanti per un efficace conservazione della natura e, in Italia, credo soffrano anche di molti limiti.

Quando ero in Parlamento ho provato a proporre e a far approvare un disegno di legge che riguardava proprio alcune modifiche della legge quadro sulle aree protette, che è stata un’ottima legge che ha consentito di ricondurre a forma di protezione più del 10% del territorio nazionale, ma che oggi ha bisogno di essere in qualche sua parte rinnovata.

Per esempio penso che i criteri di nomina dei Presidenti dei Parchi nazionali, che oggi prevedono un’intesa tra il Ministero dell’ambiente e le Regione interessate dal perimetro del Parco; quando manca questo accordo, ci troviamo nella situazione attuale in cui un gran numero di Parchi italiani sono senza Presidente, sono commissariati, e un parco commissariato è un parco che non può funzionare.

Parallelamente  esiste un problema di risorse economiche e finanziarie per i parchi italiani, ma c’è anche un problema di governance inefficace. Come ti ho anticipato viviamo una crisi di grandi incompetenze, così come Presidenti spesso privilegiano figure che non hanno alcun legame con la storia di quel parco, in generale, ma soprattutto con le necessità di una efficace opera di conservazione della natura che è il motivo fondamentale di istituzione di un Parco.

Penso che il processo di manutenzione della L.N.394/91 che preveda il mantenimento di molti aspetti che rimangono attuali, ma che corregga una serie di errori, potrebbe riuscire a mettere in condizioni i Parchi di una governance sicura e a non dover attraversare anni e anni di commissariamento, per poi ottenere strumenti effettivi per coniugare la conservazione della biodiversità a progetti efficaci di sviluppo locale.

Mai come ora le associazioni ambientaliste hanno un ruolo rilevante nella politica italiana, per fare un esempio penso al loro funzione dirimente nei diversi tentativi di approvazione e di attuazione dei vari Piani Lupo che si sono succeduti durante il presente ed i recenti governi. Che ne pensi delle ricadute pratiche di tale protagonismo?
Non so se oggi le associazioni ambientaliste abbiano un ruolo così rilevante nella politica ambientale italiana. Di sicuro hanno un ruolo fondamentale, decisivo e crescente nell’orientare l’opinione pubblica, ma oggi le associazioni ambientaliste (dotate di forti capacità e di conoscenze a disposizione di chi deve prendere decisioni) trovano difficoltà forse crescenti nel dare un contributo utile a queste politiche ambientali che sono totalmente slegate da qualsiasi criterio di competenza.

Per quanto riguarda la politica direttamente legata alle scelte legate alla biologia della conservazione, credo che le associazioni ambientaliste dovrebbero trovare una via comune, cosa che finora non è successa.

Penso, per esempio, al tema del controllo faunistico, materia, da sempre, oggetto di grandi discussioni e di grandi polemiche. Non c’è dubbio che in Italia esista un problema di danni causati da alcune specie di fauna selvatica, ma non c’è dubbio nemmeno che spesso, il tema del controllo viene utilizzato come pretesto per aprire l’attività venatoria anche in aree a diverso regime di protezione, alimentando la “confusione” che esiste tra controllo faunistico e ordinaria attività venatoria.

Come sai bene, come “gruppo dei 30” ci siamo opposti alla modifica della 394/91 (Legge Quadro sulle Aree Protette) così come proposta, e le tue risposte mi hanno solleticato ancora altre domande e confronti più pertinenti sul significato e ruolo della governance delle aree protette.
Grazie Roberto e a presto

FARE SCIENZA IN MODO PARTECIPATO: PRINCIPI E POTENZIALITÀ DELLA CITIZEN SCIENCE

di Andrea SFORZI

direzione@museonaturalemaremma.it
Direttore del Museo di Storia Naturale della Maremma
Membro del Board of Directors della European Citizen Science Association (ECSA)

Introduzione
La coscienza popolare verso le questioni ambientali è in crescita, così come il livello di conoscenza e la disponibilità a forme di collaborazione trasversale da parte dei cittadini. Negli ultimi decenni, in risposta a questa richiesta, si è diffusa, dapprima in USA poi in Australia e in Europa, la Citizen Science (CS). Questo concetto, che potrebbe essere tradotto nella nostra lingua come “scienza dei cittadini” o “scienza partecipata”, si riferisce al coinvolgimento e la partecipazione attiva e consapevole di persone di varie età, formazione ed estrazione sociale, in attività di ricerca scientifica. Il processo di “democratizzazione della scienza”, avviato da qualche decennio, ha interessato nel tempo un numero sempre più ampio di discipline e di persone, divenendo un fenomeno di rilievo da molti punti di vista, con alcune conseguenze importanti, come la crescente capacità di raccogliere ed elaborare dati che possano contribuire ad orientare scelte politiche.

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Antibracconaggio: una sfida internazionale

di Marina BIZZOTTO

Maggiore Carabinieri Forestali
Addetta presso il Coespu alla Cattedra di Polizia per la Tutela Ambientale, Forestale e Agroalimentare

 

Cosa hanno in comune un Carabiniere Forestale che se ne sta acquattato tra i cespugli sul far del giorno, nelle valli bresciane ed un ranger del parco del Virunga, in Rwanda, che si carica sulle spalle il cucciolo di gorilla rimasto orfano della madre, uccisa dai bracconieri?

Forme diverse di intervenire, panorami diversi a caratterizzare il contesto ma unica rimane la risoluzione e la determinazione di chi opera, a salvaguardia della fauna selvatica, nell’antibracconaggio.

Grazie ad accordi multilaterali, da qualche tempo, queste diverse realtà sono state messe in contatto per avvantaggiarsi, le une delle altre, e condividere esperienze e metodologie.

Non stupisce quindi che si sia attivata una fattiva collaborazione tra gli esperti italiani e diversi stati africani che hanno chiesto di poter avvantaggiarsi di una formazione dedicata per contrastare il fenomeno.

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