Giorgio BOSCAGLI*: la complicata vita dei parchi italiani

*Wildlife manager
*Già Direttore del Parco Naturale Regionale Sirente-Velino
*Già Direttore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna

 

La tua vita lavorativa coincide con la storia dei parchi italiani. Ti sei scelto un mestiere difficile, molto spesso, dai più, poco compreso. Essere direttore di un’area protetta significa elaborare tattiche e strategie tipiche della biologia della conservazione e lavorare affinché questi stessi principi vengano metabolizzati dai non addetti ai lavori e dal pubblico che quelle aree protette le visita e, a diverso titolo, ne fruisce. Quanto è difficile, seppur gratificante, il lavoro del direttore di un’area protetta in Italia?

Partiamo da una premessa. La mia vita lavorativa è iniziata quando i cosiddetti cinque Parchi Nazionali “storici” già esistevano e cercavano – dove più dove meno – di dare un senso concreto alla loro missione istituzionale, ovvero la conservazione. Congiunzione astrale fortunata fu quella di sviluppare gran parte (1975-1994) della mia formazione professionale al Parco Nazionale d’Abruzzo che, all’epoca, cominciava a configurarsi come il punto di riferimento privilegiato per la positiva ventata culturale-ambientalista che spazzava il Paese. Vento che produsse esperienze come la nascita delle grandi associazioni per la conservazione della natura, della relativa pubblicistica divulgativa e che culminò con l’approvazione – travagliatissima – della Legge Quadro sulle Aree Protette (la 394/91).

La mia esperienza – di studi prima e professionale poi – partì come biologo di campo che si occupava di ricerche su biologia e comportamento, oltre che di gestione operativa, per la conservazione del lupo appenninico e dell’orso marsicano. Parlo di “fortuna” perché, forse, mi trovai ad essere l’uomo giusto al posto giusto nel momento giusto. Ma in tutta la mia vita c’è stato – e c’è ancora – un concreto dualismo, una sorta di schizofrenia oscillante fra ruolo manageriale (biologo/ispettore della Sorveglianza al Parco d’Abruzzo, poi direttore al Parco Regionale Sirente Velino, poi direttore al Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi) e quello del libero professionista/naturalista sul campo (certamente più ricco di emozioni e soddisfazioni), con un target molto ristretto (conservazione dei grandi Carnivori, le cosiddette “specie-bandiera”), ma estremamente assorbente e impegnativo. Durante queste fasi della mia vita sono stato consulente di molte amministrazioni pubbliche – Parchi nazionali e regionali, Riserve, Regioni, Province e altre ancora – su problematiche di tutela ambientale. Ci tengo a puntualizzare questo quadro perché credo che l’esperienza “di campo” sia fondamentale per affrontare le incombenze del ruolo manageriale, del quale parliamo in questa intervista. Almeno nelle Aree Protette.

Il direttore di un’area protetta, specialmente se grande ed ecosistemicamente complessa, significa – lo hai ben sintetizzato tu – adoperarsi sostanzialmente per la metabolizzazione di valori (quelli naturalistici) che non sono così diffuso patrimonio comune. Almeno non in una società, quella italiana, permeata da sensibilità prevalentemente umanistiche. Un esempio? Pensa a quante volte compare sui media il Colosseo e quante l’Orso marsicano, suo equipollente naturalistico! Tutto questo deve poi passare attraverso burocrazie, procedure, rapporti con enti e soggetti che hanno altre priorità, carenze di personale specializzato, disponibilità di risorse e bilanci (analizzando i quali si scopre l’orientamento e l’attenzione degli organi centrali dello Stato…), ma anche, più banalmente, attraverso le sensibilità presenti negli organi di amministrazione dei Parchi (presidenti, Consigli Direttivi et similia) sempre più spesso oggetto di  piccole lottizzazioni partitiche.

Mi chiedi se sia difficile, ma anche gratificante tutto questo. Certamente il quadro è assai complesso e non sono rari i momenti in cui ti viene voglia di mandare tutto “a quel paese” per tornare a occuparti direttamente di animali. La gratificazione quale direttore riesci a percepirla se nell’arco del mandato (5 anni: troppo breve!) porti a termine e vedi i risultati di almeno alcuni degli obbiettivi che ti eri prefissato. E’ indubitabile che veder nascere un popolamento di camosci d’Abruzzo o documentare sempre più segnalazioni di orso al parco Regionale Sirente Velino, oppure ancora crescere il popolamento di lupi al Parco delle Foreste Casentinesi, per un biologo di campo “prestato alla gestione” (così mi sento) siano state belle soddisfazioni. Vedere che la percentuale di risorse dei parchi sia sempre più sbilanciata a favore della (pur comprensibile) promozione socioeconomica del territorio mi faceva  (e mi fa tutt’oggi) preoccupare moltissimo perché significa una strisciante ma robusta tendenza ad allontanarsi dalla missione istituzionale e prioritaria di questi enti, che è e deve restare la conservazione della Natura.

Probabilmente ci sarebbe lo spazio – e sicuramente ce n’è l’intendimento – per fare dei parchi anche luoghi di promozione culturale a favore dei valori ambientali, quindi, di conseguenza, pure di gratificazione economica degli abitanti. Ma il problema centrale sono le scarse risorse umane e la pertinace volontà dei partiti di fare degli Organi dei parchi appetitose poltroncine per gratificare la piccola politica locale. La eliminazione – già avvenuta – della componente scientifica dai consigli direttivi e le proposte di modifica nella composizione degli stessi previsti nell’ultimo disegno di legge di “aggiornamento” della Legge 394/91 (un aborto che per fortuna siamo riusciti a bloccare in extremis alla fine della XVII legislatura) ne sono un esempio desolante.

Tu parli di tattiche e strategie tipiche della biologia della conservazione. Vogliamo allora parlare dei Piani dei Parchi..? Uno strumento che dovrebbe costituire il vademecum operativo, seppure per grandi linee, che un Direttore utilizza nelle elaborazioni di cui sopra. Ma andiamo a vedere (a distanza di 28 anni dall’approvazione della Legge Quadro) quanti sono i parchi che ne sono dotati: quasi nessuno. Questo significa che assai di frequente il Direttore esercita prevalentemente il proprio ruolo arrampicandosi su specchi piuttosto viscidi e talvolta – se vuole tener fede al proprio mandato – rischiando anche procedure legali in prima persona (quando non guerre intestine con qualche componente del Consiglio Direttivo). Su questi argomenti e sulle responsabilità congiunte di Regioni e Ministero Ambiente (talvolta anche di alcuni Parchi e delle loro rappresentanze collegiali) si potrebbero scrivere volumi interi. Di fatto oggi è ancora così. Se poi arriviamo a parlare dei Presidenti che considerano i Direttori alla stregua di segretari personali (cercando di azzerarne le autonomie decisionali previste dalla legge…..che sia benedetto Bassanini!) si arriva all’en plein.

 

Le diverse aree protette (dai Parchi Nazionali a Rete Natura 2000) hanno lo scopo di conservare e/o ripristinare la biodiversità e di rappresentare dei modelli e/o dei laboratori per l’attuazione dei principi conservativi nel resto del territorio non protetto. Di là da quelli che sono gli strumenti tecnico-scientifici tipici della biologia della conservazione, le grandi indicazioni politiche sul futuro delle aree protette e sulla conservazione della natura rappresentano la scelta nel mantenimento di strategie operative che hanno raggiunto obiettivi prefissati o decide di svilupparne delle alternative. Com’è cambiata, negli anni, la visione politica a riguardo?

Mi offri lo spunto per affrontare un tema che sottopongo da anni a vari consessi. Credo infatti si debba fare un po’ di chiarezza sul contenuto dei concetti di “conservazione” e, più che altro, “ripristino”, che tu citi e proponi come un assunto obbligato. Non c’è dubbio sul fatto che le aree protette debbano essere istituite là dove c’è ancora qualcosa da conservare, quindi che sia necessaria una fotografia della situazione tale da evidenziare i valori ancora esistenti e per i quali c’é maggior bisogno di specifici interventi (o regolamentazioni) di tutela. Ma “conservazione” significa mantenere lo status quo? Oppure dobbiamo intenderla (non per tutti è scontato) come un quadro dinamico di azioni che favoriscano il consolidamento delle parti più fragili degli ecosistemi? E se questo entra potenzialmente in conflitto con le attività umane, almeno alcune? Un esempio di quanto sia delicato l’argomento è quello del naturale recupero territoriale che il lupo sta realizzando, prima sull’Appennino settentrionale poi, più di recente, sulle Alpi.

Quali strumenti di controllo delle dinamiche popolazionali di alcune specie (animali, ma anche vegetali) è consentito/dobbiamo porre in essere? In qualche caso (per esempio ancora il lupo) si è arrivati a elaborare veri e propri Piani d’Azione (il primo nel 2002, oggi 2019 un altro), ma se non viene previsto un controllo stringente sull’attuazione (Ministero Ambiente…..se ci sei batti un colpo!) e un quadro sanzionatorio per chi deroga (Amministrazioni Pubbliche!) siamo sempre – come dicono i giuristi – ad una “campana sine malleo”, cioè a un esercizio teorico, uno strumento inutile perché privo di efficacia.

Il problema più spinoso però emerge quando parliamo di ripristino ecologico. Cosa si vuole intendere, da un punto di vista cronologico e storico, con il termine “ripristino”? A che epoca vogliamo risalire (e quindi quali obbiettivi vogliamo perseguire) quando parliamo di ripristino degli ecosistemi? Non c’è nessuno strumento legislativo che abbia avuto il coraggio di affrontare questo argomento e non è una questione di lana caprina. Ne stiamo avendo una prova concreta quando parliamo – ancora come esempio – di Ursus arctos marsicanus e di Appennino. Traducendo: fino a quando si parla teoricamente o con taglio divulgativo di protezione di questo rarissimo, prezioso ed evocativo endemismo tutti sono pronti a sottoscrivere petizioni, raccolte-fondi, condanne degli atti di bracconaggio (purtroppo ancora esistenti) stracciandosi le vesti ….e così via. Ma se parliamo (e ne ho parlato, con “delicatissima delicatezza”….ma ne ho parlato e scritto!) di avviare programmi di reintroduzione o ripopolamento (a seconda di quali ambiti territoriali consideriamo), o quantomeno di cominciare a costituire una banca del genoma (una sorta di assicurazione sul suo futuro) del nostro prezioso plantigrado, l’atteggiamento riscontrato è stato di sufficienza, qualche volta di scherno. Talvolta di aperto contrasto.

Nessuno sta pensando di riempire di orsi l’Appennino, ma se si parla di ripristino ed esistono Parchi Nazionali dove l’orso, se adeguatamente protetto, potrebbe tornare (argomento difficile, costoso, tecnicamente delicatissimo, etc etc), io credo che questo dovrebbe essere un tema di assoluta priorità nelle discussioni della politica di questi parchi e nell’impegno delle loro risorse! Viceversa, se si va a monitorare il quadro degli atti deliberativi degli Enti Parco (cioè gli strumenti di indirizzo con cui si orientano le scelte e si decide come/dove spendere soldi) si resta un po’….. sconcertati (è un eufemismo). In percentuale la politica dei parchi è molto più orientata alle sagre del finocchio fritto, ai festival della tarantella o alle partecipazioni a kermesse sul turismo e sui prodotti gastronomici locali (indiscutibilmente ottimi!) che non agli argomenti – anche spinosi, mi rendo conto – del “ripristino ecologico”. Certo, per arrivare a questo, si dovrebbe fare una verifica dei profili di qualità dei Consigli Direttivi……Non si può mettere in mano (per fare un esempio) la ricostruzione di Notre Dame a persone che a malapena sanno che Notre Dame sta in Francia.

Come vedi integro e metto a disposizione le mie esperienze biologo di campo al ruolo di direttore/manager, ma quando mi chiedi se e come è cambiata la visione politica, e quindi se i parchi  siano davvero diventati la rappresentazione dei modelli e/o laboratori per l’attuazione dei principi conservativi per il resto del territorio non protetto, direi proprio che siamo ancora in alto mare. Ma continuiamo imperterriti a nuotare (sperando che i nostri discendenti ce lo riconoscano)!

 

Complessivamente le aree a diverso regime di protezione (dalla categoria Ia alla VI, IUCN) sommate a Rete Natura 2000 in Italia coprono circa il 20% dell’intero territorio. L’enorme sforzo che tutto questo ha richiesto è controbilanciato da risultati conservativi evidenti e tangibili?

Chi vuoi che risponda, il direttore o il biologo-ambientalista? Hai ragione a parlare di enorme sforzo, perché tale è stato e onestamente credo che siano stati raggiunti risultati accettabili e stimolanti. Non mi sbilancio a dire ottimi perché in realtà esiste tutta una serie di carenze che speriamo si riescano a colmare in tempi non lunghissimi, o quantomeno prima che i processi di degrado diventino irreversibili. Mi pare evidente che tutta la battaglia per la tutela dell’ambiente sia una continuo “braccio di ferro” contro il tempo e i sempre più rapidi processi in corso. Sto pensando alla protezione delle nostre coste (del tutto insufficiente), alle connessioni ecologiche (carenti o addirittura inesistenti) fra le aree che godono di una qualche forma di protezione, alla omogeneizzazione di criteri di gestione faunistica e venatoria fra le varie Regioni (una sarabanda annuale che gira attorno ai calendari venatori e ai – ridicoli – livelli di impegno di molte Regioni per far crescere la qualità e la consapevolezza della gestione faunistica, in particolare a supporto delle Aree Protette regionali). Però, di nuovo, il problema e più che altro culturale: mi è capitato di lavorare con ruoli di responsabilità a Piani di Gestione di SIC dove i Sindaci dei Comuni ricompresi consideravano – si capiva chiaramente – la designazione del proprio territorio a Sito di Interesse Comunitario come una tegola in testa, una vera e propria iattura, invece che una sottolineatura dei valori del loro Comune e un investimento per le generazioni future. Detto questo non voglio nemmeno tarpare le speranze, perché pare che tiri un nuovo vento, almeno in Europa (la mobilitazione dei giovani per contrastare i cambiamenti climatici, la crescita delle rappresentanze verdi al Parlamento europeo, almeno per alcune Nazioni…non l’Italia, e così via). Purtroppo, a fronte di queste timide speranze che crescono, non va taciuto il fatto che fino a quando la Nazioni che contribuiscono di più, in peggio, al degrado del Pianeta (USA in primis, ma anche  Cina e diverse altre dove si stanno scatenando appetiti) continueranno nella loro tenzone basata in modo esclusivo sulla crescita economica (Trump docet) sarà difficile cambiare orizzonte.

 

Se è vero che viviamo in un momento di raro consenso “ambientale”, la fatica per l’istituzione di un’area protetta non è cambiata, e porta spesso politici e amministratori a considerarla un traguardo conservativo. Così si confondono mezzi e fini. Come far capire a chi governa che le aree protette sono degli strumenti per raggiungere i diversi obiettivi conservativi preposti?

Ancora una volta dobbiamo sottolineare l’obbligo di passaggio attraverso un percorso di crescita culturale. Fino a quando molti amministratori locali considereranno l’inclusione del proprio Comune in un’Area Protetta semplicemente come un valore aggiunto alla promozione turistica dello stesso non faremo grandi passi avanti. Anzi, c’è il rischio (come sta già avvenendo) che si consolidi un approccio alla conservazione che è tale solo se genera turismo e circolazione di denaro nel breve termine. Non sono un fautore della cosiddetta “decrescita felice” (anche se di qualcosa potremmo tranquillamente fare a meno) e ci tengo a dire che trovo giusto controbilanciare l’apposizione di vincoli e regole “speciali” con l’offerta di opportunità economiche alla popolazione. Su questo non ho dubbi. La situazione diventa però critica nel momento in cui, spesso in modo strisciante (ovvero senza mai dichiararlo apertamente), le priorità vengono a modificarsi; non raramente in conseguenza della nomina di Presidenti e Direttori troppo legati agli interessi locali o troppo facilmente condizionabili. In questi ultimi anni questo sta diventando quasi una regola. Molte sono le condizioni per un raddrizzamento della rotta (che negli anni ’70-’80 sembrava abbastanza ben definita, ora non più). Mi rendo conto che forse sto pensando ai miracoli, ma provo ad elencarne alcune:

  • Un Ministero per l’Ambiente molto (ma molto!) più ricco di personale qualificato e adeguato al compito. Provate a verificare quanti concorsi specifici sono stati fatti da quando fu istituito il Ministero (all’epoca “per l’Ecologia”, nel 1986 nacque con questo nome ed era un ministero senza portafoglio, ovvero addetto a filosofeggiare e non ad agire). Credo nessuno. Tutto personale trasferito/mobilitato/ri-assegnato etc. e poi convenzioni con privati (del concetto di società in house abbiamo fatto religione)
  • Attribuzione di risorse adeguate al medesimo Ministero, ovvero – nel Bilancio dello Stato – paragonabili a quelle del Ministero per la Salute o a quello per l’Università e la Ricerca.
  • Abolizione delle Regioni e ripristino delle Province, ma prevedendo che tutta la competenza in tema di ambiente resti agli organi centrali dello Stato.
  • Eliminazione di Regioni e Province a Statuto autonomo
  • Predisposizione dei Piani dei Parchi entro due anni dall’insediamento dei Consigli Direttivi prevedendo automatico commissariamento (non subordinato a decisioni opportunistiche, neppure del Ministro/Ministero) in caso di mancata ottemperanza.
  • Ridefinizione dei ruoli politici e gestionali con costante monitoraggio del rispetto degli stessi da parte del Ministero Ambiente. Traduco: agli organi politici spetti il compito di definire bilanci e programmi di carattere generale (ovvero quattro-cinque riunioni decisionali l’anno, ma dove i temi della conservazione riguardino il 90% delle decisioni); il resto da affidare esclusivamente al direttore-manager (una sorta di Amministratore Delegato) che risponde dei risultati.
  • Totale indipendenza fra le procedure di nomina dei direttori e quelle di presidenti e consigli direttivi. Ma tutte subordinate a verifiche curriculari di assoluta/altissima qualità e trasparenza
  • Totale disconnessione fra istituzioni e associazionismo ambientalista, ovvero, traducendo: fino a quando le Associazioni “tireranno a campare” grazie agli oboli, diretti e indiretti, del/dei Ministero/i sarà difficile sperare in una reale indipendenza dei giudizi, della capacità critica e dei relativi modus operandi

Di miracoli in cui sperare scendendo via via nel dettaglio ne mancano davvero ancora molti, ma gli altri volumi li scriveremo in un’altra occasione.

Ti ringrazio Giorgio, a presto.

 

 

Pietro GRECO*: La comunicazione della scienza in Italia

*Giornalista scientifico e scrittore
*Già direttore del master in Comunicazione scientifica della SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) di Trieste
*Caporedattore del magazine online Il Bo Live, di proprietà dell’Università degli Studi di Padova.

Da un’esperienza più che trentennale di giornalismo e di comunicazione scientifica (ricordo anche l’importante lavoro che ha svolto al Ministero dell’Università e della Ricerca) come giudica la costante avversione e sospetto che la scienza suscita in Italia?

Da questa mia lunga esperienza nel giornalismo e nella comunicazione della scienza ho rilevato che c’è davvero una reale avversione e un sospetto costanti provenienti da una parte della società italiana.

Molti sostengono che questo atteggiamento nei confronti della scienza sia un residuo della cultura crociana; Benedetto Croce non riconosceva il valore culturale della scienza e da questo deriverebbe l’attuale disvalore della cultura scientifica che tutti noi oggi respiriamo. In realtà questo approccio crociano alla scienza è rimasto egemone in alcune parti importanti della società italiana, ma sono convinto che la causa reale abbia origini un po’ più materiali.

I paesi che sono entrati, o che cercano di entrare, a vele spiegate nell’economia della conoscenza, hanno fondato tutto il loro sistema produttivo su una costante innovazione dipendente dalla ricerca scientifica e tecnologica (che come sappiamo dipende dalla produzione di nuove conoscenze scientifiche). In Italia, tutto questo processo economico non è avvenuto, e oggi ne paghiamo le conseguenze perché di fronte alla nuova globalizzazione il nostro paese ha mostrato tutta la sua arretratezza, e da qui, le nostre difficoltà economiche.

La scarsa cultura scientifica quindi ha determinato una specializzazione produttiva del sistema paese che ha tralasciato la ricerca, e quindi la scienza, e ciò ha comportato uno scollamento sempre maggiore tra il nostro sistema produttivo e il valore della cultura scientifica non solo sociale, ma soprattutto economico.

La scienza ha bisogno di cultura scientifica e questa esiste quando un paese mette in atto tutti gli sforzi possibili per costruire una società democratica della conoscenza. Qual è stato l’effettivo impegno della politica italiana a riguardo?

La politica in Italia non ha fatto molto: né i partiti di centrodestra né quelli di centrosinistra. Purtroppo la sottostima del valore culturale, sociale ed economico della scienza appartiene un po’ a tutto il panorama politico del nostro paese.

Ovviamente esiste, anche in Italia, una parte non banale di politici che hanno avuto attenzione per la scienza, ma è sempre stata una parte minoritaria e purtroppo poco incisiva.

Questo ci riporta alla causa cui ho accennato prima, e cioè la causa della scarsa attenzione della nostra classe politica verso la scienza è stata determinata dalla specializzazione produttiva del sistema paese fondata su un “modello di sviluppo senza ricerca” e quindi senza il protagonismo della scienza.

In Germania, per esempio, questo non sarebbe possibile. Se in Germania i politici fossero disattenti di fronte alla cultura scientifica, l’intero sistema produttivo tedesco imporrebbe loro di prestare molta più attenzione alla scienza e alla ricerca scientifica. Non è un caso che tutta la politica in Germania abbia una forte attenzione verso la scienza, lo si vede anche nel programma di un partito di centro come il partito socialdemocratico, e adesso anche in quello dei verdi che dimostrano un’attenzione alla ricerca scientifica molto importante

La globalizzazione ha come principale referente il libero mercato e una parte importante dell’economia si basa sulla conoscenza scientifica, quindi con la cultura non solo si mangia, ma si cresce. Da cosa dipende, quindi, l’impermeabilità italiana nell’applicazione del diritto alla conoscenza?

Ancora una volta credo che questo dipenda dal modello di sviluppo economico e produttivo del nostro paese. Il diritto alla conoscenza non viene percepito come un valore sociale ed economico. Abbiamo scelto uno sviluppo che non prevede la ricerca scientifica. E queste sono le conseguenze.

Da qui l’impermeabilità italiana al diritto alla conoscenza che rappresenta il risultato di una scarsa attenzione economica, quindi culturale e sociale alla conoscenza scientifica, in particolare, ma anche verso conoscenza in generale. Peraltro, non è che la cultura umanistica di stampo crociano si imponga sulla cultura scientifica; quello che stiamo vivendo è una scarsa attenzione verso l’intera cultura, e questo il paese lo sta pagando a caro prezzo

Noi sappiamo che la biodiversità è uno dei motori dell’evoluzione e in questo momento, in molte società, la biodiversità è anche un valore. E così logica vorrebbe che la biologia della conservazione (branca della biologia che studia scientificamente i fenomeni che influiscono sulla perdita, sul mantenimento e sul ripristino della biodiversità) diventasse la base di scelte gestionali, ma questo, molto spesso, non accade. Forse perché, di là da una risposta empatica molto forte, si ha un’idea molto scarsa su cosa sia veramente la biodiversità?

Credo che questo sia l’effetto della scarsa cultura in generale, e della cultura scientifica in particolare, che si riflette in una insufficiente comprensione di sistemi biologici complessi quali la biodiversità, del significato stesso del termine biodiversità, e del modo in cui si può e si deve salvaguardare la biodiversità.

Da qui derivano i nostri rapporti con il resto del mondo vivente e dell’ambiente in generale che sono formati più dalla ideologia che non dalla comprensione profonda di cosa siano e di cosa significhino.

Negli ultimi 10-15 anni la divulgazione scientifica italiana è cresciuta, ma la biologia della conservazione continua ad essere sconosciuta anche a molti giornalisti scientifici.  La biodiversità quindi cenerentola della divulgazione scientifica?

Penso che negli ultimi dieci o quindici anni la comunicazione della scienza, più che la divulgazione scientifica, sia aumentata in termini sia quantitativi che qualitativi in molti settori. Le trasmissioni di Piero Angela raggiungono alti audience e, in Italia c’è un gran numero di Festival della Scienza come in nessun altro paese europeo e forse al mondo.

Non è un caso neppure che ci siano tanti i luoghi di formazione di comunicatore scientifico come la Sissa di Trieste, ma anche Milano, Ferrara, Roma, Bari, Torino e Padova sono diventati luoghi importanti di formazione.

Devo dire che ci sono ormai alcune centinaia, se non qualche migliaio, di persone che in questi 10-15 anni si sono formati e sono diventati ottimi comunicatori scientifici, alcuni sono di eccezionale bravura e non hanno nulla da invidiare ai nostri colleghi di altri di altri paesi.

Se c’è una mancanza di attenzione per la biologia della conservazione è perché anche noi giornalisti viviamo in un ambiente nel quale l’analisi razionale dei fenomeni lascia il passo molto spesso alla ideologia e quindi, molto spesso, anche i media si lasciano prendere facilmente dalla ideologia e dalla emotività piuttosto che dalla razionalità.

Penso però che la razionalità non debba essere disgiunta della emotività; posso e debbo tentare di conservare la biodiversità nel nostro paese e nel mondo agendo sia razionalmente che emotivamente, ma l’emozione non deve mai prevalere e soppiantare la ragione, quindi la nostra azione non deve essere mai ideologica, ma sempre attenta al contesto.

Dobbiamo sempre fare un’analisi del contesto, questo ce lo insegna proprio la scienza; non esistono valori assoluti o decisioni assolute, ma esistono valori e decisioni che vanno prese tenendo conto del contesto. Questo è il significato della cultura scientifica, e quando continuerà ad affermarsi e a diventare prevalente anche nei media, allora anche la cultura della biodiversità diventerà importante.

Grazie Pietro

 

 

Roberto DELLA SETA*: ruolo dell’ambientalismo nella biologia della conservazione

*Già Presidente di Legambiente e dal 2008 al 2013
  È stato senatore del Pd e capogruppo nella Commissione Ambiente nella XVI Legislatura
  Attualmente presiede la Fondazione Europa Ecologia

 

I recenti risultati delle elezioni europee ci hanno descritto una vera e propria “ondata verde” in quasi tutto il continente a parte l’Italia dove, in assoluta controtendenza, Europa Verde riesce ad ottenere un consenso del 2.4%. L’Europa della solidarietà e un impegno concreto contro la crisi climatica sono stati metabolizzati da molti europei, ma non dagli italiani. Se e cosa non ha funzionato?
In effetti le elezioni europee del 26 maggio hanno visto quasi tutta l’Europa investita da una grande onda verde che ha risparmiato quasi soltanto l’Italia. Ci sono paesi come la Germania e la Francia dove ormai i verdi sono la forza progressista più importante; in Germania (gli ultimi sondaggi li danno addirittura come primo partito), ce ne sono altri, come il Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio, Austria e molti paesi scandinavi, dove i verdi hanno ottenuto risultati a doppia cifra sopra, ma anche l’Europa mediterranea con la Spagna e il Portogallo ha eletto europarlamentari verdi.

Le ragioni che vedono l’Italia esclusa dal grandissimo successo dei verdi in Europa sono diverse, ma credo che la principale dipenda dalla inadeguatezza dell’offerta politica ecologista nel nostro paese. I verdi italiani sono ancora quello che erano sostanzialmente 20 o 30 anni fa, un piccolo partito nato dal seno della sinistra radicale.

In tutta Europa i verdi hanno cambiato profilo diventando una forza protagonista di un grande proposta di riformismo green, senza mai rinunciare a nulla dei propri valori direi quasi rivoluzionari, è stata in grado di misurarsi, spesso anche con successo, con la complessità contemporanea delle azioni di governo. Basti pensare  che i verdi governano da tempo e con successo una delle regioni tedesche più ricche industrializzate come il Baden-Württemberg. Questo cambio di passo in Italia non c’è stato e credo che questo sia questa sia la radice dell’insuccesso, del flop ennesimo dei Verdi italiani dei verdi in Italia, naturalmente questo insuccesso è anche la misura di una difficoltà di tutta la politica italiana a fare i conti con la sfida ambientale.

L’inadeguatezza dei verdi italiani si accompagna a quelle delle altre forze politiche tradizionali del nostro paese che sono palesemente più indietro che nel resto d’Europa rispetto ai temi ambientali. I socialisti europei spesso ormai hanno integrato fortemente i temi ambientali nei loro programmi, penso al Regno Unito e alla Spagna, esempi di due grandi paesi europei dove socialisti non solo resistono, ma avanzano.

In Italia, il Partito Democratico, che è il partito del che rappresenta il nostro paese nel Partito Socialista europeo nel gruppo socialista al Parlamento Europeo, rimane ancora molto lontano da questa consapevolezza, così come le altre forze politiche. Un altro esempio è il centro-destra europeo è quello che ha il volto di Angela Merkel che è molto molto più ambientalista di qualunque esponente del partito democratico italiana. Quindi, come vedi, il fallimento della proposta verde in Italia non credo ci sia un problema di arretratezza dell’elettorato italiano rispetto ai temi ambientali.

Gli italiani hanno dimostrato In tante occasioni di essere molto consapevoli e molto sensibili ai temi dell’ambiente; basti ricordare il trionfo del referendum contro il nucleare prima dell’87 e, pochi anni fa, quello per l’acqua pubblica; quella che è mancata è la capacità delle forze politiche di tradurre questa sensibilità di base in offerta politica.

L’elettorato italiano ha tentato altre strade; penso che il grande successo del M5S delle scorse elezioni politiche nasca anche dal fatto che 5 Stelle si fossero caratterizzati fortemente sui temi ambientali, oggi questa strada l’hanno quasi del tutto abbandonata.

Non so come si possa ripartire, ma sicuramente lo si dovrà fare dalle fondamenta;  bisogna prendere atto del fallimento del progetto che ha il nome e il volto dei verdi italiani per avviare una nuova offerta ecologista caratterizzata da una visione e una proposta radicali, ma allo stesso tempo deve essere caratterizzata dalla capacità pragmatica di misurarsi con tutti i temi del governo di una società complessa come la nostra

Penso che oggi difendere l’ambiente non vuol dire più come voleva dire 20 o 30 anni fa resistere alle leggi dell’economia e alle leggi del profitto, ma vuol dire essere in grado  di applicare i principi e i protocolli del Green New Deal che, in Italia e in Europa significa lavorare per la riconversione ecologica delle produzioni e dei consumi. Questa è la strada per ridurre il rischio di una marginalizzazione dell’Europa che sta per diventare sempre di più un’area periferica nello scacchiere globale geopolitico. Siamo in pochi rispetto agli altri continenti e l’unico modo per mantenere un peso importante è quello di continuare ad essere leader nei  processi di riconversione ecologica dell’economia. Non so se questa possibilità in Italia qualcuno saprà raccoglierla Ma io penso che davvero non ci siano alternative.

Come giudichi gli sforzi della politiche ambientaliste nel decennio che l’IUCN ha dedicato alla Biodiversità (2010-2020)?
In Italia il bilancio che si può fare a oggi delle politiche legate al tema della biodiversità non è un bilancio entusiasmante perché nel nostro paese non è entusiasmante il bilancio delle politiche ambientali.

E’ ormai da una decina d’anni in cui le politiche ambientali rappresentano la cenerentola nelle preoccupazioni di chi governa a cominciare dalla scelta di destinazione delle risorse pubbliche. I Parchi Nazionali, e non solo vedono, ridursi anno dopo anno i trasferimenti di risorse dallo stato; oggi possono contare su fondi su stanziamenti che sono molto più bassi per ettaro di quelli su cui può contare la protezione della natura nelle aree protette nel resto d’Europa.

Naturalmente tutelare la biodiversità non passa soltanto attraverso le attività nelle aree a diverso regime di protezione, ma certamente quello è un elemento decisivo,                                         e rappresenta una cartina da tornasole della priorità rappresentata dalle politiche di difesa della biodiversità.

In questi anni, in particolare in Italia, non c’è stato neanche uno sforzo leggero e appena sufficiente per affrontare una delle grandi minaccia per la biodiversità rappresentata dalla crisi dei cambiamenti climatici, che non è più un pericolo proiettato nel futuro, ma è una realtà già oggi molto incisiva; basta misurare i processi di inaridimento del suolo, in particolare nel sud d’Italia e come questo si traduce nel rischio di estinzione di specie animali e vegetali che cambia il volto del nostro territorio.

In questo bilancio, io stesso ho qualche responsabilità così come una parte del mondo ambientalista che non sempre ha saputo compiere quel cambio di passo rispetto al passato. Penso ancora una volta che le politiche ambientali non debbano soltanto resistere alle minacce che pesano sulla biodiversità, dobbiamo capire che tutelare la biodiversità è anche una grande occasione, per esempio, di sviluppo locale.

Spesso i parchi italiani non sono messi nelle condizioni di valorizzare queste opportunità Qualche volta anche perché ci sono associazioni ambientaliste che continuano a privilegiare un’idea di parco, di un’area protetta, di protezione della biodiversità semplicemente come un insieme di divieti, di vincoli, di proibizioni. E questa, credo, che sia una strada che prima o poi bisognerà superare

La biologia della conservazione (branca della biologia che studia scientificamente i fenomeni che influiscono sulla perdita, sul mantenimento e sul ripristino della biodiversità) ha bisogno di scelte politiche che si basino su assiomi scientifici. Come influisce la scienza sulle politiche ambientaliste messe in atto che hanno come oggetto la biodiversità in Italia?
La scienza in Italia non gode di grande popolarità, di grande fortuna, questo avviene in tutti i campi. Naturalmente viene alla mente questioni come quella legata ai vaccini. L’Italia è attraversata, storicamente, da un fiume sotterraneo di diffidenza verso la scienza, che investe anche, in parte, l’azione e il profilo di chi si batte in difesa della natura.

Esiste un ambientalismo antiscientifico, è inutile nasconderlo. Io credo che sia minoritario, anche perché le principali associazioni ambientaliste dal WWF a Legambiente, hanno certamente uno sguardo sulla scienza completamente, ma questo tema esiste.

Credo altrettanto importante, e pesante, sia il fatto che le nostre classi dirigenti sempre di meno sono selezionate sulla base della competenza tecnica scientifica, e in generale culturale.

Oggi questo decadimento della competenza, forse ha raggiunto i suoi livelli massimi. Viviamo in un epoca in cui l’incompetenza è considerata quasi una virtù per chi fa politica o per chi assume ruoli dirigenziali. Oggi l’incompetente in qualche modo è un homo novus, non viene dall’establishment. Ecco, questa condanna della competenza credo che sul nostro paese abbia avuto, e stia avendo, delle conseguenze estremamente dannose che dureranno molto a lungo.

Questo è evidente anche nelle politiche ambientaliste; uno sguardo alle biografie, al curriculum di molti degli ultimi ministri dell’ambiente, o di molte assessori regionali all’ambiente, rende bene l’idea.

Ancora oggi persiste l’equivoco che le aree protette siano l’obiettivo della conservazione e non lo strumento per la sua attuazione, così la maggior parte sono sprovviste di strumenti propedeutici alla loro funzione come i Piani di Gestione e dei loro organi costituenti chiave come quello di Direttore e di Presidente e sono diventate spesso traino di folklore locale. Come pensi dovrebbe essere risolto l’attuale vulnus conservativo italiano?
Sono d’accordo che le aree protette non sono l’obiettivo della conservazione ma ne rappresentano lo strumento. Come sappiamo le aree protette rappresentano la strategia  più importanti per un efficace conservazione della natura e, in Italia, credo soffrano anche di molti limiti.

Quando ero in Parlamento ho provato a proporre e a far approvare un disegno di legge che riguardava proprio alcune modifiche della legge quadro sulle aree protette, che è stata un’ottima legge che ha consentito di ricondurre a forma di protezione più del 10% del territorio nazionale, ma che oggi ha bisogno di essere in qualche sua parte rinnovata.

Per esempio penso che i criteri di nomina dei Presidenti dei Parchi nazionali, che oggi prevedono un’intesa tra il Ministero dell’ambiente e le Regione interessate dal perimetro del Parco; quando manca questo accordo, ci troviamo nella situazione attuale in cui un gran numero di Parchi italiani sono senza Presidente, sono commissariati, e un parco commissariato è un parco che non può funzionare.

Parallelamente  esiste un problema di risorse economiche e finanziarie per i parchi italiani, ma c’è anche un problema di governance inefficace. Come ti ho anticipato viviamo una crisi di grandi incompetenze, così come Presidenti spesso privilegiano figure che non hanno alcun legame con la storia di quel parco, in generale, ma soprattutto con le necessità di una efficace opera di conservazione della natura che è il motivo fondamentale di istituzione di un Parco.

Penso che il processo di manutenzione della L.N.394/91 che preveda il mantenimento di molti aspetti che rimangono attuali, ma che corregga una serie di errori, potrebbe riuscire a mettere in condizioni i Parchi di una governance sicura e a non dover attraversare anni e anni di commissariamento, per poi ottenere strumenti effettivi per coniugare la conservazione della biodiversità a progetti efficaci di sviluppo locale.

Mai come ora le associazioni ambientaliste hanno un ruolo rilevante nella politica italiana, per fare un esempio penso al loro funzione dirimente nei diversi tentativi di approvazione e di attuazione dei vari Piani Lupo che si sono succeduti durante il presente ed i recenti governi. Che ne pensi delle ricadute pratiche di tale protagonismo?
Non so se oggi le associazioni ambientaliste abbiano un ruolo così rilevante nella politica ambientale italiana. Di sicuro hanno un ruolo fondamentale, decisivo e crescente nell’orientare l’opinione pubblica, ma oggi le associazioni ambientaliste (dotate di forti capacità e di conoscenze a disposizione di chi deve prendere decisioni) trovano difficoltà forse crescenti nel dare un contributo utile a queste politiche ambientali che sono totalmente slegate da qualsiasi criterio di competenza.

Per quanto riguarda la politica direttamente legata alle scelte legate alla biologia della conservazione, credo che le associazioni ambientaliste dovrebbero trovare una via comune, cosa che finora non è successa.

Penso, per esempio, al tema del controllo faunistico, materia, da sempre, oggetto di grandi discussioni e di grandi polemiche. Non c’è dubbio che in Italia esista un problema di danni causati da alcune specie di fauna selvatica, ma non c’è dubbio nemmeno che spesso, il tema del controllo viene utilizzato come pretesto per aprire l’attività venatoria anche in aree a diverso regime di protezione, alimentando la “confusione” che esiste tra controllo faunistico e ordinaria attività venatoria.

Come sai bene, come “gruppo dei 30” ci siamo opposti alla modifica della 394/91 (Legge Quadro sulle Aree Protette) così come proposta, e le tue risposte mi hanno solleticato ancora altre domande e confronti più pertinenti sul significato e ruolo della governance delle aree protette.
Grazie Roberto e a presto

FARE SCIENZA IN MODO PARTECIPATO: PRINCIPI E POTENZIALITÀ DELLA CITIZEN SCIENCE

di Andrea SFORZI

direzione@museonaturalemaremma.it
Direttore del Museo di Storia Naturale della Maremma
Membro del Board of Directors della European Citizen Science Association (ECSA)

Introduzione
La coscienza popolare verso le questioni ambientali è in crescita, così come il livello di conoscenza e la disponibilità a forme di collaborazione trasversale da parte dei cittadini. Negli ultimi decenni, in risposta a questa richiesta, si è diffusa, dapprima in USA poi in Australia e in Europa, la Citizen Science (CS). Questo concetto, che potrebbe essere tradotto nella nostra lingua come “scienza dei cittadini” o “scienza partecipata”, si riferisce al coinvolgimento e la partecipazione attiva e consapevole di persone di varie età, formazione ed estrazione sociale, in attività di ricerca scientifica. Il processo di “democratizzazione della scienza”, avviato da qualche decennio, ha interessato nel tempo un numero sempre più ampio di discipline e di persone, divenendo un fenomeno di rilievo da molti punti di vista, con alcune conseguenze importanti, come la crescente capacità di raccogliere ed elaborare dati che possano contribuire ad orientare scelte politiche.

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Antibracconaggio: una sfida internazionale

di Marina BIZZOTTO

Maggiore Carabinieri Forestali
Addetta presso il Coespu alla Cattedra di Polizia per la Tutela Ambientale, Forestale e Agroalimentare

 

Cosa hanno in comune un Carabiniere Forestale che se ne sta acquattato tra i cespugli sul far del giorno, nelle valli bresciane ed un ranger del parco del Virunga, in Rwanda, che si carica sulle spalle il cucciolo di gorilla rimasto orfano della madre, uccisa dai bracconieri?

Forme diverse di intervenire, panorami diversi a caratterizzare il contesto ma unica rimane la risoluzione e la determinazione di chi opera, a salvaguardia della fauna selvatica, nell’antibracconaggio.

Grazie ad accordi multilaterali, da qualche tempo, queste diverse realtà sono state messe in contatto per avvantaggiarsi, le une delle altre, e condividere esperienze e metodologie.

Non stupisce quindi che si sia attivata una fattiva collaborazione tra gli esperti italiani e diversi stati africani che hanno chiesto di poter avvantaggiarsi di una formazione dedicata per contrastare il fenomeno.

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Paolo CAVALLINI* : da aprile 2018 Presidente di QGIS.ORG

*Fondatore Faunalia
*Presidente QGIS.org
* https://www.osgeo.org/member/paolo-cavallini/

Penso di non andare molto lontano se provo a immaginare la tua mappa mentale come una rappresentazione del pensiero in cui ci sono due componenti principali: una solita e rigorosa base naturalistica e un altrettanto rilevante componente informatica. Quali delle due sono state determinanti, se lo sono state, per la gestione dei conflitti che hai incontrato fino ad ora nel tuo lavoro?
Sicuramente la comprensione dell’etologia mi ha aiutato più di quanto non faccia l’informatica. Trovo che la forma mentale richiesta dall’informatica tenda spesso a ridurre i problemi a schemi trattabili da un punto di vista computazionale, con un approccio che gli umani trovano spesso troppo duro.

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Luigi BOITANI*: Status della biologia della conservazione in Italia

*Dipartmento di Biologia e Biotecnologie Charles Darwin, Università La Sapienza, Roma
*Chair LCIE Specialist Group
*CEO Fondazione Segré, Ginevra

 

Da più di 40 anni ti occupi di mettere in pratica la tutela della biodiversità nel nostro paese e nel resto del mondo. Siamo alla fine del decennio della biodiversità (2011-2020). Quali sono i maggiori obiettivi che sono stati raggiunti globalmente?

Gli obiettivi della conservazione sono necessariamente utopistici e, per definizione, destinati a restare irraggiungibili. Ad esempio, l’obiettivo “zero-extinction” è impossibile in un contesto di continua crescita demografica umana. Ma la conservazione ha raggiunto molti piccoli obiettivi locali: ad esempio un aumento notevole delle aree protette a scala mondiale. Molte specie in pericolo salvate dall’estinzione sicura e molti trend negativi rallentati e talvolta fermati.

E in Italia?
Anche in Italia abbiamo i nostri successi. L’orso del Trentino, ad esempio, può ben essere citato come fiore all’occhiello. La stessa espansione del lupo, di tante specie di ungulati sull’Appennino. La rete di aree protette Natura 2000 e di riserve e parchi regionali. Certo, non tutto è funzionante a dovere e penso alla drammatica perdita di habitat costieri, ma se paragoniamo lo stato attuale a quello di 50 anni fa, nel complesso siamo in condizioni migliori


Pensi che nel nostro paese servano leggi più mirate alla conservazione e alla gestione o pensi che quelle esistenti siano sufficienti per una attività significativa?
Penso che non servano nuove leggi, basterebbe applicare quelle esistenti e dare credibilità all’azione di controllo e repressione dell’illegalità


Cosa pensi dell’assetto strutturale ed organizzativo dei diversi Enti che a vario titolo si occupano di conservazione e di gestione? E del grado di formazione che hai riscontrato?
In una Italia che viaggia ad una moltitudine di velocità diverse tra Regioni, Stato, Province, anche la conservazione della natura ha i suoi picchi di eccellenza e di disastro. Le competenze tecniche non sono male, e in molti casi sono ottime, ma quelle politiche sono pessime. La incompetenza, superficialità e ignavia della classe politica è drammatica a tutti i livelli: le eccezioni ci sono ma restano, appunto eccezioni. La struttura organizzativa, poi, è lontanissima dalla semplice efficienza: competenze sovrapposte e conflitti o vuoti di potere sono la norma.


Quali sono dei buoni esempi di gestione adattativa in cui tu hai lavorato?
Alcuni Parchi nazionali hanno una gestione sana ed efficiente in grado di accompagnare, in maniera adattativa, la dinamica ecologica e sociale ma, senza nominarli, sono troppo pochi. La gestione venatoria va citata come esempio di contrario della gestione adattativa: ogni anno si ripetono rituali di processi decisionali sui calendari venatori che non tengono minimamente conto delle realtà biologiche ed ecologiche sui quali incidono. Ma anche molte organizzazioni ambientaliste peccano di rigidità e non sanno cambiare logiche rispetto a condizioni ambientali che sono molto diverse da quando è iniziata la conservazione in Italia.


Complessivamente le aree protette, in Italia, hanno raggiunto gli obiettivi con i quali sono stati istituite?
Abbiamo raggiunto una notevole percentuale di territorio protetto, e questo è un ottimo obiettivo, ma la realtà è che la rete non copre in maniera ottimale la diversità di condizioni ecologiche del nostro Paese. Ad esempio, proteggiamo tanti pizzi di montagne e poche coste. Inoltre, tante aree protette si occupano troppo di organizzare feste e fiere dei cibi locali (tanto per fare un esempio) e poco di gestire l’evolversi degli ecosistemi naturali che proteggono


Qual è oggi, in Italia, il ruolo delle aree a diverso regime di protezione?
Ogni area protetta è articolata in sotto-aree destinate a diversi usi, questa è sana gestione ed è bene che sia così. Resta da vedere come obiettivi e strumenti di ogni sotto-area siano funzionali al disegno complessivo dell’area protetta.


Uno degli scopi con i quali sono state istituite le aree protette è quello di essere dei laboratori a cielo aperto in cui sperimentare tattiche e strategie conservative. Come e dove ci siamo riusciti?
I
n questo credo che abbiamo fallito quasi del tutto. Non conosco (e spero di sbagliarmi) esempi di attività virtuose sperimentate in un’area protetta che siano state riprese e applicate in aree esterne.


Rete Natura 2000 ha quasi 30 anni e la sua costruzione si basa prevalentemente sulla componente vegetale, ciò ha sempre comportato dei grossi gap conservativi e gestionali. A quando una Rete Natura che consideri anche il patrimonio zoologico?
Ormai si è perso il treno per questo obiettivo. La Rete Natura 2000 è stata fatta con un occhio da botanico o, al massimo da entomologo: risponde quindi a necessità di piccoli spazi dove in effetti animali o piante a bassa o nulla mobilità possono essere protetti. Ma la Rete è quasi inutile per i vertebrati di medie e grandi dimensioni che hanno ambiti territoriali molto più vasti. Ma forse è un bene così perché la natura non può essere parcellizzata in piccole aree e io sono un fervente sostenitore della necessità di trovare forme di coesistenza, non di separazione tra uomo e natura selvatica.


Oltre confine, come giudicano le nostre politiche conservative?
Non lo so. Ma ho sempre notato che le aree che hanno maggiore successo con gli stranieri sono quelle che offrono bei paesaggi, magari senza tante specie importanti ma solo belli da vedere. Il Parco delle Cinque Terre ne è l’esempio migliore. Anche il paesaggio è biodiversità, certo, ma a me sembra una visione un po’ riduttiva della natura.

I SOLITI SOSPETTI… OPPURE NO?

di Alessia MARIACHER1 Rosario FICO1,2

alessia.mariacher@izslt.it
rosario.fico@izslt.it
1Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Regioni Lazio e Toscana, sezione di Grosseto
Viale Europa, 30 58100 Grosseto
2Responsabile Centro di Referenza Nazionale per la Medicina Forense Veterinaria

 

“Cane sbranato dai lupi!”, così hanno titolato molti giornali negli ultimi anni, dando eco a una diffusa preoccupazione dei proprietari di cani che vivono in zone recentemente ricolonizzate dal lupo.
Ma quante volte questo grido di allarme è stato giustificato, e quante invece si è trattato solo di una ricerca al… lupo espiatorio?

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Franco PERCO* : la gestione faunistica tra tecnica ed etica

*Già Direttore Osservatorio Faunistico di Pordenone
*Già Direttore Parco Nazionale Monti Sibillini

 

Franco PERCO

Quello che ha caratterizzato la tua figura professionale e quella di molti colleghi presenti anche nelle diverse istituzioni come Ministeri, Enti locali e Università, è stata la capacità non solo di accettare (a diversi livelli) ma di spingere, volere e cercare di lavorare per favorire l’entrata della conservazione della natura e, in particolare, della gestione faunistica nel panorama culturale italiano. Adesso, a che punto siamo?

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Ettore RANDI* : il ruolo della genetica nella biologia della conservazione

*Già Fondatore e Direttore Laboratorio Genetica-ISPRA
*Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali, Università Bologna
*Università Aalborg, Danimarca

 

Mai come oggi parole come DNA, cromosoma, codice genetico e genomica fanno parte del vocabolario dei media. Dalla TV alla rete, passando per i social, dall’esercizio nella risoluzione spettacolarizzata dei diversi delitti alla determinazione del nostro carattere, dalla filosofia dell’epigenetica passando per la medicina fino alla gestione delle altre specie che con la nostra convivono, sembra ci sia un argomento che più di tutti sbaraglia dubbi e dà certezze granitiche al presentatore della teoria di turno: la genetica. Questo nostro risulta essere quindi un periodo estremamente fecondo per i genetisti, ma è proprio così?

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